giovedì 31 gennaio 2013

Le idee dominanti sono come la carta igienica

Mi capita, di tanto in tanto, di conversare con persone che riescono a farmi cadere le braccia per terra. Mi riferisco a conversazioni serie e non al banale chiacchiericcio di tutti i giorni. La ragione del mio scoramento è il conformismo da quattro soldi che detta i ragionamenti (e anche i comportamenti) della maggioranza del genere umano. 
Chi è il conformista? Mi piace la definizione che diede trent’anni fa Roberto Gervaso. Il conformista è uno che sfoggia le opinioni che non ha. È un problema serio. I nostri tempi sono connotati dal pensiero debole. Le idee che frullano nella testa della gente sono poche, confuse e sovente il risultato di un frettoloso “copia e incolla”. Di conseguenza, le menti pensanti (libere, creative e critiche) sono ormai una razza in via d’estinzione, come il rinoceronte nero e la foca monaca. Si ragiona in base ai condizionamenti esterni, ai luoghi comuni, al sentito dire. Non è una novità, si può obiettare. In ogni epoca, il popolino si è adeguato alle idee altrui non avendo tempo, voglia o capacità di maturare le proprie. È più comodo, meno faticoso e rischioso belare in mezzo al gregge che cantare fuori del coro. Ciò è dovuto allo spirito di gregarietà insito nella natura umana che ci porta a uniformarci al pensiero vigente. Marx si lamentava che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”. Per una volta devo dargli ragione. Ogni epoca ha espresso e diffuso le idee che piacevano a chi deteneva il potere economico, culturale e politico. Anche la nostra. 
Quali sono le idee dominanti che oggi pervadono e plasmano gli esseri umani? Intanto, è bene precisare che siamo vittime non coscienti del mainstream, il flusso delle idee dominanti. Con questo termine inglese si intende l’insieme delle idee convenzionali e delle tendenze che ci vengono imposte dall’alto, in modo trasversale e non sempre subdolo. Il più delle volte, si tratta di idee malate. Non è difficile riconoscerle: danno vita ai falsi miti, alle distorsioni, alle derive culturali. Bene, consideriamo la situazione attuale, segnata da un eccesso di conformismo. I miti che attualmente vanno per la maggiore sono il culto della giovinezza e del corpo, l’idolatria della falsa intelligenza, l’ossessione della crescita economica, la tirannia della moda, il relativismo e l’esaltazione della biodiversità. Ci sono stati imposti e non abbiamo fatto nulla per soppesarli. I nostri tempi sono iconoclasti. In nome del falso progresso abbiamo distrutto idee secolari, che pensavamo fossero immortali. Ma con cosa vogliamo rimpiazzarle? Si è sempre apprezzato la vecchiaia e i vecchi, depositari della saggezza. Oggi disprezziamo la vecchiaia e segreghiamo gli anziani negli ospizi. Pensiamo sia giusto così perché ce l’hanno fatto credere attraverso modelli e schemi mentali strumentali. Ci hanno anche fatto capire che non serve studiare per avere successo. Basta essere belli e sfrontati. Il detto mens sana in corpore sano è obsoleto. Ci hanno proposto un tipo di intelligenza nuova, acritica e artificiale. A che serve fare i conti matematici a mente nell’era dei computer? È meglio che la mente non si alleni, è preferibile che si masturbi coi giochini elettronici, gli sms, il metalinguaggio. Ci hanno convinto che siamo ciò che possediamo e che il benessere economico è l’unica cosa che conta. A che pro risparmiare e vivere secondo le proprie possibilità? Non è politicamente né economicamente corretto produrre e consumare solo il necessario. Figuriamoci distribuire in modo equo le risorse. Ci hanno insegnato che l’abito fa il monaco. Se un tempo l’ipse dixit era una prerogativa di Aristotele e dei sapienti, oggi è un must di Dolce & Gabbana, Armani e Versace. Ci hanno fatto il lavaggio del cervello convincendoci che se tutto è relativo, come ha scoperto Einstein, anche i valori, i princìpi, i cardini morali sono relativi. Forse abbiamo esagerato un po’, passando da un estremo all’altro, dalla fede cieca al nichilismo, dal culto degli eroi al gossip. Il paradosso più ridicolo è che il nostro bisogno di conformarci ci ha portato ad esaltare la diversità, soprattutto quando è trasgressiva, anziché la sana normalità. Vi rendete conto che oggi subiamo il mainstream di una minoranza che in nome dei diritti umani vuole ribaltare l’asse portante dell’identità sessuale? Certe idee sulla carta ragionevoli (uguaglianza e rispetto) sono i grimaldelli tramite i quali le lobbies omosessuali e i loro fiancheggiatori (gli intellettuali servi e idioti) vogliono imporci una rivoluzione sessuale foriera di sciagure. Eppure, molte persone, inconsapevoli della gravità di questo attacco alla civiltà e all’umanesimo, finiscono per accettare la tesi che non c’è niente di male se due gay si sposano. Ma stiamo scherzando? La nostra fragilità è scandalosa. La vulnerabilità della nostra mente, divenuta refrattaria al pensiero critico, è tale da farci accettare come buona la cacca molle che ci viene spalmata davanti agli occhi, neanche fosse Nutella. Siamo cerebrolesi o fingiamo di esserlo perché temiamo che ci considerino conservatori, bigotti, retrogradi? 
Io questo rischio lo corro volentieri e perciò rifiuto il mainstream, di qualunque natura sia e da qualunque parte arrivi. Io resisto, orgoglioso di avere un cervello che non cede le armi. Penso con la mia testa, vagliando le informazioni. Se non lo facessi sarei un gregario, peggio, una “pecora” matta come direbbe Dante. Non capisco proprio chi sente il bisogno di assimilarsi, conformarsi, annullarsi. L’altro giorno, sfogandosi, un uomo più o meno della mia età diceva che dovremmo ribellarci, scendere in piazza e fare la rivoluzione. Esprimeva, nella fattispecie, l’esasperazione a cui ci ha condotto il Governo, la partitocrazia, l’Agenzia delle Entrate, la criminalità organizzata, il dissesto morale e la crisi in generale. Ho condiviso in parte la sua voglia di fare un quarantotto. Gli ho fatto notare che è giusto ribellarsi, ma prima di diventare giacobini e forcaioli dovremmo riaccendere il cervello. Perché la madre di tutti i problemi è l’apatia cerebrale, l’anoressia dell’ipotalamo. Bisogna ribellarsi alle idee dominanti, all’aria fritta che ammorba l’aria e nuoce al fegato, ai falsi miti imposti dai corruttori dei costumi attraverso la televisione, i giornali, persino Internet e i social network. Ma finché non avremo il coraggio di sfidare il Grande Fratello che crea e impone il mainstream secondo logiche perverse e manipolatrici, non potremo fermare il vero declino, che è culturale prima che socio-politico ed economico. Se vogliamo opporci all’avanzata dei barbari falsi progressisti dobbiamo trovare la forza di esprimere a voce alta le nostre idee, di contrastare il pensiero infermo. Solo così, rischiando in prima persona, potremo per lo meno essere liberi. Le idee dominanti restano tali finché le si subisce in silenzio, quasi fossero editti imperiali. Invece, sono solo carta igienica. Basta poco per mostrarne la misera valenza, la reale utilità.

sabato 26 gennaio 2013

La Vita di Pi, metafora della condizione umana

Sono andato al cinema e ho visto Vita di Pi del regista Ang Lee. È un film bello, tenero e crudele a un tempo. Mi è piaciuto. Il racconto cinematografico, tratto dal libro Life of Pi dello scrittore canadese Yann Martel, emoziona e coinvolge. Per chi non avesse visto il film o letto il libro voglio ricordarne brevemente la trama. I protagonisti della storia sono un ragazzo indiano e una tigre del Bengala. Quando Kumar Patel, proprietario di uno zoo a Pondichery, è costretto per motivi economici a trasferirsi con la famiglia in Canada, anche il giovane figlio Piscine Molitor (detto Pi) e gli animali dello zoo s’imbarcano su un bastimento. La traversata dell’Oceano si rivela funesta. La nave affonda e solo Pi e quattro animali riescono a mettersi in salvo su una scialuppa. Ben presto, Pi rimane solo col più pericoloso dei superstiti: la tigre Richard Parker. Il giovane, alla deriva nelle vastità oceaniche, deve imparare a convivere con questo terribile compagno di viaggio e solo la sua intelligenza gli permetterà di sopravvivere finché, dopo 227 giorni dal naufragio, approderà su una spiaggia messicana dove si separerà per sempre dalla tigre. Va da sé che i dettagli dell’avventura, le implicazioni etiche e spirituali e gli effetti speciali rendono il racconto non solo spettacolare ma anche ricco di profondi spunti di riflessione. Cosa sempre più rara, al cinema come nei libri. Ebbene, in Vita di Pi mi ha naturalmente colpito la figura di Richard Parker, la splendida tigre indiana, e il suo difficile ma intenso rapporto con Pi. Per quanto la storia sia in realtà inverosimile, trovo che sul piano allegorico inquadri la condizione umana meglio di tante disamine socio-filosofiche. È esattamente questa l’accezione che ho colto: Vita di Pi è la storia di tutti noi e la tigre è l’insieme delle avversità contro le quali siamo chiamati a combattere e insieme accettare. 
L’allegoria si presta a più di un’interpretazione. La tigre con cui Pi deve misurarsi in un difficile e abbacinante confronto quotidiano che implica la sopravvivenza, è un insieme di cose. Sta a significare in prima battuta l’età adulta. Pi vive un’adolescenza magica e poetica finché non lascia l’India. Il naufragio è il trauma del passaggio dalla giovinezza spensierata alla fase in cui l’uomo si ritrova, smarrito e sballottato, a fare i conti con le difficoltà della vita. La tigre è l’espressione del mondo dei grandi. Un mondo feroce, che non lascia scampo ai deboli, agli illusi, a chi non impara velocemente a difendersi. Pi ci riesce. Era acerbo e sprovveduto quando s’imbarcò sulla nave. Coabitare con Richard Parker gli insegna ad essere furbo, risoluto, quasi crudele, sicuro di sé pur senza rinunciare alla propria umanità. Pi deve imparare a pescare e a uccidere, deve diventare autoritario per non soccombere. Ciò che non mi uccide mi renderà più forte. Non è forse la lezione della vita che tutti sperimentiamo? Tutti siamo stati dei sognatori come Pi e molti lo sono o lo saranno. Improvvisamente, però, ci si ritrova su una scialuppa di salvataggio in compagnia di una tigre. È giocoforza adattarsi e ingegnarsi per sopravvivere. Pi riesce persino ad addomesticarla la tigre. Anche nella vita reale è così. Ci sono persone così abili da addomesticare la vita. Molte, invece, non sanno rendere docile la vita né evitare d’essere sbranate dal mondo. Pi ci mostra il modo giusto di agire. Bisogna essere coraggiosi, astuti, perseveranti. E soprattutto, bisogna avere fede. Mi ha colpito in Pi l’adesione al sincretismo religioso. Egli è cristiano, induista e musulmano allo stesso tempo. La sua fede in Dio è moltiplicata per tre. È una fede nella misericordia divina elevata alla potenza e capace di conciliare il Dio interiore coi fenomeni naturali e le divinità che gli uomini hanno costruito e personalizzato. 
Ma ecco una seconda lettura. La tigre non è solo il mondo esteriore, la società dei grandi, gli altri. La tigre è il nostro alter ego. In ognuno di noi coabitano il bene e il male. Obbligato dalle circostanze, Pi deve relazionarsi con una tigre che è il simbolo degli istinti primordiali, della violenza innata in ogni creatura vivente, della paura, dei bisogni che obnubilano la mente. Non è forse vero che la nostra vita è uno sforzo titanico per tenere a bada la tigre che è in noi? Veniamo al mondo con questo cucciolo di felino nascosto nel nostro cuore e in fondo basta poco perché cresca e ruggisca. Basta molto poco perché prenda il sopravvento. Una banale discussione fra automobilisti, un litigio familiare o sul posto di lavoro, un’ingiustizia, la frustrazione a lungo covata. La tigre ci è compagna per tutta la vita, come l’angelo custode. Ed è lì a ricordarci che secoli di educazione ed evoluzione non hanno saputo rendere innocua la bestia feroce che è dentro di noi, nel nostro DNA. Il viaggio di Pi sulle acque dell’Oceano è un’esperienza di formazione alla quale ogni essere umano è chiamato. Ognuno è costretto a fare i conti con la vera minaccia incombente, che non è il mondo esteriore, non è il prossimo con cui dobbiamo contenderci lo spazio vitale. La vera minaccia siamo noi stessi. Vincere la tigre, renderla innocua è la più grande vittoria che possiamo conseguire. Non la fama o gli onori. Il successo che non mente è approdare sani e salvi sulle spiagge del Messico e congedarsi dalla tigre (che non si volterà per un ultimo sguardo) con la soddisfazione di avercela fatta. 
Sì, in effetti siamo tutti naufraghi nello sconfinato oceano della vita e galleggiamo in compagnia di una tigre. L’incredibile avventura di Pi è la metafora della condizione umana.

martedì 22 gennaio 2013

La ricetta di Charlot e la lezione del silenzio

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità; oggi so che questo si chiama Autenticità. Ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama Rispetto per se stessi. Ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama Maturità. Ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama Stare in pace con se stessi. Ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama Sincerità. Mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo sano egoismo, ma oggi so che questo è Amore di sé. Ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama Semplicità. Mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo Perfezione. Mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione ho dato il nome di Saggezza del cuore. Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che questo è la vita". (Charlie Chaplin)

Queste parole, che non conoscevo (me le ha fatte scoprire mia moglie), sono state pronunciate dal grande attore comico e regista Charlie Chaplin in occasione del suo 70° compleanno, quindi nel 1959. Ma ho letto che si tratterebbe di un’attribuzione erronea. La poesia, il cui titolo originale è “When I loved myself enough”, sarebbe stata scritta da Kim e Alison McMillen nel 2001. Non ho elementi per chiarire il dubbio e in fondo poco mi importa sapere chi sia il vero autore di un testo così bello, profondo e illuminante. Voglio però credere, ignorando ogni cosa di Kim e Alison McMillen, che ad affidarci questo messaggio di speranza sia stato Charlie Chaplin. La sua figura, la sua vita e la sua lezione artistica accreditano tale ipotesi. Il testo non ha bisogno di parafrasi o commenti. Ognuno deve essere libero di leggerlo e rileggerlo senza condizionamenti, cogliendovi l’energia sottile sottesa nelle frasi e persino fra le righe. Mi limito solo a rimarcare che essere autentici, rispettare se stessi, ambire alla maturità, stare in pace con se stessi e gli altri, essere sinceri e semplici, nutrire amor proprio, vivere il momento presente e trovare la saggezza del cuore sono gli ingredienti di una ricetta esistenziale paradisiaca. In ciò, Charlie Chaplin fu maestro. Mi preme, dunque, ricordare la sua figura e la sua straordinaria attualità a trentasei anni dalla morte. 
Chaplin (1889-1977) è un gigante, prima protagonista indimenticabile del cinema muto e poi autore di oltre novanta film. I suoi personaggi e le sue interpretazioni sono pietre miliari del cinema. Chi non ha sorriso e pianto di fronte a capolavori come Il Monello, La febbre dell’oro, Luci della città, Tempi moderni e Il grande dittatore? E chi non ha scolpito nella sua mente l’espressione ora lieta ora triste di Charlot, il suo personaggio più famoso? Ecco, non si può pensare a Charlie Chaplin senza evocare la figura del “Vagabondo”, quell’omino dignitoso dalle raffinate maniere con cui è quasi inevitabile identificarlo. Il tenero, gentile, poetico Charlot era depositario di una ricetta di vita che dovremmo sforzarci di mettere in pratica. Avvolto nella sua giacchetta troppo stretta, coi pantaloni e le scarpe troppo grandi, la bombetta e il bastone da passeggio in legno di bambù, i baffetti d’antan e l’andatura ondeggiante come quella di un barchino sballottato dai marosi, egli ci invita a vivere con leggerezza e modestia, senza prenderci troppo sul serio. Nello stesso tempo, ci ricorda che per essere sereni (non dico felici, è una parola troppo grossa) bisogna affrontare la vita senza dare troppo peso ai problemi, alle amarezze, alle delusioni “perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi”. Il mondo dello struggente Charlot era pieno di poesia e malinconia. Il suo disincanto è commovente. Sapeva bene che nulla possiamo contro il destino avverso, contro il cuore dei malvagi, contro le ingiustizie del mondo. La sua maschera in chiaroscuro esprime la rassegnazione e insieme la serenità che sopraggiunge quando abbiamo smesso di mangiarci il fegato. L’alienazione umana di cui Charlot è il simbolo finisce per diventare una contromisura al logorio della vita moderna, un rimedio al male del vivere. Che ce ne importa se gli altri sono furbi, avidi, disonesti e mediocri? Noi abbiamo la possibilità di salvarci comunque, grazie alle difese immunitarie del cuore. L’autenticità, il rispetto di noi stessi (e quindi del prossimo), la maturità, la pace interiore, la sincerità, la semplicità, l’amor proprio, la perfezione, la saggezza. Ecco gli strumenti, le armi, il garofano all’occhiello con cui possiamo distinguerci e sopravvivere in un mondo ostile, in cui affermare la nostra purezza interiore. Come Charlot. Ricordiamoci infatti, che dietro la sua aria da perdente si nascondeva un vincitore. La sua ricetta è immortale oltre che universale. Si narra che Chaplin andò alla “prima” americana del suo film Luci della ribalta in compagnia di Albert Einstein. Le cronache riportano che gli spettatori, vedendoli insieme, si alzarono in piedi per applaudirli calorosamente. Allora, Chaplin mormorò alle orecchie di Einstein “Applaudono me perché mi capiscono tutti e applaudono lei perché non la capisce nessuno”. Farsi capire e non farsi capire affatto sono in fondo due facce della stessa medaglia. Ciò che conta è appendersela al collo questa medaglia. Ed è singolare che Charlie Chaplin ci sia riuscito col silenzio. Eroe del muto, Charlot era il genio del silenzio che racconta, comunica, colpisce. Seppe esprimere le mille sfaccettature dell’animo umano meglio di chiunque affidi alla verbosità le proprie ragioni ed emozioni. Un giorno, Chaplin disse che “il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare, forse perché non può essere comprato”. Aggiunse che “i ricchi comprano rumore”. 
Non è forse la cifra dei nostri tempi, lo stilema di chi ha potere e successo, degli arroganti e dei prepotenti? A noi, che siamo il nulla, non resta che ascoltare con emozione il silenzio eloquente del mansueto Charlot, una lectio magistralis rotta ogni tanto da esternazioni stupende, come quella che oggi ho scelto di diffondere e commentare. Ma senza retorica, nel rispetto del sorriso dolceamaro di un gentiluomo daltri tempi.


venerdì 18 gennaio 2013

Volli, sempre volli, fortissimamente volli

Raramente sono autoreferenziale. Ma ieri ho ricevuto una mail che mi ha fatto piacere, lo confesso, e di conseguenza voglio dedicare qualche riga a me stesso. Mi ha scritto Rinaldo Rech, un signore di Desio che sta leggendo Ecce me domine e ha sentito il bisogno di esprimere la sua opinione lusinghiera: Sono passati tre giorni da quando ho ricevuto il suo libro, e sono tre giorni che la febbre della lettura mi ha preso. Come mi sia sfuggito un simile lavoro non me lo perdono. Non è una semplice lettura, è quasi vivere una esperienza. Sono passati ormai cinquant’anni da quando lessi Sinuhe l’egiziano e, come romanzo basato su fatti storici (anche se con una certa approssimazione) lo ritenni il migliore. Oggi so che sbagliavo. Leggo Ecce me Domine quasi dispiacendomi al girare di ogni pagina: è una in meno, quasi vorrei non arrivare all’ultima. Sono pagine che oltre ad un’accurata ricerca storica, contengono quel qualcosa che fa di un libro IL LIBRO e questo, mi creda, succede raramente. Grazie per avermelo fatto conoscere”.  
Penso che Rech esageri. O forse sono così poco abituato a ricevere complimenti che ho come l’impressione di leggere lodi riferite ad altri. Nella fattispecie a un grande scrittore. Il problema, ahimè, è che in tutta onestà, al diavolo la falsa modestia, io ritengo d’essere un bravo scrittore. Peccato che a saperlo siamo solo io e le poche centinaia di persone che mi leggono. È risaputo che Manzoni si lamentava di non riuscire ad ottenere nemmeno 25 lettori fissi. Ma che vuoi? – dirà qualcuno con stizza. Pensi di valere più del Manzoni? No, per carità. Dovrei accontentarmi del fatto che nessuno, fino ad oggi, mi abbia accusato di scrivere male. Non è poi così raro, invece, che i più generosi esprimano entusiasmo per i miei libri. Mi è successo con Ecce me Domine, con Il Vangelo cosmico e ancor più col recente L’inferno chiamato Afghanistan, che è stato molto apprezzato ovunque l’abbia presentato e da chiunque l’abbia letto. Dovrei essere contento del fatto che alla gente piaccia come scrivo e quello che scrivo. Ma non è così. Non sono contento, se non del fatto di avere allietato chi ha avuto la bontà di leggermi, insegnato qualcosa e contribuito a migliorare qualcuno. Non è poco. Pur tuttavia non riesco a non pensare che i miei libri meriterebbero di più. No, non sono presuntuoso. In fondo, a 57 anni e con una laurea in Lettere Moderne non sono certo un aspirante scribacchino alle prime armi, un velleitario con le idee confuse in merito alla sintassi e con un misero armamentario lessicale. Non ho mai smesso di coltivare il mio talento artistico fin dagli anni acerbi dell’adolescenza, di lavorare su me stesso e i miei limiti, di cercare la semplicità e spogliarmi della mia cultura, un fardello pesante che mi ha spesso ostacolato. Oggi scrivo infinitamente meglio di come scrivevo vent’anni fa. Non è un caso che abbia raggiunto buoni risultati, è invece la conseguenza di un lavoro umile e paziente, che ho svolto senza soluzione di continuità per migliorare il mio stile. È il frutto maturo dell’esperienza e della naturale evoluzione spirituale che ognuno di noi vive nel corso della propria esistenza. Credo di non essere un pidocchio caduto nella tramoggia, e a causa di ciò convinto d’essere il mugnaio. Io sono un mugnaio, e la farina del mio sacco è buona. Penso di essere pronto per venderla al mercato, per conquistare il grande pubblico affamato di buoni libri. Purtroppo, mi manca ancora qualcosa. Mi manca d’essere scoperto, riconosciuto, valorizzato. Non è cosa da poco. So che il giorno in cui una casa editrice importante ristampasse i miei libri e, soprattutto, pubblicasse i cinque libri inediti che ho nel cassetto, inizierebbe per me una vita nuova. La vita da scrittore che ho sempre desiderato di vivere. In realtà, non cerco il successo e la fama. La mia vita è stata fin qui un capolavoro. Non disprezzo gli onori. Ma la saggezza che si conquista dopo stagioni ricche e intense mi stimola a cercare altro: la possibilità di donare il bello e il buono che ho dentro di me e che esprimo attraverso il gesto creativo. Penso che se Ecce me Domine fosse stato pubblicato da Einaudi o dalla Mondadori, adesso avrei un raccoglitore pieno di commenti come quello di Rinaldo Rech. Penso altresì che se Mursia non si fosse tirata indietro, mettendomi nella condizione di rescindere dal contratto e pubblicare in proprio L’inferno chiamato Afghanistan, oggi si parlerebbe di questo mio ultimo libro come di un successo letterario. E invece… 
Quest’anno pubblicherò un nuovo libro. È una raccolta di dieci racconti, una sorta di “retablo”. Mi sembrano molto belli, emozionanti. Qualora non trovassi l’editore giusto, sarò costretto ancora una volta ad autofinanziarmi, a penalizzare a priori la visibilità di un’opera che come le precedenti meriterebbe d’essere conosciuta e letta. Quindi? Dove vuoi arrivare? – si chiederanno quelli a cui da fastidio il valore altrui. Voglio arrivare a una conclusione amara, con cui portare il mio ragionamento dal particolare all’universale. Purtroppo, l’editoria non premia il valore né i meriti. Altrimenti tanti bravi scrittori sconosciuti al pubblico ammirerebbero i loro libri sui banchi e negli scaffali delle librerie, quelle stesse librerie che oggi assomigliano a discariche piene di immondizia. L’editoria non è la sola realtà che premia la mediocrità e ignora il talento in nome di logiche contorte. In ogni ambito della vita reale – sociale, economico, culturale, politico, lavorativo, ecc – assistiamo impotenti a comportamenti che connotano i nostri tempi come gli anni del disconoscimento. Chi vale veramente è ignorato o ostacolato a vantaggio del mediocre, del furbo, del fortunato. La volgarità trionfa sull’eleganza, la prepotenza sulla classe. La virtù viene mortificata. Nella nostra società non conta quanto tu sia bravo ma chi conosci. Non ha importanza che tu possa “illuminare” gli altri; gli altri amano la penombra e non gli va che qualcuno li abbagli. In un mondo competitivo, cinico e falso, si finge di apprezzare chi merita ma a un tempo lo si ostacola. Valere più degli altri diventa una colpa. Peggio, una minaccia. Meglio uniformarsi, leccare i posteriori, accettare i compromessi, ingannare. Solo così si emerge, si fa tanta strada. Esistono le eccezioni, sia chiaro. Conosco e stimo un bravo scrittore di romanzi storici, Massimiliano Colombo, che sta avendo il successo che merita. Ma quanti ce ne sono come lui che rimarranno sconosciuti perché la fortuna è cieca o quanto meno miope? Chiunque mi stia leggendo in questo momento ha sperimentato nella sua vita l’ingiustizia, ha subito torti dai mediocri, ha combattuto contro i mulini a vento come il povero Don Chisciotte. Ma che lo dico a fare? Il mal comune non è un mezzo gaudio. 
Il mio sfogo (e chiedo venia) finisce qui. Per quanto mi riguarda, continuerò a scrivere. Con la pazienza di un certosino, la cura di un amanuense. Non rinuncerò mai alla mia vocazione. So che un giorno (spero non troppo lontano) la perseveranza con cui la esprimo sarà premiata. Credo che tutti dovremmo fare fronte all’indifferenza e agli ostacoli della vita facendo nostra la tenacia di Vittorio Alfieri. Si attribuisce al poeta e drammaturgo astigiano la famosa rase “volli, sempre volli, fortissimamente volli”. In realtà, queste parole si leggono in una lettera che scrisse in risposta a tale Ranieri de’ Casalbigi. Poco importa se le abbia pronunciate legato a una sedia (come insegnavano i maestri agli studenti dei miei tempi) o le abbia scritte. Sta di fatto che costituiscono una sorta di manifesto della forza di volontà. Esse ispirano la mia cocciuta ambizione a vedere realizzati i miei sogni, malgrado il mondo sia attualmente distratto. Dovrebbero ispirare le azioni di chiunque pensa di valere e di essere incompreso. Prima o poi il mondo potrebbe accorgersi di noi.