martedì 22 gennaio 2013

La ricetta di Charlot e la lezione del silenzio

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità; oggi so che questo si chiama Autenticità. Ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama Rispetto per se stessi. Ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama Maturità. Ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama Stare in pace con se stessi. Ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama Sincerità. Mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo sano egoismo, ma oggi so che questo è Amore di sé. Ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama Semplicità. Mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo Perfezione. Mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione ho dato il nome di Saggezza del cuore. Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che questo è la vita". (Charlie Chaplin)

Queste parole, che non conoscevo (me le ha fatte scoprire mia moglie), sono state pronunciate dal grande attore comico e regista Charlie Chaplin in occasione del suo 70° compleanno, quindi nel 1959. Ma ho letto che si tratterebbe di un’attribuzione erronea. La poesia, il cui titolo originale è “When I loved myself enough”, sarebbe stata scritta da Kim e Alison McMillen nel 2001. Non ho elementi per chiarire il dubbio e in fondo poco mi importa sapere chi sia il vero autore di un testo così bello, profondo e illuminante. Voglio però credere, ignorando ogni cosa di Kim e Alison McMillen, che ad affidarci questo messaggio di speranza sia stato Charlie Chaplin. La sua figura, la sua vita e la sua lezione artistica accreditano tale ipotesi. Il testo non ha bisogno di parafrasi o commenti. Ognuno deve essere libero di leggerlo e rileggerlo senza condizionamenti, cogliendovi l’energia sottile sottesa nelle frasi e persino fra le righe. Mi limito solo a rimarcare che essere autentici, rispettare se stessi, ambire alla maturità, stare in pace con se stessi e gli altri, essere sinceri e semplici, nutrire amor proprio, vivere il momento presente e trovare la saggezza del cuore sono gli ingredienti di una ricetta esistenziale paradisiaca. In ciò, Charlie Chaplin fu maestro. Mi preme, dunque, ricordare la sua figura e la sua straordinaria attualità a trentasei anni dalla morte. 
Chaplin (1889-1977) è un gigante, prima protagonista indimenticabile del cinema muto e poi autore di oltre novanta film. I suoi personaggi e le sue interpretazioni sono pietre miliari del cinema. Chi non ha sorriso e pianto di fronte a capolavori come Il Monello, La febbre dell’oro, Luci della città, Tempi moderni e Il grande dittatore? E chi non ha scolpito nella sua mente l’espressione ora lieta ora triste di Charlot, il suo personaggio più famoso? Ecco, non si può pensare a Charlie Chaplin senza evocare la figura del “Vagabondo”, quell’omino dignitoso dalle raffinate maniere con cui è quasi inevitabile identificarlo. Il tenero, gentile, poetico Charlot era depositario di una ricetta di vita che dovremmo sforzarci di mettere in pratica. Avvolto nella sua giacchetta troppo stretta, coi pantaloni e le scarpe troppo grandi, la bombetta e il bastone da passeggio in legno di bambù, i baffetti d’antan e l’andatura ondeggiante come quella di un barchino sballottato dai marosi, egli ci invita a vivere con leggerezza e modestia, senza prenderci troppo sul serio. Nello stesso tempo, ci ricorda che per essere sereni (non dico felici, è una parola troppo grossa) bisogna affrontare la vita senza dare troppo peso ai problemi, alle amarezze, alle delusioni “perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi”. Il mondo dello struggente Charlot era pieno di poesia e malinconia. Il suo disincanto è commovente. Sapeva bene che nulla possiamo contro il destino avverso, contro il cuore dei malvagi, contro le ingiustizie del mondo. La sua maschera in chiaroscuro esprime la rassegnazione e insieme la serenità che sopraggiunge quando abbiamo smesso di mangiarci il fegato. L’alienazione umana di cui Charlot è il simbolo finisce per diventare una contromisura al logorio della vita moderna, un rimedio al male del vivere. Che ce ne importa se gli altri sono furbi, avidi, disonesti e mediocri? Noi abbiamo la possibilità di salvarci comunque, grazie alle difese immunitarie del cuore. L’autenticità, il rispetto di noi stessi (e quindi del prossimo), la maturità, la pace interiore, la sincerità, la semplicità, l’amor proprio, la perfezione, la saggezza. Ecco gli strumenti, le armi, il garofano all’occhiello con cui possiamo distinguerci e sopravvivere in un mondo ostile, in cui affermare la nostra purezza interiore. Come Charlot. Ricordiamoci infatti, che dietro la sua aria da perdente si nascondeva un vincitore. La sua ricetta è immortale oltre che universale. Si narra che Chaplin andò alla “prima” americana del suo film Luci della ribalta in compagnia di Albert Einstein. Le cronache riportano che gli spettatori, vedendoli insieme, si alzarono in piedi per applaudirli calorosamente. Allora, Chaplin mormorò alle orecchie di Einstein “Applaudono me perché mi capiscono tutti e applaudono lei perché non la capisce nessuno”. Farsi capire e non farsi capire affatto sono in fondo due facce della stessa medaglia. Ciò che conta è appendersela al collo questa medaglia. Ed è singolare che Charlie Chaplin ci sia riuscito col silenzio. Eroe del muto, Charlot era il genio del silenzio che racconta, comunica, colpisce. Seppe esprimere le mille sfaccettature dell’animo umano meglio di chiunque affidi alla verbosità le proprie ragioni ed emozioni. Un giorno, Chaplin disse che “il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare, forse perché non può essere comprato”. Aggiunse che “i ricchi comprano rumore”. 
Non è forse la cifra dei nostri tempi, lo stilema di chi ha potere e successo, degli arroganti e dei prepotenti? A noi, che siamo il nulla, non resta che ascoltare con emozione il silenzio eloquente del mansueto Charlot, una lectio magistralis rotta ogni tanto da esternazioni stupende, come quella che oggi ho scelto di diffondere e commentare. Ma senza retorica, nel rispetto del sorriso dolceamaro di un gentiluomo daltri tempi.


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