sabato 26 gennaio 2013

La Vita di Pi, metafora della condizione umana

Sono andato al cinema e ho visto Vita di Pi del regista Ang Lee. È un film bello, tenero e crudele a un tempo. Mi è piaciuto. Il racconto cinematografico, tratto dal libro Life of Pi dello scrittore canadese Yann Martel, emoziona e coinvolge. Per chi non avesse visto il film o letto il libro voglio ricordarne brevemente la trama. I protagonisti della storia sono un ragazzo indiano e una tigre del Bengala. Quando Kumar Patel, proprietario di uno zoo a Pondichery, è costretto per motivi economici a trasferirsi con la famiglia in Canada, anche il giovane figlio Piscine Molitor (detto Pi) e gli animali dello zoo s’imbarcano su un bastimento. La traversata dell’Oceano si rivela funesta. La nave affonda e solo Pi e quattro animali riescono a mettersi in salvo su una scialuppa. Ben presto, Pi rimane solo col più pericoloso dei superstiti: la tigre Richard Parker. Il giovane, alla deriva nelle vastità oceaniche, deve imparare a convivere con questo terribile compagno di viaggio e solo la sua intelligenza gli permetterà di sopravvivere finché, dopo 227 giorni dal naufragio, approderà su una spiaggia messicana dove si separerà per sempre dalla tigre. Va da sé che i dettagli dell’avventura, le implicazioni etiche e spirituali e gli effetti speciali rendono il racconto non solo spettacolare ma anche ricco di profondi spunti di riflessione. Cosa sempre più rara, al cinema come nei libri. Ebbene, in Vita di Pi mi ha naturalmente colpito la figura di Richard Parker, la splendida tigre indiana, e il suo difficile ma intenso rapporto con Pi. Per quanto la storia sia in realtà inverosimile, trovo che sul piano allegorico inquadri la condizione umana meglio di tante disamine socio-filosofiche. È esattamente questa l’accezione che ho colto: Vita di Pi è la storia di tutti noi e la tigre è l’insieme delle avversità contro le quali siamo chiamati a combattere e insieme accettare. 
L’allegoria si presta a più di un’interpretazione. La tigre con cui Pi deve misurarsi in un difficile e abbacinante confronto quotidiano che implica la sopravvivenza, è un insieme di cose. Sta a significare in prima battuta l’età adulta. Pi vive un’adolescenza magica e poetica finché non lascia l’India. Il naufragio è il trauma del passaggio dalla giovinezza spensierata alla fase in cui l’uomo si ritrova, smarrito e sballottato, a fare i conti con le difficoltà della vita. La tigre è l’espressione del mondo dei grandi. Un mondo feroce, che non lascia scampo ai deboli, agli illusi, a chi non impara velocemente a difendersi. Pi ci riesce. Era acerbo e sprovveduto quando s’imbarcò sulla nave. Coabitare con Richard Parker gli insegna ad essere furbo, risoluto, quasi crudele, sicuro di sé pur senza rinunciare alla propria umanità. Pi deve imparare a pescare e a uccidere, deve diventare autoritario per non soccombere. Ciò che non mi uccide mi renderà più forte. Non è forse la lezione della vita che tutti sperimentiamo? Tutti siamo stati dei sognatori come Pi e molti lo sono o lo saranno. Improvvisamente, però, ci si ritrova su una scialuppa di salvataggio in compagnia di una tigre. È giocoforza adattarsi e ingegnarsi per sopravvivere. Pi riesce persino ad addomesticarla la tigre. Anche nella vita reale è così. Ci sono persone così abili da addomesticare la vita. Molte, invece, non sanno rendere docile la vita né evitare d’essere sbranate dal mondo. Pi ci mostra il modo giusto di agire. Bisogna essere coraggiosi, astuti, perseveranti. E soprattutto, bisogna avere fede. Mi ha colpito in Pi l’adesione al sincretismo religioso. Egli è cristiano, induista e musulmano allo stesso tempo. La sua fede in Dio è moltiplicata per tre. È una fede nella misericordia divina elevata alla potenza e capace di conciliare il Dio interiore coi fenomeni naturali e le divinità che gli uomini hanno costruito e personalizzato. 
Ma ecco una seconda lettura. La tigre non è solo il mondo esteriore, la società dei grandi, gli altri. La tigre è il nostro alter ego. In ognuno di noi coabitano il bene e il male. Obbligato dalle circostanze, Pi deve relazionarsi con una tigre che è il simbolo degli istinti primordiali, della violenza innata in ogni creatura vivente, della paura, dei bisogni che obnubilano la mente. Non è forse vero che la nostra vita è uno sforzo titanico per tenere a bada la tigre che è in noi? Veniamo al mondo con questo cucciolo di felino nascosto nel nostro cuore e in fondo basta poco perché cresca e ruggisca. Basta molto poco perché prenda il sopravvento. Una banale discussione fra automobilisti, un litigio familiare o sul posto di lavoro, un’ingiustizia, la frustrazione a lungo covata. La tigre ci è compagna per tutta la vita, come l’angelo custode. Ed è lì a ricordarci che secoli di educazione ed evoluzione non hanno saputo rendere innocua la bestia feroce che è dentro di noi, nel nostro DNA. Il viaggio di Pi sulle acque dell’Oceano è un’esperienza di formazione alla quale ogni essere umano è chiamato. Ognuno è costretto a fare i conti con la vera minaccia incombente, che non è il mondo esteriore, non è il prossimo con cui dobbiamo contenderci lo spazio vitale. La vera minaccia siamo noi stessi. Vincere la tigre, renderla innocua è la più grande vittoria che possiamo conseguire. Non la fama o gli onori. Il successo che non mente è approdare sani e salvi sulle spiagge del Messico e congedarsi dalla tigre (che non si volterà per un ultimo sguardo) con la soddisfazione di avercela fatta. 
Sì, in effetti siamo tutti naufraghi nello sconfinato oceano della vita e galleggiamo in compagnia di una tigre. L’incredibile avventura di Pi è la metafora della condizione umana.

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