domenica 24 febbraio 2013

Aridateci Alberto Sordi e l'Italia ridens

Dieci anni fa, proprio oggi, il 24 febbraio, se ne andava per sempre Alberto Sordi, che adesso furoreggia nell’Aldilà con le sue espressioni facciali, le sue battute felici, la sua simpatia. C’è da scommetterci che sa divertire le anime dei beati come ha fatto divertire noi che l’abbiamo amato. A soli dieci anni dalla sua scomparsa si ha come l’impressione che sia passato un secolo. In un decennio l’Italia è cambiata in maniera tale da essere irriconoscibile. Il giorno del funerale dell’Albertone nazionale, un piccolo aeroplano volò su Roma trascinandosi una lunga coda, uno striscione su cui c’era scritto: “Sta vorta c’hai fatto piagne”. In queste parole così appassionate io leggo una sorta di profezia. Alberto Sordi ci ha fatto ridere in un’Italia che sapeva ridere, aveva tanta voglia di ridere. Anche di se stessa, dei propri vizi e difetti. Per cinquant’anni, Sordi è stato specchio e testimone di un Paese umile e un po’ cialtrone, furbo ma laborioso, che teneva una mano sul cuore mentre con l’altra sfilava il portafoglio del primo malcapitato. La mestizia che ha accompagnato la notizia della sua morte ci fa compagnia dal 24 febbraio di dieci anni fa. Sembra uno spartiacque. Da allora non ridiamo più, al massimo ci sforziamo di sghignazzare ma ci viene male. In compenso ci prendiamo terribilmente sul serio perché la situazione è drammatica. Abbiamo smesso di conciliare allegria e tristezza, serietà e leggerezza, che da sempre convivono nel nostro animo in un dualismo diffuso a molti livelli esistenziali che ci rende unici. Il Marchese del Grillo diceva: “Quanno si scherza bisogna esse seri”. Ma vi rendete conto di quanta saggezza c’è in questa semplice battuta? Oggi, i confini tra lo scherzo e il serio non esistono più. È colpa del trattato di Schengen se siamo invasi dalla volgarità e afflitti dalla depressione? Più facilmente, la colpa ricade su chi ci governa, su chi insegna, su chi detta le idee dominanti e ha sdoganato stili di vita immorali, impensabili ai tempi in cui Sordi dava un volto goliardico alla nostra fondamentale bontà, appena condita da spruzzi di bastardaggine. Fosse ancora vivo il re di Roma, gli scapperebbe la battuta del Sottotenente Giussani di Tutti a casa, che dopo tante traversie decide di schierarsi coi partigiani: “No, no, non si può stare sempre a guardare!”. Invece, stare a guardare è quello che facciamo da tempo. Dopo averci tolto la voglia di ridere, i prepotenti che stanno nella stanza dei bottoni ci hanno privato anche della capacità di reagire. 
Domani sapremo chi ha vinto le elezioni politiche. Sapremo chi governerà il Paese nei prossimi anni, sempre che ci riesca. Cambia qualcosa per noi? Temo di no. Temo che chiunque avrà vinto finirà per rivolgersi agli italiani, e in particolar modo a chi paga le tasse, con la stessa viltà con cui Alberto, alla vista di alcuni lavoratori affaticati, fece il gesto dell’ombrello e urlò: “Lavoratoriiiii! Lavoratori della maltaaaa! Prrrrrrr…”. Ve li ricordate I Vitelloni di Fellini? Un capolavoro. Ma chissà che il prossimo capo del governo non sia costretto, come il vitellone Alberto, a scendere dalla macchina fermatasi per un guasto e scappare, inseguito dai lavoratori (ma anche dai pensionati e dai disoccupati), gridando che la sua pernacchia era solo uno scherzo. Ipotesi plausibile, tanto più che mi domando se abbiamo veramente bisogno di qualcuno che ci governi. Un giorno, a Sordi scappò questa frase: “Gli italiani si governano da soli”. Fosse vero! Comunque siamo stufi di essere presi per le terga e subire scherzi di cattivo gusto dallo Stato, dai partiti, da Equitalia, dalle banche e dai finanzieri senza scrupoli, dai tanti figli di buona donna che hanno vilipeso l’Italia e disintegrato le speranze dei giovani. Vogliamo tornare a ridere, o quanto meno sorridere, che è cosa ben diversa rispetto allo scherzo greve e mal riuscito. 
Sordi ci riusciva benissimo a metterci di buon’umore. La sua comicità era splendida, la sua satira intelligente. Io, come tanti, lo rimpiango. Ho visto quasi tutti i suoi film (ha recitato in 147 pellicole e ne ha dirette 19) e apprezzo sempre di più i suoi personaggi e le sue battute ogni volta che “passano” in TV. Forse è l’effetto rewind. O forse è il fatto che lui era un gigante e oggi regnano i pigmei (con poche eccezioni, su tutti Carlo Verdone). Sordi era veramente grande, anzi grandissimo e nessuno sarà mai come lui. Per forza, l’Italia di cui è stato il cantore ridanciano non esiste più. Oggi, ricordandolo con affetto, mi viene spontaneo esclamare “Aridateci Alberto!”. Lo chiedo in romanesco, anche se sono longobardo, perché la parlata di Sordi non mi ha mai infastidito. Era gioiosa e giocosa. A volte canagliesca ma sempre carica di umanità. So che ridarci Alberto Sordi è impossibile. Gli angeli non lo mollerebbero mai, si divertono troppo quando si cala nei panni dell’Otello Celletti de Il Vigile, di Guglielmo il dentone de I complessi, del dottor Guido Tersilli ne Il medico della mutua, di Nando Mariconi in Un americano a Roma. Basta rivedere la scenetta in cui castiga la pastasciutta ammonendola: “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo. Adesso, maccarone, io me te magno!” – per avvertire un moto ondoso di allegria che non si limita a scorrere fra gli argini nel cuore ma esonda. Com’era ruspante e piena di fiducia nel futuro l’Italia di Sordi! Pure quando la realtà era deludente o serbava in pectore i germi della dissoluzione. Ma ho sorriso anche quando interpretava ruoli drammatici come in Detenuto in attesa di giudizio e in Un borghese piccolo piccolo. Un riso agrodolce, s’intende. O quando era il pavido Alberto Menichetti in Un eroe dei nostri tempi o il mediocre attore di avanspettacolo in Polvere di stelle. Ho riso e pianto quando lo fucilavano ne La Grande guerra, uno dei film più belli nella storia del cinema italiano. Credo che non smetterò mai di rivedere il film di Sordi e ricordarlo a dieci anni dalla sua scomparsa. Mi rattrista, però, il pensiero che non torneranno indietro nemmeno gli anni della giovinezza, del boom economico, dei valori solidi e del buon senso, della crescita e dell’ottimismo. Magari potessero “aridarci” l’Italia e gli italiani dei suoi film! Ci aspettano tempi duri, invece, a prescindere da chi ci governerà nella prossima legislatura. Speriamo non sia una Vita difficile, come quella di Silvio Magnozzi. 
Che fare, in attesa di tempi nuovi, migliori? In questo momento è come se rivedessi il faccione sorridente della buonanima di Trastevere che ci invita a pazientare. “Bboni, state bboni!” dice per farci coraggio. Ma sì, diamo fiducia a I nuovi mostri, che domani faranno festa e a un tempo studieranno altri trucchi per farci fessi. Intanto, se capita, rivediamoci Tutti dentro, il film dove Sordi interpreta un magistrato incorruttibile. Il protagonista finisce per cadere vittima del sistema che combatte e alla fine si chiede se non ci convenga “accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione”. Ai posteri l’ardua e amara sentenza.

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