mercoledì 13 febbraio 2013

Consummatum est. Retroscena e implicazioni della resa di Papa Benedetto XVI

Le dimissioni del Papa sono state un fulmine a ciel sereno. Peggio, un forte terremoto. Hanno provocato sconcerto, smarrimento e dolore ma anche una gamma di sentimenti deprecabili e tanta ironia gratuita. Non accadeva da oltre sei secoli che il Pontefice rinunciasse al soglio di Pietro. L’ultimo dimissionario era stato Gregorio XII, in carica dal 1406 al 1415. Prima di lui, avevano rinunciato altri cinque Papi, fra cui Celestino V, che abdicò nel dicembre 1294 dopo appena quattro mesi di pontificato. Di lui, Dante scrisse che “fece per viltade il gran rifiuto”. Ora, per quanto il Codice di Diritto canonico (canone 332, comma 2) contempli la possibilità che il Papa si dimetta, è normale che il gesto di Ratzinger sia apparso ai più abnorme. C’è chi l’ha ritenuto inedito e inverosimile. Invece, esistono dei precedenti e ha una sua logica. Già, ma quale? 
Molte persone mi hanno chiesto cosa penso della rinuncia di Benedetto XVI e se anche nel suo caso, come per Celestino V, si può parlare di viltà. Dopo avere riflettuto e fatto indigestione di commenti nazionali e internazionali sull’accaduto, sono arrivato alle mie conclusioni. Si tratta di convinzioni personali ma forse non originali. In sostanza, condivido il pensiero di alcuni illustri esperti di fenomenologia ecclesiastica. In primis, ritengo che la sua decisione non sia vile ma coraggiosa. Ratzinger merita rispetto per la dignità del suo gesto, che sarebbe assurdo definire una “fuga”. Credo che il Papa abbia deciso di “scendere dalla croce” (cosa che non fece un Giovanni Paolo II stanco e malato, come ha rimarcato il cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz, che di Wojtyla fu il segretario personale) per compiere a sua volta un gran rifiuto che ha il profumo dell’estremo sacrificio. Penso abbia agito per il bene della Chiesa. Ha cercato di rimettere Cristo al centro della Chiesa con un atto di libertà e insieme di estrema ribellione alla nomenclatura ecclesiastica. Purtroppo, il suo tentativo è anche una resa senza condizioni. E qui, è il caso di evidenziare i retroscena delle sue dimissioni, che non sono segreti. Da tempo, la Chiesa cattolica apostolica romana è un campo di battaglia, un nido di serpenti, un’arena dove si affrontano forze antagoniste. C’è una curia nefasta, conservatrice, malata di potere e non solo. È la corrente che ha portato la Chiesa alla deriva e l’ha allontanata ulteriormente dal popolo dei fedeli. È la Chiesa, tanto per intenderci, dei preti dediti ai giochi finanziari, schiavi della lussuria, misogini e velenosi come scorpioni. La Chiesa degli alti prelati faccendieri e pedofili che hanno tradito Gesù e il Vangelo e rimpiangono il potere temporale dello Stato della Chiesa. È il cuore di tenebre del Vaticano. Sul versante opposto c’è una nuova Chiesa, composta da uomini di Dio che hanno compreso che la barca di San Pietro deve cambiare rotta per uscire dalla tempesta, per non naufragare e sparire, inghiottita dai flutti del relativismo e della sua crisi senza fine. I membri della nuova Chiesa sono consapevoli che il mondo è cambiato ma la vecchia Chiesa no, resta ancorata alle sue convinzioni, ai suoi sbagli, alle sue dottrine obsolete, ai suoi vizi insopportabili. Come disse in un intervista il cardinal Martini poco prima di morire “la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni”. I fautori del rinnovamento sanno che bisogna prendere il coraggio in mano e riformare radicalmente l’istituzione. Come? Permettendo ai sacerdoti di sposarsi e alle donne di assumere ruoli fino ad ora preclusi. Spazzando via il marcio. E magari iniziando a distribuire le proprie ricchezze ai poveri. Non sarebbe male, ad esempio, se la Chiesa vendesse alcune proprietà immobiliari e col ricavato costruisse diecimila pozzi in Africa. Il Papa sa di questa lotta fra il bene e il male. Si è trovato nel mezzo della titanica faida. Ha cercato di cambiare la Curia romana, viziosa e corrotta, ma ha fallito. S’è reso conto di non avere la forza né il potere per infondere nuova linfa al cattolicesimo, che è in agonia. Forse non ne aveva le capacità. Ci voleva un guerriero carismatico e insieme diplomatico e non un fine studioso per riuscire nell’impresa di stanare Satana e le sue orde dal Vaticano. Sta di fatto che Ratzinger si è arreso e la sua resa, che si presta a tante interpretazioni e qualcuno ha definito un “vulnus”, una ferita per la Chiesa, mette a nudo la crisi di governo della Chiesa stessa, il grave conflitto interno costellato di intrighi, manovre, dissidi e tradimenti. Nemmeno fossimo ai tempi dei Papi simoniaci e dei Borgia, della santa inquisizione e delle crociate contro i pagani. Di questo conflitto, una vera guerra fra i cardinali, parlerò in modo approfondito più avanti, in prossimità del conclave, che mai come questa volta potrebbe essere un Armageddon. Ma torniamo agli eventi di queste ultime ore. S’è fatta anche l’ipotesi che Ratzinger si sia dimesso per motivi di salute. È vero che soffre di cuore e che tre mesi fa, nel riserbo assoluto, è stato sottoposto a un intervento chirurgico nella clinica romana Pio XI. Pare che i suoi problemi cardio-circolatori gli provochino una dispnea che lo affatica e debilita. Ci sta ma le condizioni cliniche di Giovanni Paolo II erano di gran lunga peggiori delle sue eppure non mollò la presa. Al massimo, le condizioni di salute di Ratzinger potrebbero averlo indebolito ma non indotto a uscire di scena in modo così clamoroso. Insomma, sul Papa veglia lo Spirito Santo, che non può essersi dissociato a causa di un pacemaker o della stanchezza psicofisica. Una cosa è certa: la dimissione di Benedetto XVI è il paradigma di una Chiesa allo sbando, incapace non solo di cambiare marcia ma anche di fronteggiare la crisi morale e spirituale dei nostri tempi. La Chiesa ha abdicato prima del Santo Padre. Ha spezzato il cordone ombelicale che la univa all’assemblea dei fedeli. Ha dato ripetutamente scandalo, sia sul piano morale e sessuale che su quello economico-finanziario. Si è mostrata debole, ottusa, farisea. Da tempo, ha rinunciato ad essere la guida degli uomini di buona volontà, che si sono allontanati, svuotando le chiese, e il fatto che il suo leader sia stato costretto a cedere le armi sta a significare che la cancrena ha ormai corroso le difese immunitarie del sistema. Tra le possibili implicazioni del gran rifiuto del 256esimo Papa della Chiesa cattolica c’è la fine della Chiesa stessa, evitabile solo con la sua palingenesi. Dipenderà dall’esito del conclave ma di ciò, ripeto, scriverò in seguito. 
Voglio concludere citando una frase del Papa dimissionario che la dice lunga. “La Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo”. Mi domando se Benedetto XVI lo pensasse veramente. In ogni caso, consummatum est. La sua resa indica che non crede più alle favole.

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