giovedì 7 febbraio 2013

Viviamo in una società alla deriva, aggrappati a una barca capovolta

Cominciamo col fatto. Nel mese di dicembre 2012 (ma lo scopro solo ora perché i giornali nazionali, ossequiosi allosceno principio del politically correct, non hanno dato risalto alla notizia) si è verificato a Padova, nella centrale Piazza dei Signori, un episodio di cronaca nera che in sé è modesto, quasi banale, ma le cui ripercussioni sono emblematiche. Ebbene, una ragazza di diciannove anni ha subito pesanti avances da un extracomunitario, che non solo le ha messo le mani addosso ma le ha infilate fra le sue cosce. Il suo ragazzo, che era presente, è intervenuto al fine di difenderla ed evitare l’abuso sessuale lanciando contro il molestatore un oggetto che teneva in mano. L’ha colpito alla testa. L’extracomunitario, di nazionalità tunisina, è stato trasportato in ambulanza all’ospedale da cui, una volta medicato per la lieve ferita, è scappato. È probabile fosse un clandestino senza permesso di soggiorno. L’episodio, ennesima puntata di una storia infinita fatta di stalking e violenze sessuali che le donne subiscono sempre più frequentemente per strada, si sarebbe chiuso lì se non fosse che al danno (psicologico) si è aggiunta la beffa (penale). In sostanza, non si sa come e grazie a chi, il tunisino ha presentato una querela per lesioni aggravate contro il fidanzato della ragazza, la quale, nel frattempo, lo aveva giustamente denunciato per molestie. Il tunisino s’è dato alla macchia, è introvabile. Immagino che la farà franca. Mentre il ventiduenne studente universitario padovano che ha difeso la sua ragazza dovrà affrontare un processo penale. Rischia una pena dai sei ai dodici anni nonostante abbia agito per legittima difesa. La speranza che il caso sia archiviato esiste ma ciò dipende dal buon senso di chi lo valuterà. Quel che è certo, è che se a occuparsene sarà un magistrato di sinistra, un prode paladino dei diritti dei mascalzoni purché extracomunitari, possibilmente arabi e clandestini, è facile che la giustizia sarà vilipesa ancora una volta, in nome del falso buonismo e del capovolgimento dei valori, dei principi e delle logiche. Fortunatamente, il ragazzo non ha precedenti penali, non è una testa calda. Si è comportato come l’istinto gli dettava. A meno che, in nome dell’accoglienza e dell’integrazione, abbia sbagliato a difendere la sua ragazza. Forse avrebbe dovuto agire diversamente, dire al molestatore: “Prego, si accomodi!”. 
Così va il mondo. Non c’è limite all’assurdo. Viviamo in una società alla deriva, su una barca capovolta. Non solo non abbiamo più la certezza d’essere rispettati e protetti dalla Costituzione e dalle leggi, ma subiamo gli effetti di quella perniciosa mainstream di cui ho parlato in un post precedente. Il flusso delle idee dominanti travisa la realtà, offende la verità, crea il caos. L’episodio che è avvenuto a Padova è lo specchio in cui rifletterci tristemente e riconoscere che siamo in pericolo. La gente per bene è confusa, delusa e si sente minacciata, abbandonata da chi dovrebbe far rispettare diritti e doveri. Lo ripeto, viviamo come naufraghi aggrappati a una barca capovolta. È un mondo al contrario, rovesciato come una tartaruga in balia dei predatori quello in cui cerchiamo di sopravvivere con la speranza che i barbari non trionfino. Ma verranno tempi migliori? Le tendenze sono preoccupanti. È come se qualcuno ci volesse sempre più deboli, indifesi, incolleriti. Quello che mi fa arrabbiare maggiormente, a fronte di un fatto che è avvenuto a Padova ma domani potrebbe capitare ovunque, anche a Como, una città dove una volta ci si poteva dimenticare di chiudere a chiave la porta di casa e che oggi è come la Tucson del Far West, è che la legge sta sempre dalla parte dei ribaldi, a meno che il magistrato chiamato a decidere non sia condizionato da quella triste ideologia che ha trasformato l’Italia in un Paese senza diritto, in uno Stato poliziesco, in una terra dove i rapaci e i banditi spadroneggiano e certi politici li fiancheggiano. 
Ne ho le tasche piene. Sono stanco di sentir parlare dei diritti degli stupratori maghrebini, dei poveri nomadi rumeni, degli spacciatori sudamericani e via di seguito. Sono stanco di vedere negata la casa alle famiglie italiane indigenti perché è stata occupata abusivamente da gente venuta dall’Africa, di vedere gli anziani andare nelle mense degli istituti religiosi perché non hanno i soldi per comprarsi da mangiare, di subire i ricatti di chi si sente protetto e da vittima si fa carnefice, tanto non rischia nulla. Guai a chi tocca Caino! Mai sentita una parola d’ordine più scema. Guai a chi tocca Abele, piuttosto! Giù le mani dal ragazzo padovano che ha fatto quello che io e ogni vero uomo avremmo fatto e rifatto cento volte, perché è un diritto farsi rispettare e difendere chi si ama. Sarebbe il caso di raddrizzarla la barca capovolta, prima di affondare definitivamente.
Un’ultima nota personale per chiarire il fatto che il mondo è sottosopra. Sono un volontario del 118 e tutte le settimane presto servizio sull’ambulanza che fa servizio d’emergenza. Spesso mi capita di intervenire per “salvare” un reietto ubriaco o violento. Quasi sempre è extracomunitario e nel tentativo di prendergli i parametri vitali (pressione, frequenza, saturazione, ecc) per valutare se portarlo al Pronto Soccorso, vengo minacciato e offeso pesantemente. Mi va bene se il mio “assistito” non mi strattona o mi sputa in faccia. Quando esagera ti viene spontaneo essere un po’ energico e allora lui diventa improvvisamente lucido e ti apostrofa con frasi del tempo: “Non toccarmi, io conosco i miei diritti”. Capito? Caino conosce i suoi diritti. Peccato non conosca i suoi doveri né rispetti le nostre leggi. Questa è la realtà. Comanda Caino, che va servito e riverito. Pensare il contrraio non è politicamente corretto. Non mi scandalizzerei se un giorno mi scappasse di comportarmi come lo studente di Padova. 
Esiste un diritto di guerra come esiste un diritto di pace – pare abbia detto il condottiero romano Furio Camillo, come riporta Tito Livio nelle sue Storie. Non so perché ma ho come l’impressione che siamo in tempo di guerra. Una guerra non dichiarata ma reale, senza quartiere.

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