giovedì 21 marzo 2013

Addio Pietro, eroe di un'Italia con le ali ai piedi

Pietro Mennea, l’uomo più veloce d’Italia, ha perso la sua corsa contro il cancro. Adesso, finalmente, ha modo di sfidare i levrieri con le ali sulla pista dello Stadio Olimpico dei Cieli. Per quelli come me che lo videro trionfare alle Olimpiadi di Mosca e poi infrangere il record mondiale dei 200 m. a Città del Messico, Menna resta una sorta di supereroe. Non aveva i muscoli e la statura dei giganti americani e caraibici e non ricorreva ai beveroni e agli ormoni come i velocisti dei Paesi dell’Est Europa. Insomma, non aveva le phisique du rôle eppure era un fuoriclasse imprendibile. Con la sua struttura fisica nervosa e quasi gracile incarnava il miracolo all’italiana. Si racconta che a quindici anni, a Barletta, dov’era nato, sfidò una Porsche e un’Alfa Romeo su un percorso di 50 m. Le batté entrambe, guadagnandosi 500 lire per pagarsi un panino o il biglietto del cinema. Pietro era un predestinato, un Mercurio con le ali ai piedi, e la sua epopea ebbe inizio nel 1980. In quell’anno mi laureavo, mi sposavo e iniziava non solo per me ma per milioni di italiani la grande avventura degli anni Ottanta. Anni che ricordo come l’era in cui anche l’Italia aveva le ali ai piedi. Nel 1982 era Presidente della Repubblica quel galantuomo di Sandro Pertini e vincemmo i Campionati Mondiali di Calcio. Che momento epico, paradigma di una società fiera, allegra e vincente! 
Nel ricordare con grande commozione la scomparsa prematura della “freccia del Sud” non mi soffermerò sulle sue glorie sportive e umane. In queste ore ne parlano soprattutto i giornalisti sportivi, ben più accreditati di me a tessere lodi e inneggiare peana. Io voglio approfittarne per un piccolo, semplice sfogo personale. Lo confesso, rimpiango gli anni Ottanta. Non perché sono un laudator temporis acti o perché ero giovane e pensavo di conquistare il mondo. È perché vivevo in un Paese vivo. Ho nostalgia del periodo storico in l’Italia era una delle grandi potenze mondiali, una nazione libera e rispettabile che mai avrebbe immaginato, un giorno, di rinunciare alla sovranità nazionale e alzare bandiera bianca. Oggi è di moda demonizzare gli anni Ottanta, definirli con disprezzo “anni di plastica”. Idiozie! In confronto all’epoca scialba in cui viviamo come se fossimo anestetizzati, erano straordinari. Va bene, si dirà, qualunque periodo dal dopoguerra in poi può essere considerato più vivace dell’attuale, che è dominato dal pessimismo, dalla mediocrità, dallo scoraggiamento, dal default delle idee. Ma vuoi mettere il benessere di oggi con quello di 30/40 anni fa? Ce lo metto eccome e il confronto, impietoso, penalizza l’oggi. Ai tempi in cui Mennea vinceva, anche l’Italia era vincente. Adesso non lo è più, è una nobile decaduta e perdente. Gli anni Ottanta, per chi li ha vissuti, restano l’età dell’oro, in cui eravamo frementi, intraprendenti, fiduciosi. In quel tempo il Paese cambiò pelle. Fu infatti il decennio di una svolta radicale negli usi, nei costumi e nelle ambizioni. Le televisioni commerciali, producendo nuovi e spesso inutili bisogni, modificarono la nostra forma mentis e di conseguenza un cambiamento antropologico che ha poi portato per difetto di misura a una sorta di deriva. In realtà, fu il decennio successivo, la lunga marcia verso il nuovo millennio a determinare questa deriva, la crisi e la conseguente, progressiva decadenza degli italiani e dell’Italia. Ed è come se con la fine degli anni Ottanta fossero cadute le ali con cui avevamo cercato di spiccare il volo. Si trattava di un’utopia degna di Icaro. Abbiamo smesso di correre, di volare e di sognare. Ci siamo rassegnati alla nostra pochezza. 
Ma com’erano gli anni Ottanta, gli anni di Mennea? A quelli che non erano ancora nati o troppo piccoli per ricordare, voglio dire che erano all’insegna della creatività, della voglia di vincere e vivere con la fronte alta, della tecnologia che ti cambia la vita (apparvero i primi home e personal computer) e del radicale cambiamento geopolitico (nel 1989 cadde il muro di Berlino). Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e della Thatcher ma anche del craxismo e sebbene questa etichetta oggi puzzi di infamia, ricordo che il denaro circolava a fiumi, l’iniziativa veniva premiata, l’immagine del nostro Paese nel mondo era forte e rispettata. Andavamo fieri di essere italiani. Italians do it better, si diceva. Erano tante le cose che facevamo meglio e i meriti politici, sociali, culturali ed economici di allora sono immensi se rapportati ai demeriti di oggi. Basti pensare che la Fiat era la più importante casa automobilistica europea insieme alla Volkswagen, che avevamo ancora una grande industria e che il nostro debito pubblico era modesto. Ma già nel 1985, per una sorta di premonizione, cantavamo “l’estate sta finendo”. Come Icaro, per eccesso di ebbrezza, di lì a pochi anni ci saremmo avvicinati troppo al sole e le ali di cera si sarebbero sciolte. Pur tuttavia, di quel periodo non dimenticherò mai l’entusiasmo e il sorriso sulle labbra della gente. Sono scomparsi entrambi, sostituiti dalla rassegnazione, dalla rabbia, dal ghigno triste di chi ha paura di perdere quel poco che gli resta e che lo Stato e l’Agenzia delle Entrate cercano di rubare. 
Nell’ora della sua scomparsa, vedo in Pietro Menna l’espressione più sorprendente di un decennio che ha il sapore delle imprese garibaldine. E mentre rivedo il filmato della sua incredibile e vittoriosa rimonta sul britannico Wells nella finale dei 200 m. delle Olimpiadi di Mosca, mi prende un groppo alla gola. Che nostalgia di quell’Italia volitiva immortalata nell’urlo liberatorio di Tardelli ai mondiali di Spagna o nelle braccia alzate al cielo di Saronni a Goodwood! Per tacere dei tanti successi in campo sociale, culturale ed economico. 
Addio Pietro, eroe buono e testardo di un’Italia che sapeva gettare il cuore oltre l’ostacolo! Anzi, arrivederci.

C'è un fantasma che vaga nell'Oceano Atlantico

Secondo una leggenda dorigine nordeuropea, chi naviga per i sette mari può imbattersi nell’Olandese Volante, che non è un aeronauta dei Paesi Bassi o un pattinatore su ghiaccio (disciplina sportiva in cui gli olandesi primeggiano) ma un vascello fantasma che solca i mari per l’eternità, senza meta, con un equipaggio di spettri condannati a non fare ritorno a casa. L’origine di questo mito è incerta ma la storia è stata resa popolare dall’opera lirica Der Fliegende Holländer (1840/41) di Richard Wagner e dal romanzo The Flying Dutchman on Tappan Sea (1855) di Washington Irving. 
È solo un mito? Certamente, per quanto spesso la realtà si ispiri alla fantasia. In questo momento, ad esempio, si sa che una nave fantasma vaga nelle acque settentrionali dell’Oceano Atlantico. È una vecchia nave da crociera lunga 90 m. la cui storia è avvincente. Si chiama Lyubov Orlova, come un’attrice stella del cinema russo degli anni Trenta. Ma vediamola brevemente questa storia. La MV Lyubov Orlova fu costruita nel 1975 in un cantiere navale della ex Jugoslavia per conto della Far East Shipping Company, compagnia armatrice di Vladivostok. Entrò in servizio nel 1976 come nave da crociera nei mari ghiacciati dell’Artico e dell’Antartide. Rinnovata, a partire dal 2000 fu utilizzata per alcune spedizioni marine. Nel 2010 fu sequestrata dalle autorità canadesi per irregolarità finanziarie. Rimasta attraccata tre anni nel porto di St.John, sull’sola di Terranova, la nave russa è stata destinata alla demolizione nella Repubblica Domenicana. Il 23 gennaio 2013, il rimorchiatore Charlene Hunt ha iniziato a trainarla verso la sua ultima meta ma il cavo di rimorchio si è spezzato e ogni tentativo per recuperarla è fallito finché la Lyubov Orlova, entrata in acque internazionali, è stata abbandonata al suo destino. Da allora, è un relitto col transponder spento alla deriva nell’oceano (nessuno ha interesse a rintracciarla e salvarla) di cui non si conosce l’esatta posizione. Pare che le correnti la stiano spingendo verso l’Irlanda. Ma potrebbe entrare in collisione con un iceberg, un peschereccio o una nave mercantile. Senza guida, potrebbe anche affondare, travolta dalle onde. Come l’Olandese Volante costituisce una minaccia virtuale per chiunque è in mare. Le ultime notizie risalgono al 1 marzo. Un segnale radio EPIRB (Emergency Position Indicating Radio Beacon) emesso dalla Lyubov Orlova a 110 miglia nautiche a NE dal porto di St.John è stato captato da una stazione canadese. Allora c’è qualcuno a bordo? – si è tentati di credere in prima battuta. Che si tratti di fantasmi? No, si tratta più semplicemente di un SOS automatico. Potrebbe indicare che la nave fantasma è colata a picco. L’EPIRB, infatti, è un dispositivo che si aziona automaticamente quando entra in contatto con l’acqua salata. 
Eppure, fermo restando che le uniche forme di vita presenti a bordo sono i topi, la Lyubov Orlova sta sollecitando l’immaginazione di tante persone nel mondo, tant’è che su Facebook si è formato un gruppo che ne segue la vicenda e anche il merchandising se ne occupa. Questo vascello fantasma contemporaneo richiama alla memoria una ricca letteratura e una casistica formidabile. Ho già parlato dell’Olandese Volante, un’imbarcazione varata dalla mente. Era invece una vera nave fantasma la Mary Celeste, che fu trovata abbandonata nell’Oceano Atlantico fra il Portogallo e l’arcipelago delle Azzorre nel 1872. La nave era intatta ma l’equipaggio scomparso. Del suo comandante, il capitano Briggs, e dei marinai non v’era traccia. Ancora oggi, il caso è avvolto nel mistero e suscita perplessità il fatto che l’ultima annotazione sul diario di bordo risalisse al giorno precedente il suo ritrovamento. La Mary Celeste ha ispirato Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes. La sua opera J. Habakuk Jephson’s Statement è infatti ispirata all’enigma del brigantino canadese che è un po’ il capostipite delle navi fantasma. Un altro caso famoso quello del mercantile americano Jovita, che imbarcava 9 passeggeri oltre ai 16 membri dell’equipaggio, e fu ritrovato intatto ma con nessuno a bordo nell’Oceano Pacifico del Sud. L’elenco è lungo e nomi come Zabrina, Baychimo, Shooner Jenny, Jiang Seng, Bel Amica, Carroll A. Deering evocano negli appassionati di storie marine suggestioni che potrebbero ispirare romanzi di successo o poetiche ballate. A tale proposito, fosse qui oggi Samuel Taylor Coleridge, autore della splendida The Rime of the Ancient Mariner (1798), la MV Lyubov Orlova gli fornirebbe lo spunto per un racconto avvincente. Il vecchio marinaio della sua ballata scorge una nave fantasma in lontananza e quando essa si avvicina distingue due passeggeri: Death (La Morte) e Life-in-Death (Morte-in-vita). Il primo vince la vita della ciurma, l’altra quella del vecchio marinaio. I duecento membri dell’equipaggio muoiono mentre il vecchio marinaio, reo di avere ucciso un albatros, sopravvive per 7 giorni e 7 notti prima d’essere soccorso da un battello. Quale potrebbe essere la trama di un racconto sulla Ljubov Orlova e chi potrebbe scriverlo? È ininfluente saperlo. La domanda appassiona più della risposta. 
È più interessante chiederci perché ci affascinano ancora le storie delle navi fantasma, dall’Olandese volante alla Ljubov Orlova passando per la Mary Celeste. Quali leve emotive azionano? Quali paure ancestrali o curiose aspettative risvegliano nei nostri animi abituati agli effetti speciali? Il fatto che io sia rimasto colpito dalla notizia che una nave da crociera-rompighiaccio condannata a morte vaghi nell’Oceano senza equipaggio, come se il suo spirito si ribellasse al destino, dimostra che l’overdose di azione cui ci hanno abituato il Cinema e la TV non ci appaga del tutto. La realtà ci emoziona più della fiction quando varca i confini del banale. Abbiamo bisogno delle navi fantasma come dei castelli infestati dagli spettri, degli incontri ravvicinati con gli alieni e dei mondi paralleli come Avatar e Upside Down. Abbiamo bisogno di sognare, fantasticare, credere che la vita non sia fatta solo di impegni, scadenze e bollette da pagare, rituali monotoni, abitudini ed eventi logici. Conserviamo in un angolino dell’animo una stanzetta dedicata alle favole, ai ricordi, alle letture epiche, al vagheggiamento di una vita avventurosa, inimitabile. Basta che un vascello fantasma si smarrisca nell’Oceano a dispetto del satellite e del GPS che ci segue anche quando ci chiudiamo in bagno, per rinnovare in noi il sentore che la vita può essere imprevedibile oltre che misteriosa. Non serve affrontare il pericolo per esserne certi. È sufficiente aprire la mente. Credo che ogni uomo abbia il dovere di non restare insensibile di fronte a una nave fantasma. Essa ci ricorda infatti che la fantasia è più importante della conoscenza, come seppe intuire Albert Einstein.

sabato 16 marzo 2013

I due marò e l'India dei falsi guru e dei gradassi

Conosco l’India e gli indiani. Ci ho lavorato a lungo, importando prodotti ayurvedici. Ho un ricordo indelebile del mio primo incontro con l’imprenditore locale con cui stipulai una partnership che è durata dodici anni. Il negoziato sembrava una partita a scacchi e non potei fare a meno di notare la curiosa abitudine di quel popolo, che per dire di sì scuote la testa esattamente come quando noi vogliamo dire di no. Mi venne da pensare che per i devoti della Trimurti gli accordi siano sempre con riserva, che è normale per loro rimangiarsi la parola o giocare sui malintesi pur di fregare il prossimo. Temporeggiavo e il venditore mi chiese perché non accettassi le sue condizioni, che definì eccellenti. Risposi col sorriso sulle labbra ma senza peli sulla lingua: “Perché voi fate gli indiani, siete bravi a imbrogliare la gente”. Quello che sarebbe diventato il mio fornitore replicò: “Mi hanno messo in guardia che voi fate gli italiani, cioè i furbi”.
Questo aneddoto potrebbe illustrare la pochade dei marò italiani, prima attirati con l’inganno in un porto del Kerala, poi accusati dell’omicidio di due pescatori avvenuto in acque internazionali, sequestrati dalle autorità indiane e finalmente liberi in Italia, per cui il governo indiano minaccia ritorsioni politiche ed economiche se non riconsegneremo loro le vittime sacrificali, destinate all’altare della dea Kalì. Voglio subito chiarire il mio punto di vista sulla faccenda, che è una pantomima all’insegna dell’inganno, della strumentalizzazione e delle figure barbine. Va da sé che i marò sono vittime di un sopruso inaccettabile, la loro odissea è vergognosa. Ma è altrettanto vero che il nostro governo si è mostrato debole, pusillanime, vigliacco. Qualunque altra nazione con un minimo d’orgoglio avrebbe risolto il caso da tempo. Anzi, non ci sarebbe stato nessun caso. Ve lo immaginate il comandante di una nave americana, cinese, britannica, francese o anche turca su cui sono imbarcati dei militari di guardia che cade nel trabocchetto di entrare nelle acque territoriali indiane, attracca in un porto del Kerala e consegna alle autorità locali due dei suoi? Fantascienza. Noi l’abbiamo fatto. Siamo stati ingannati, è stato scritto. Allora non siamo furbi, siamo solo dei polli. La decisione di non rimandare in India i marò perché siano processati dalla Corte Suprema indiana – una legittima soluzione che però va a scapito dell’onore – riabilita in parte i cacasenno del nostro ministero degli Esteri. Dovevamo reagire molto prima, con fermezza. Così diamo l’impressione di esserci rimangiati la parola, di avere agito con “perfidia” come hanno scritto i media indiani. Facciamo fare ai bari la figura degli onesti. È ridicolo che l’accusa di scorrettezza parta da un popolo la cui natura è trattare e ritrattare continuamente e in modo snervante. Meno male che abbiamo avuto un rigurgito di orgoglio, ci siamo ribellati al ludibrio pubblico e politico cui ci hanno sottoposto i rappresentanti di una nazione il cui sistema politico-giudiziario è persino più caotico, corrotto e arrogante del nostro. 
Adesso l’India si sente offesa e gonfia il petto puntandoci il dito addosso con fare minaccioso. Mamma mia, che paura! Ci aizzeranno contro gli elefanti o le tigri del Bengala? Oppure lanceranno su di noi i missili puntati sul Pakistan? Forse ci hanno preso per lo Sri Lanka o il Bangladesh e pensano di spaventarci. Forse confidano nel fatto che sono tantissimi (1.2 miliardi di persone) e più arroganti, prepotenti, nazionalisti e incivili di noi. Personalmente, forte della mia esperienza indiana, non mi stupisco della piega presa dagli eventi. Loro sanno di essere un Paese emergente, una potenza mondiale, e applicano il principio: a ragione o a torto, è la mia patria. Hanno torto, è chiaro, ma devono mostrare i muscoli per ragioni geopolitiche. Si rivolgono come bulli a Roma affinché Islamabad e Pechino intendano. La questione rischia di trasformarsi in una prova di forza. Che fare? Dobbiamo spernacchiarli. L’India è il Paese dei falsi guru ed è normale che il governo indiano voglia gettare fumo negli occhi del mondo. Fanno i prepotenti con noi perché hanno paura. “L’assenza di paura non significa arroganza o aggressività. Quest’ultima è in se stessa un segno di paura” ha lasciato scritto Gandhi. Se così non fosse, il caso dei marò si sarebbe già risolto diplomaticamente. Al governo di Delhi, che lascia morire ogni giorno diverse migliaia di indiani per fame, sete e malattie, non gliene importa nulla dei due pescatori uccisi. Gli importa mostrare al resto del mondo che l’India ha il diritto di entrare nel club esclusivo degli stati imperialisti. Hanno paura di restarne fuori se non mostrano una volontà di potenza adeguata allo standard dei paesi insolenti come lUsa, la Cina e la Russia. Che dovremmo fare? – ripeto. È semplice, mantenerci fermi sulle nostre posizioni, affidarci a un arbitrato internazionale e rispondere per le rime qualora i cinici gradassi che governano l’India come se fossimo ancora al tempo dei Moghul decidessero di espellere il nostro ambasciatore e minassero le relazioni commerciali. 
A proposito, cosa rischiamo se il business con l’India si sgonfia? Numeri alla mano (e qui rendo merito all’India di avere inventato l’ingegnoso metodo di esprimere i numeri per mezzo di 10 simboli) c’è da chiarire prima di tutto che l’Italia è all’ottavo posto mondiale nella classifica del Pil nazionale, mentre l’India è al decimo. Dunque ci portino rispetto. Poi, nel biennio 2011-12, noi abbiamo importato dall’India beni per 4.883,09 milioni di dollari e abbiamo esportato beni per 5.427,17 milioni di dollari. Il saldo commerciale con l’India è positivo. Pur tuttavia, nel 2012, a seguito delle tensioni fra i due Paesi, il calo dei rapporti commerciali è stato sensibile: le esportazioni di merci italiane in India è calata del 10,3% e le importazioni dall’India sono crollate del 21,5%. Se, per assurdo, l’India decidesse di non comprare più i nostri macchinari, aerei, elicotteri, prodotti chimici, autoveicoli, tubi e altri prodotti in metallo, capi di moda, armi, apparecchi elettrici e mobili, ci danneggerebbe più di quanto non riusciremmo a fare noi se non acquistassimo più i manufatti indiani, cioè tessuti (seta e cotone), prodotti di artigianato, articoli etnici, zucchero, gioielli, pietre e frutta esotica. Ma non sarebbe un danno così grave da farci pentire di avere agito dignitosamente, per quanto le 400 aziende italiane che operano in India (fra cui Eni, Fiat, Piaggio, Merloni, Pirelli, Italcementi, Luxottica) la pensino diversamente. Per ripicca, potremmo toglierci la soddisfazione di rispedire a casa i lavoratori indiani clandestini e sottoporre a verifica fiscale i ristoranti indiani, i centri yoga e gli ashram di matrice induista che sono sorti nel nostro Paese come funghi dopo la pioggia. Nulla di personale contro i seguaci di Sai Baba e gli Hare Krishna, sia chiaro. Inoltre, potremmo vietare i viaggi turistici in India. I circa 200.000 italiani che ci sono stati nel 2012 potrebbero andare in un Paese meno muscoloso. La guerre c’est la guerre! Ovviamente è meglio evitarla questa guerra stupida e inutile. E poiché conosco bene gli indiani, sono portato a credere che se manterremo ferme le nostre posizioni, il governo di Delhi inventerà un excamotage per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal caso dei marò. In India, dove i poveri non si contano, vivono anche moltissime persone ricche. È improbabile che i nuovi maharaja rinuncino ai beni di lusso italiani, su tutti la Ferrari e Armani, per una questione di sciocco orgoglio nazionale. 
Quindi? È solo questione di tempo. Nel frattempo, prepariamoci a vivere momenti esilaranti e insieme di alta tensione. L’India dei falsi guru e dei gradassi strillerà come una cornacchia vilipesa pur di compiacere il partito nazionalista (BJP) e i fondamentalisti hindu. E noi? Auguriamoci che il nuovo governo italiano (quando finalmente sarà insediato e operativo) non faccia il voltagabbana, rinnegando la giusta, attuale presa di posizione del ministero degli Esteri. Tutto ha un prezzo, comunque. Nella peggiore delle ipotesi ci toccherà fare un piccolo sforzo economico per rabbonire gli "amici" indiani. Si dice che l’India abbia trecentotrenta milioni di dei. Non è vero, ne ha almeno uno in più ed è onnipotente: il denaro.

giovedì 14 marzo 2013

Il Conclave, ha vinto la Nuova Energia

Il Conclave è terminato e si tirano le somme. Non ha vinto il mio beniamino, il cardinale di Boston Sean O’Malley, del quale avevo ipotizzato che avrebbe scelto di chiamarsi Francesco I qualora fosse stato eletto Papa. Le chiavi di Pietro le ha ereditate il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, un uomo buono e umile che sta dalla parte dei poveri. A sorpresa, ha assunto il nome Francesco I. La sua elezione ha spiazzato tutti gli indovini, salvo Vittorio Missori, che da grande conoscitore del clero aveva puntato su di lui. Non credevo che Bergoglio potesse spuntarla su avversari più forti e quotati. Nel mio precedente post mi chiedevo: “Sarà riproposto l’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, che contese la vittoria a Ratzinger nel precedente Conclave? Difficile, è troppo vecchio.” Ho sbagliato ma sono contento che il candidato cui concedevo pochissime chances sia diventato Papa. 
Che Papa sarà? Ho come l’impressione che sarà un Pontefice amabile e quindi molto amato dai cattolici e gradito dal mondo intero. Mi è piaciuto il modo in cui si è presentato alla folla dei fedeli. Mi sono piaciuti il suo silenzio, la sua serenità, la sua compostezza, la sua preghiera. Mi piace la sua storia personale. Mi piace che sia il primo Papa del subcontinente sudamericano. Non mi dispiace che sia lui il “Papa nero”. E già, perché in merito a questa predizione c’erano due possibili interpretazioni. Il Papa poteva essere nero per via del colore della pelle o nero d’animo. Nessuno aveva considerato una terza accezione, nemmeno io. Vale a dire che il Papa fosse un gesuita, il primo gesuita che sale sul soglio di Pietro. Il nero è il colore della Compagnia di Gesù, l’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola la cui massima autorità (il preposito generale) è detto “papa nero”. Almeno questa profezia si è avverata; abbiamo un Papa nero ma non come ce l’aspettavamo. Sarà l’ultimo Papa? Speriamo di no. Speriamo che questo Pastore dalla faccia buona e simpatica riporti le pecorelle all’ovile ma soprattutto riconduca la Chiesa sulla corretta via, ripulendola e riformandola. Qualcuno sostiene che è un conservatore e che essere un gesuita sia unaggravante. Beh, per intanto ho letto che cucina da sé, va in bus e ha pagato di tasca sua il conto dell’albergo romano in cui alloggiava. Porta al collo una croce di ferro e ha rifiutato quella doro massiccio ostentata dallalto clero. Non male. È presto per dire se sarà capace di dare uno scrollone al palazzo e mettere in vendita i beni di casa per provvedere a chi muore di fame. Possiamo solo augurarci che l’Universo gli dia il vigore, il coraggio e il discernimento di cui ha bisogno il nocchiero in un mare in burrasca. Dovrà affrontare Capo Horn in tempesta. 
Chi si aspetta da me una disanima più approfondita del nuovo Papa resterà deluso. Non serve parlarne. Lo stanno facendo in tanti e qualcuno con grande competenza e intelligenza. Io voglio fare una riflessione diversa, che nessuno ha ancora proposto e dubito lo farà. In attesa di sapere come si sono svolte le manovre elettorali nel Conclave, e in particolare di capire come si è arrivati alla scelta finale (è stato un compromesso o un esito condiviso fin dal principio?), voglio rimarcare con soddisfazione che nella Cappella Sistina, dove si fronteggiavano il partito della Curia romana e i riformisti, ha trionfato la Nuova Energia. Singolare è certamente il fatto che il “nuovo” sia incarnato in un uomo di 76 anni. Ma come diceva Santa Teresa di Lisieux “l’età non conta nulla agli occhi del buon Dio”. Ella aggiunse “e farò in modo di restare una bambina piccola, anche vivendo molto a lungo”. Ecco, a me pare che Francesco I abbia l’età dei suoi occhi, del suo sorriso, della sua semplicità. L’anagrafe dice che è vecchio, in realtà è rimasto un bambino. È giovane dentro e se Dio vorrà lo manterrà integro per tanti anni, almeno finché non avrà svolto il suo compito, che si annuncia impegnativo ma stimolante. Francesco I è stato scelto dalla Mente che governa l’Universo e che non dobbiamo immaginare come un immenso cervello ma una luce infinita ed eterna che vibra e insieme risuona. La Mente ha generato la Nuova Energia e la Terra coi suoi abitanti è chiamata non solo a uniformarsi alle nuove vibrazioni ma a produrre a sua volta vibrazioni nuove, caratterizzate da una frequenza più alta. Siamo entrati in una nuova fase, un’era di cambiamenti radicali laddove fino a poco tempo fa temevamo fortemente nel tracollo, nell’apocalisse, nella fine (compresa la fine della Chiesa Cattolica). Credo che questo Papa sarà un rinnovatore a dispetto dell’età, uno strumento della Nuova Energia. Ho la sensazione che gli vorremo bene e apprezzeremo il suo coraggio, la sua sincerità, la voglia di cambiare ciò che deve essere cambiato. Sarà un Papa che seguiremo con affetto. 
Ho un sogno, che si faccia promotore di un nuovo Concilio ecumenico in cui siano affrontati i grandi problemi della fede cristiana e della Chiesa, siano messe in discussione le regole e rivisitati i dogmi che hanno determinato il declino della Chiesa. La Chiesa va svecchiata, mondata, rieducata e riportata al Vangelo, che predica ma tradisce. Perché ciò avvenga, deve smettere di peccare contro natura, di comportarsi come una holding, di adorare il vitello d’oro. Dovrà prendere esempio dall’uomo che la Nuova Energia ha innalzato al ruolo di guida di un popolo smarrito. Dovrà essere povera in mezzo ai poveri, schierarsi dalla parte degli umili, dei perseguitati, di chi cerca Dio e non il potere. Perché la Chiesa si rinnovi e torni alle origini non basterà Francesco I, che dovrà affrontare tanti ostacoli e resistenze. La Curia non vuole cambiare e dovremo attendere a lungo prima che si possa parlare di rivoluzione religiosa ed ecclesiastica. Ma ci sarà. La Nuova Energia è inarrestabile, sta inondando il pianeta con la forza di uno tsunami. Molti non se ne sono ancora accorti. Vivono nella loro dimensione materiale ignorando ciò che sta avvenendo nelle dimensioni superiori, alle quali dobbiamo ascendere. Altri, sono in fibrillazione. Avvertono il cambiamento delle vibrazioni, preludio del cambiamento del mondo. Il vecchio e il marcio saranno spazzati via. Non solo in ambito religioso, ma anche politico, sociale e culturale. 
Questa è la buona novella: il vento che viene dalle stelle soffia nel cuore. Il processo di cambiamento è già in atto e nel volgere di pochi anni sarà tangibile. L’umanità era giunta a un bivio pericoloso, determinante. Ha scelto la vita anziché la morte, malgrado le cassandre e il potere dei distruttori. Siamo entrati nell’era dei nuovi costruttori. Papa Francesco I getterà le fondamenta della nuova Chiesa. La sua elezione è un presagio, un buon segno. È tempo di risollevare la testa e rimboccarsi le maniche. Vale per i vertici della Chiesa come per i politici, gli imprenditori, gli uomini di cultura. Vale per ogni uomo e donna di buona volontà. “Lascia dormire il futuro come si merita” ha lasciato scritto Kafka, che è stato un grande scrittore ma un uomo infelice. Noi dobbiamo risvegliarlo il futuro. Dobbiamo fargli capire che non grava su di noi come una minaccia. Siamo a noi a crearlo non lui a condizionarci. Dobbiamo dunque rinunciare alla decadenza, alla disperazione, alla morte. Dobbiamo scegliere il progresso, la felicità, la vita. È tempo di di abbandonarci al flusso della Nuova Energia. Dobbiamo trasformarci in generatori. 
Auguro al nuovo Papa di essere uno dei generatori più potenti della nuova, irrefrenabile tensione elettrica che sta riaccendendo la speranza di un mondo migliore in milioni di anime consapevoli che ci attende una meravigliosa palingenesi.