venerdì 1 marzo 2013

Italia und Germania, un amore impossibile


Italia e Germania si amano. Anzi, in verità si odiano. Sono corrette entrambe le affermazioni e per comprendere l’ennesima esternazione tedesca contro il Bel Paese e i suoi governati occorre rivisitare la spinosa love-story che coinvolge le due nazioni da tempo immemorabile. Cominciamo coi fatti. L’aspirante Cancelliere teutonico Peer Steinbrück ha commento l’esito delle Elezioni politiche italiane con parole infelici: “Eletti due clown”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è sentito offeso e ha annullato l’incontro previsto con Steinbrück invitando la Germania a rispettare l’Italia così come l’Italia rispetta la Germania. Va da sé che dietro la battuta del rappresentante politico dell’Spd si cela l’evidente nervosismo dei tedeschi, Merkel su tutti, per il fatto che il loro “amico” Monti sia stato trombato e che la sudditanza economico-politica dell’Italia nei confronti della Germania potrebbe scemare. Non è la prima volta né sarà l’ultima che i tognini, o kartoffeln, o mangiacrauti (chi più ne ha più ne metta) sfogano il loro disagio contro di noi. Per altro, il fatto che loro ci chiamino spaghetti, makkaroni e mafiosi indica quale considerazione abbiano di noi. La verità è che noi ammiriamo i tedeschi ma non li amiamo, non li abbiamo mai amati. Loro, i crucchi, non ci stimano, sovente ci disprezzano però ci amano.
Aldilà delle parole, c’è un famoso quadro del pittore tedesco Friedrich Overbeck (1789-1869) che fissa la strana relazione che lega i due Paesi.  Si intitola Italia und Germania e si trova alla Neue Pinakothek di Monaco di Baviera. Nel dipinto sono raffigurate due fanciulle, allegoria delle due nazioni, che siedono l’una accanto all’altra e si tengono per mano. Sono colte in un atteggiamento intimo che esprime chiaramente l’amore bruciante di una di loro (la bionda, che corteggia, cioè l’anima tedesca ardente e volitiva) per l’altra (la bruna, che è corteggiata, anima dell’Italia bisognosa di conforto). Si intuisce dalla ritrosia della fanciulla italiana che si tratta di un amore difficile, incompreso, impossibile. C’è incompatibilità fra le due anime, romantica quella tedesca, e classicista l’italiana. I poli opposti si attraggono e la storia dei rapporti fra Italia e Germania è intessuta di corteggiamenti e respingimenti, lusinghe e tradimenti, amore e odio mai domo. Ma forse i poli non sono poi così opposti: li avvicina il comune spirito idealista e spiritualista, che si oppone a quello materialista e razionalista dell’Inghilterra e della Francia. 
Tutto ha avuto inizio coi Cesari, che passarono il Reno convinti di domare le tribù germaniche come avevano fatto coi Galli, i Britanni e molti altri popoli. Ma i germanici erano tosti e respinsero le aquile.  È certamente casuale ma bizzarro che l’offesa di Steinbrück cada a distanza di 2.000 anni esatti dall’impresa militare del Generale romano Germanico le cui legioni vendicarono la disfatta di Teutoburgo e devastarono il territorio oltre il Reno, infliggendo sconfitte e umiliazioni al re dei Cherusci Arminio. Altri tempi, d’accordo, ma qualcuno glielo ricordi a quell’idiota di Steinbrück. E gli ricordi anche il celeberrimo 4-3 dei Mondiali di Calcio del 1970 e il 3-1 della finalissima di Madrid del 1982. Ai tedeschi brucia particolarmente il fatto che regolarmente gli spezziamo le corna, quanto meno su un campo di calcio. Da allora (intendo l’anno 13 d.C.), gli umori del popolo tedesco nei nostri confronti sono dettati da sentimenti inconfessati. I crucchi ci invidiano il sole, la fantasia, l’allegria, la bellezza e l’antica gloria. Sono attratti dall’Italia e dalla sua luce calda come l’amante è sedotto dall’amata, che tuttavia si concede quando e come vuole e non prova pari amore. Il grande storico Ferdinand Gregorovius, autore del monumentale Storia della città di Roma nel Medioevo, ha giustamente rimarcato che il popolo tedesco e quello italiano hanno condiviso gran parte della loro storia e sono uniti, nel bene come nel male, da un legame doloroso e misterioso che sembra perenne. È vero, siamo uniti alla Germania dalla storia, in particolare dall’idea dell’Impero. Roma passò il testimone alla Germania. Ci unisce anche il fatto che siamo state le due ultime grandi nazioni europee a ricomporci in unità nazionali. Il miraggio dell’impero ha impedito che sorgessero, nella caotica Italia, come nella frazionata Germania, quelle monarchie nazionali che invece nascevano e si consolidavano in Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Danimarca e Svezia. Italia e Germania sono Stati moderni giovani e tormentati. La Germania in particolare, smembrata in due parti fino a pochi anni fa a causa della sua vocazione alle guerre dettate dalla volontà di potenza che insieme all’arroganza e alla mancanza di ironia è una delle caratteristiche del suo popolo.  
Siamo uniti da tante cose ma divisi da altrettante. I tedeschi amano il nostro mare (soprattutto la Riviera Adriatica), la pizza, la Ferrari, la “dolce vita”. Prima che queste cose venissero di moda ci amavano perché siamo come in fondo vorrebbero essere: allegri, creativi, geniali, imprevedibili. I loro intellettuali (da Goethe a Winckelmann, da Hesse a Mann) ci consideravano la Terra Promessa per via dell’Arte e della Letteratura. Attenzione, però. È una prerogativa degli intellettuali tedeschi struggersi per l’Italia, non del Volk germanico, il popolino che all’arte preferisce la birra. Il tedesco medio ci disprezza. Disprezza i nostri emigranti, la nostra inaffidabilità, la leggerezza e la furbizia con cui ci comportiamo. Non potrebbe essere diversamente. Da parte nostra, se è vero che stimiamo i tedeschi per la loro efficienza, disciplina, dignità, forza, compattezza e per la buona amministrazione, è anche vero che non ci sono simpatici e in fondo li consideriamo “rozzi, grossi e stupidi”. 
A tale proposito, mi viene in mente una vecchia barzelletta che rende bene l’idea. In tempo di guerra, un soldato italiano dice ai commilitoni appostati in trincea: “i tedeschi si chiamano quasi tutti Franz. Gridiamo Franz e il primo che si affaccia lo facciamo secco”. Gli altri sono d’accordo e allora lui grida “Franz!”. Spunta la testa di un tedesco che esclama “Ja?”. Boom, il tedesco viene colpito a morte da un cecchino italiano. La storia si ripete altre quattro volte finché i tedeschi capiscono il trucco e cercano di copiare l’idea. Un ufficiale dice ai soldati: “Molti italiani sono napoletani e i napoletani si chiamano tutti Gennaro, proviamo…”. Un tedesco grida “Gennaro!”. Dall’altra parte si leva il grido “Sei tu Franz?”. Il tedesco si alza in piedi “Ja!”. Boom. 
È chiaro che i tedeschi non sono stupidi così come noi non siamo tutti inaffidabili, ma la barzelletta ci ricorda che i luoghi comuni sono un forte deterrente all’amicizia fra i popoli. Quella fra Italia e Germania è oggettivamente difficile. Sulle televisioni tedesche raccolgono applausi i comici locali che fanno il verso agli italiani (ma noi li abbiamo preceduti nel 1974 con la macchietta del professor Kranz di Paolo Villaggio). Nel 2006, su Der Spiegel fu pubblicato un articolo di Achim Achilles sarcastico e razzista nei confronti dell’Italia. Nel 2008, la catena di negozi di elettrodomestici Mediamarkt promosse degli spot pubblicitari vergognosi in cui il comico tedesco Olli Dittrich interpretava un italiano truffaldino. Nel 2010, furoreggiò in Germania la canzone “Nur Italien nicht” il cui testo spiccava per originalità: si offendeva l’Italia con stereotipi triti e ritriti, la pizza, la pasta, la mafia e Berlusconi. L’allora ministro degli esteri Frattini dovette intervenire per evitare un incidente diplomatico. Quest’anno è toccato a Napolitano esprimere l’italica indignazione per il dileggio tedesco. Sono solo gli esempi più recenti di come i tedeschi usino nei nostri confronti atteggiamenti sprezzanti che a ben guardare rivelano un complesso d’inferiorità mai riconosciuto. 
In un discorso tenuto al Reichstag nel 1888, Otto von Bismarck tuonò che “i tedeschi temono Dio ma nient’altro al mondo”. Mentiva. I tedeschi temono l’Italia e gli italiani, e non solo quando cè di mezzo una sfida a pallone. Ci temono perché non riescono a capire cosa abbiamo in testa e come possiamo respingere il loro amore possessivo e autoritario. Ci amano, lo ribadisco, ma come tutti gli amanti non corrisposti o delusi ci detestano. Nel loro immaginario collettivo noi siamo e resteremo quelli dell8 settembre 1943. Il nostro diniego, insieme al nostro stile di vita fatto di improvvisazione e salti della quaglia, mette in crisi la loro sicurezza, che come insegna la storia è fragile e spesso fasulla. 
In Guerra e Pace, Tolstoj rimarcò che “il tedesco è sicuro di sé nel modo peggiore di tutti, nel più energico e nel più ripugnante dei modi, perché si immagina di conoscere la verità, cioè una scienza che s’è inventata lui stesso ma che per lui è l’assoluta verità”. 
Come si può amare a cuor leggero chi è così sicuro di sé da rendersi odioso?

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