sabato 27 aprile 2013

E se tornassimo alla vecchia, cara Lira?

La nostalgia è tanta. La terribile crisi economica che attanaglia il nostro Paese la rende più struggente di giorno in giorno. Ammettiamolo: l'entusiasmo per l’euro è scemato da tempo, abbiamo come l’impressione che la moneta unica europea sia stata una solenne fregatura. Per l’Italia, appartenere all’Eurozona si è, infatti, rivelata una iattura. E non ci vengano a parlare di stabilità. Eravamo più stabili quando stavamo in piedi con la stampella e l’incubo della svalutazione non ci faceva dormire di notte. Adesso stiamo peggio; siamo genuflessi, con le ginocchia appoggiate sui vetri rotti. Cominciamo a rimpiangere la vecchia, cara lira, che era fragile come un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro (il marco tedesco, il franco francese, il dollaro, ecc) ma ci garantiva un diritto cui abbiamo rinunciato sciaguratamente. Parlo della sovranità monetaria, e per estensione della sovranità nazionale. Parlo di una rinuncia che è la vera e profonda causa della nostra crisi infinita. Avendo scelto di entrare a far parte del club dell’euro (scelta che non ha fatto la Gran Bretagna) abbiamo perso la facoltà di “battere moneta”. Lo Stato italiano (come gli altri stati dell’Eurozona) ha concesso in esclusiva questa facoltà alla BCE. La Banca Centrale Europea, unica banca centrale al mondo, è diventata “domina”, cioè sovrana, avendo acquisito il diritto di emettere moneta e prestarla agli investitori internazionali come le banche private da cui lo Stato italiano, castratosi da solo per masochismo, prende i soldi in prestito pagando un tasso d’interesse del 6% circa. Le conseguenze sono note. Primo, la BCE è la vera padrona dell’Europa e agisce come uno strozzino. Secondo, il debito pubblico italiano continua a crescere perché i soldi che lo Stato “avanza” dopo avere pagato i servizi pubblici, i partiti e gli annessi e connessi del mostro onnivoro, servono per pagare gli interessi bancari. Cosa che non avveniva, ovviamente, quando eravamo noi a emettere la moneta e non si parlava di spread. È un circolo vizioso, simile a quello di tante aziende private che hanno chiesto un prestito in banca. Il risultato è che molti imprenditori lavorano solo per pagare gli interessi bancari. In un sistema creditizio divenuto perverso, le banche sono le uniche che ci guadagnano, salvo poi dilapidare il denaro per manifesta coglionaggine e avidità. Non c’è via di uscita nemmeno per lo Stato e i suoi apparati. Il governo può tagliare i costi, continuare ad applicare una sgradevole politica di austerità e in caso di follia aumentare ulteriormente i balzelli. Anche in questo caso il risultato non cambierà, diventeremo sempre più poveri e impediti a causa della BCE, dell'immorale gruppo Bilderberg e dell’euro. Sconteremo in eterno il fio dell’improvvida rinuncia alla sovranità monetaria. 
E se ci riappropriassimo di questa sovranità? Se tornassimo alla vecchia, cara liretta? Intanto, chiediamoci se potremmo farlo e a quale prezzo. Per quanto io non sia un economista e le mie parole potrebbero apparire ridicole agli esperti finanziari, credo che lo Stato italiano abbia le capacità tecniche e politiche per farlo. In sostanza, se volessimo tornare liberi, com’eravamo fino al 31/12/2001, non subire più le assurde influenze estere (Angela Merkel in pole position) e sgravarci progressivamente di ogni debito internazionale, saremmo in grado di arginare la nostra decadenza senza incorrere in un fallimento. Abbiamo esempi cui guardare. Quando l’Argentina, che era “fallita”, si è affrancata dal dollaro americano, ha cominciato a riprendersi e a crescere. Altro esempio: il Giappone ha il debito pubblico più alto del mondo, il doppio del nostro. Ma se ne frega dei creditori e grazie allo yen la sua produzione non ne risente. Conservare la sovranità monetaria ha limitato i danni della crisi mondiale anche alla Gran Bretagna, che non ha rinunciato alla sterlina per orgoglio nazionale e quindi alla propria sovranità. 
Cosa accadrebbe dunque se il nostro governo decidesse infine di traumatizzare la Merkel e gli altri mefistofelici burocrati di Bruxelles annunciando il ritorno alla lira? Intanto, se ciò accadesse non saremmo noi l’inizio della fine. Avrebbero già provveduto al passo indietro e quindi a incrinare il sistema le nazioni che stanno peggio di noi, cioè la Grecia, l’Irlanda e la Spagna. In ogni caso, è certo che il ritorno alla lira comporterebbe sia effetti negativi sia positivi. Cominciamo dai primi. Ci sarebbe un immediato assalto in stile Far West agli sportelli bancari, seguito dall’immediata svalutazione della nuova lira all’apertura delle Borse. Gli stipendi si ridurrebbero e i prezzi salirebbero alle stelle, come l’inflazione e la disoccupazione. I primi dodici mesi dopo l’uscita dall’Eurozona sarebbero traumatici per il popolo italiano, l’instabilità sociale esploderebbe. Fu un trauma (inavvertibile all’inizio) anche l’ingresso nell’Eurozona, per altro. Ricordate? Sulla carta, l’euro valeva 1.936,27. Ma la reale conversione, quella percepita dal nostro portafoglio, fu diversa. Ciò che prima costava 1.000 lire, il giorno dopo costò 1 euro. Fu un trauma, certo, ma principalmente un raggiro, una speculazione, una porcheria. I nostri problemi hanno avuto inizio a causa dell’euro. Quali sarebbero, invece, i vantaggi del ritorno alla lira? Il principale lato positivo sarebbe la svalutazione del debito pubblico e il ritorno alla sovranità monetaria e quindi nazionale. Non saremmo più sotto il giogo dalla BCE, della Germania e dei burocrati di Bruxelles. Il costo del lavoro diminuirebbe e torneremmo competitivi sul piano produttivo, il nostro export decollerebbe, il denaro circolerebbe di nuovo e i consumi riprenderebbero fiato. Saremmo, paradossalmente, “poveri ma belli” come negli anni Sessanta e potremmo, rimboccandoci le maniche, superato il Capo Horn dei primi tremendi dodici mesi, avviarci verso una nuova crescita, forse un nuovo boom economico perché in fondo ci sappiamo fare. Incredibile ma vero, lo Stato potrebbe ridurre il prezzo dei carburanti (l’accisa diverrebbe inutile), rimborsare i debiti della Pubblica Amministrazione con le aziende, tagliare il debito verso molti creditori stranieri e avviare le partiche per un default pilotato. Come? Rimborsando solo i cittadini italiani possessori di BOT e CCT e fregandosene degli investitori stranieri, che non hanno fatto altro che ostacolarci, biasimarci, giocare contro di noi. Sarebbe una bella soddisfazione, un italian job coi fiocchi. Che potrebbero farci i cornuti che godono della nostra sofferenza? Un altro effetto certo è che con il ritorno alla lira si allenterebbe la pressione fiscale. Ah, dimenticavo… se tornassimo alla lira torneremmo protagonisti assoluti della scena.  La storia, infatti, si ricorderebbe dell’Italia come del Paese che ha provocato il collasso dell’Eurozona e il fallimento dell’euro. 
È questo che vogliamo? In realtà, noi vogliamo scendere dal letto di Procuste e spezzare le catene internazionali che ci impediscono di vivere liberi e sereni. Riuscirci è possibile ma a un costo che è giusto mettere in preventivo. Personalmente, se un referendum mi invitasse ad esprimere le mie intenzioni in merito, saprei scegliere fra In e Out. Sono un tipo coraggioso e non sopporto il basto. Chiaro, no? Non è escluso che ci si possa arrivare a un referendum e che ogni cittadino italiano sia chiamato a decidere se far parte dell’Europa o appartenere all’Europa. C’è una sottile ma fondamentale differenza fra queste due prospettive.

giovedì 25 aprile 2013

Leonardo da Vinci e il sapere epidermico

Lunedì 24 maggio è andato in onda sul canale satellitare Fox il primo episodio della fiction televisiva Da Vinci’s Demons, una coproduzione internazionale il cui genere rientra nel fantasy storico. L’ho visto e sono inorridito. Il caso vuole che sia uno studioso di Leonardo da Vinci e che abbia nel cassetto un manoscritto su di lui che confido di pubblicare entro il 2019, quando cadrà il cinquecentesimo anno della sua morte. Perché sono inorridito? Perché questa fiction, ammirevole solo dal punto di vista scenografico, è un timballo che non ha rispetto né riguardi per la verità. Ci mostra un giovane Leonardo totalmente non credibile per non dire assurdo. La sua figura è adulterata, contraffatta in modo grossolano. È un libertino, uno sciupafemmine (seduce addirittura l’amante di Lorenzo il Magnifico!), un abilissimo spadaccino, un uomo pieno di ossessioni, una sorta di avventuriero che fa il verso a Batman e a Indiana Jones. D’accordo che è un fantasy, va bene che gli americani si bevono qualunque cosa purché sia spettacolare e titilli l’immaginario, ma qui si esagera in termini di licenze e invenzioni. Lo sceneggiato è così pieno di ingenuità e di errori che ci vorrebbero tre pagine per elencarli. L’incipit è paradigmatico. Un turco misterioso di nome Al-Rahim offre a Leonardo una pipa invitandolo a fumare un composto a base di elleboro nero e tabacco. Peccato che la serie sia ambientata nell’anno 1479, quando Leonardo aveva 25 anni, mentre il tabacco fu importato in Europa dall’America dopo la sua scoperta da parte di Cristoforo Colombo, avvenuta nel 1492. Vabbè, è una svista, si dirà, come quella dei kolossal americani in cui il centurione romano portava al polso l’orologio. No, non è la stessa cosa. Mi chiedo se i consulenti della produzione di Da Vinci’s Demons abbiano trovato il diploma di laurea nel sacchetto delle patatine. Io, invece, ho trovato inevitabile fare un confronto con lo sceneggiato televisivo intitolato La vita di Leonardo da Vinci che andò in onda sul primo canale della Rai nel 1971. Ho rivisto su DVD la prima delle cinque puntate di quella magnifica coproduzione (Rai, Ortf, Tve e Istituto Luce) che fu diretta da Renato Castellani e interpretata da attori indimenticabili, come Philippe Leroy nel ruolo di Leonardo e Giulio Bosetti in quello del Narratore. La differenza con la fiction americana è abissale, non c’è partita e il vecchio sceneggiato Rai stravince. Non soltanto perché racconta la vera storia di Leonardo (senza nulla concedere all’assurdo) ma perché seduce, eleva, istruisce il telespettatore con garbo e raffinatezza. 
Erano altri tempi. La televisione non si limitava a intrattenere l’utenza, svolgeva una funzione ludica non dissociata da quella educativa. La cultura serviva per affrancare dall’ignoranza e renderci migliori. Adesso si punta sui modelli esogeni, gli effetti speciali, la trasgressione, l’inverosimile, il condizionamento subliminale. In tale senso, un personaggio come Leonardo è ideale e presta il fianco. Non bastava l’assurdo Codice da Vinci di Dan Brown per mistificare l’immagine dell’uomo più geniale mai apparso sulla terra. Adesso va in scena una rivisitazione da Playstation che ne corromperà del tutto la figura. Penso soprattutto agli studenti di oggi (e degli ultimi vent’anni) la cui idiosincrasia per il sapere rischia di trasformare il nostro Paese in una landa di ignoranti e dislessici. Si convinceranno che Leonardo era un “figo”, un eroe da videogiochi, non un uomo dalla psiche complessa e dal talento creativo incomparabile. Immagino che se un istituto di ricerche (tipo Doxa o Eurisko) svolgesse un’indagine fra gli italiani di età compresa fra i 14 e i 36 anni atta a valutare la loro effettiva conoscenza della vita e dell’opera di Leonardo da Vinci, emergerebbero dati sconfortanti. Tuttavia, non fasciamoci la testa. La fiction in onda su Fox farà lievitare il sapere. 
Purtroppo sarà un sapere fasullo, confuso, diseducativo. Quel sapere, tanto per intenderci, che oggi detta legge in ogni campo e che io chiamo “epidermico”. Oggi, la conoscenza si ferma sulla pelle e spesso crea prurito, allergie e disturbi dermatologici. Anzi, le nozioni si applicano sul primo e più superficiale dei tre strati che compongono la pelle. Ragion per cui non attecchiscono ma svaniscono subito. Non viviamo forse nell’epoca della velocità e della fretta? È normale apprendere in modo superficiale, epidermico per l’appunto. C’è stato un tempo in cui si credeva che le persone istruite fossero avvantaggiate. “Studia se vuoi avere successo nella vita!” – dicevano genitori e nonni. Poi si è capito che non è vero. Ne sa qualcosa l’esercito dei laureati disoccupati. Bisogna essere sfacciati, fortunati e possibilmente non avere scrupoli per fare strada nella vita. A che serve essere colti in una società che premia gli incompetenti purché abbiano le amicizie giuste o un aspetto fisico premiante? A che serve sapere tante cose e saperle bene se le opinioni contano più delle idee, il potere più della sapienza, il denaro più dell’intelligenza? Socrate diceva: “So di non sapere”. Era un presupposto magnifico per apprendere. Oggi, si afferma “credo di sapere” e in realtà non si sa nulla e quel poco che si sa è sbrigativo, effimero e il più delle volte sbagliato. I mass-media ci bombardano con informazioni sincopate, approssimative e tendenziose. La televisione e il cinema profanano la storia, la religione, la morale e impongono versioni fittizie che finiscono per diventare realistiche. Il risultato è che assimiliamo i luoghi comuni, le visioni distorte, l’eru(di)zione cutanea. Ci si convince di sapere. Il paradosso è che oggi è facilissimo avere accesso alla conoscenza (basti pensare a Internet e Wikipedia) ma ciò non favorisce l’acculturamento. Se mai, contribuisce a fare della cultura un discount market. Si compra a tanto al chilo, senza controllare l’etichetta, senza preoccuparsi della qualità della merce. Un caso eclatante è quello dell’industria editoriale. Si pubblicano tanti di quei libri spazzatura che non basterebbe un’altra discarica come quella di Gerenzano per accoglierli tutti. 
Ripensando all’utenza televisiva di Da Vinci’s Demons mi chiedo che idea si faranno del genio toscano quelli che hanno studiato poco o male, quelli che non leggono o comunque non leggono i libri seri, quelli che sono privi di capacità critica e tanto più incapaci di ragionare con la propria testa. Beh, si faranno un’idea sbagliata difficile da correggere. Ma non forse è il destino della conoscenza e della realtà? Non siamo forse vittime e a un tempo promotori di un sapere tegumentale che ci aliena dalla verità? Fortunatamente, siamo ancora liberi di scegliere. Non è sbagliato seguire una fiction televisiva che offende la verità, basta esserne consapevoli e godersi lo spettacolo. Abbiamo sempre la possibilità, qualora volessimo approfondire il tema e conoscere il vero, di leggere qualche libro giusto. Come il Leonardo di Edmondo Solmi, il Leonardo di Serge Bramly, il Leonardo di Martin Kemp e il Leonardo & io di Carlo Pedretti. È iniziato così il mio innamoramento per l’uomo senza pari che seppe cogliere la bellezza e intuire il futuro meglio di chiunque altro. Ma questa è un’altra storia, ovviamente.

giovedì 18 aprile 2013

Fate un incantesimo: il silenzio.

Siediti ai bordi dell’aurora, per te si leverà il sole. Siediti ai bordi della notte, per te scintilleranno le stelle. Siediti ai bordi del torrente, per te canterà l’usignolo. Siediti ai bordi del silenzio, Dio ti parlerà.” (Swami Vivekananda)  



Swami Vivekananda (1863-1902) era un mistico indiano che dedicò la sua vita a promuovere il miglioramento delle condizioni spirituali e materiali dell’umanità. Gli indiani lo venerano come un santo ma fu anche un poeta, un filosofo e un grande pensatore. Questo suo breve elogio al silenzio costituisce un momento di riflessione che può confortarci in tempi così drammatici, confusi e di svolta come quelli che stiamo vivendo. Ho già tessuto le lodi del silenzio in un mio precedente post, in cui esaltavo la figura di Charlie Chaplin. Ma ritorno volentieri sul valore e la necessità di fare silenzio e insieme ascoltare il silenzio per ritrovare noi stessi.
Ci siamo persi, è più che evidente. Ci siamo smarriti a causa di troppo rumore, del cambiamento delle coordinate spazio-tempo, del trionfo del relativismo, del crollo delle illusioni. La crisi economica che ci rende insicuri è solo la punta dell’iceberg. A mandarci in crisi è stata la parte sommersa, vale a dire il parossismo, cifra paradigmatica dei nostri tempi. Parossismo significa eccesso, culmine, esasperazione. Siamo arrivati alla massima intensità di un processo morboso e ne paghiamo le conseguenze. Di che cosa parlo? Del fatto che negli ultimi trent’anni abbiamo camminato baldanzosi ma con una benda a coprirci gli occhi su una via che ci ha condotti al default, al fallimento esistenziale. Abbiamo inseguito obiettivi effimeri a scapito di quelli durevoli, abbiamo rinnegato i sogni e gli ideali in nome del falso benessere materiale, abbiamo rinunciato alla nostra indipendenza e sovranità antropologica per delegare un sistema politico-sociale-culturale mostruoso a rappresentarci. L’orribile involuzione etico-sociologica del genere umano che ha avuto inizio alla fine degli anni Settanta ha un comune denominatore: il frastuono. Io che di anni ne ho cinquantasette, e perciò ho un ricordo nitido di com’era la vita ante quem, posso affermarlo con certezza: gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati dal volume troppo alto, dai suoni che confondono la coscienza, dalle parole a vuoto scagliate nell’etere come fossero schegge, dal putiferio che assorda la mente e la inciucchisce. Prima non era così. Si parlava anziché urlare e c’era una misura per tutte le cose, comprese le parole. Soprattutto il vaniloquio e il vituperio. La mia è una metafora, si intende. Non mi riferisco solo e certamente alla musica o ai toni del linguaggio. Il rumore no-limits è un gravame che il progresso ci ha imposto artatamente. Il rumore no-stop non ci permette di pensare e riposare, ci induce a seguire come pecore matte i consigli della regia, le mode, le tendenze, il gracchiare fraudolento dei cattivi maestri. Di questo pedissequo andamento oggi paghiamo il fio. Siamo stanchi, delusi, amareggiati, confusi e abbiamo voglia di chiudere gli occhi e soprattutto tapparci gli orecchi. 
Parla per te! – obietterà chi non è mai d’accordo con quello che dico e come lo dico. Certo, parlo per me e di me. Ma credo che molti la pensino nello stesso modo e oggi desiderino sopra ogni altra cosa il silenzio. Perché il silenzio è la medicina più efficace. Lo sanno bene quelli che trovano il tempo di meditare, di camminare in montagna, di passeggiare in un bosco o semplicemente di stare zitti per potere ascoltare la voce interiore. Le parole di Vivekananda sono attualissime. Ci invitano a compiere gesti stupendi mediante i quali possiamo ribellarci alla nostra attuale, misera condizione umana. Che significa sedersi ai bordi dell’aurora? Letteralmente vuol dire accogliere in silenzio il sorgere del sole e accorgersi che splende anche per noi e ci invita a non desistere. Da quanto tempo rinunciamo a godere della bellezza dell’alba? Da quanto tempo non assaporiamo il silenzio che ammanta le ore che precedono il risveglio del mondo? Dovremmo farlo spesso. In chiave allegorica significa altro: dobbiamo avere fiducia nel domani, nonostante tutto. Chi ha la fortuna di vivere in una località di mare dovrebbe approfittarne. Il silenzio, in quel caso, è ancora più bello e nutriente perché vedere il sole sorgere dalle acque è rigenerante. Dovremmo sederci ai bordi della notte, come suggerisce Vivekananda, e ammirare lo scintillio delle stelle. Anche in questo caso il silenzio è magico e terapeutico perché nel mostrarci la nostra finitezza ci indica la nostra grandezza. Siamo parte del tutto. Così come dovremmo sederci ai bordi di un corso d’acqua pura e cristallina e cogliere nel silenzio che ci circonda i suoni della natura, come il trillo di un usignolo, o semplicemente la musica del divenire che fluisce. Sono momenti semplici ma profondi. Sono antidoti ai telegiornali, alla verbosità truffaldina dei politici, ai discorsi inutili, al vuoto chiacchiericcio della gente nei locali pubblici, nei centri commerciali, sul treno e in ogni altro posto dove il rumore è insopportabile. 
Sì, dovremmo avere la forza di sederci. All’improvviso, ovunque, infischiandocene degli altri. Dovremmo sederci ai bordi del silenzio e una volta lì attendere di udire la voce di Dio. Non è difficile riuscirci perché Dio non ricorre alla connessioni esterne, non ha bisogno di megafoni o delle fibre ottiche. Dio è dentro di noi. Anzi, noi siamo Dio e tutto ciò che ci serve sapere è racchiuso in noi. Sedersi ai bordi del silenzio è l’unico modo per udire la voce interiore, la nostra divinità che ci parla. In un mondo caratterizzato da un’overdose di schiamazzi, fragori e rumori irritanti, ci serve fare e imporre silenzio. Ci serve fare un potente incantesimo. 
Per questa ragione non ho pubblicato nulla sul mio blog per undici giorni. Ho voluto fare silenzio in me e intorno a me. Anche per rendermi conto se qualcuno avrebbe notato la mia quiete. Ho avuto le risposte che mi aspettavo e mi vengono in mente queste bellissime parole di Isabel Allende: “Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte. La vita è puro rumore tra due insondabili silenzi”. Forse, l’unica magia che conta veramente, in questi tempi roboanti, è riportare il silenzio all’interno della parentesi fra la nascita e la morte. Facciamo un po’ di silenzio, per favore. Lo dico a tutti, soprattutto ai personaggi pubblici e ai tanti cialtroni mediatici che approfittano della loro visibilità per spaccarci i timpani e non solo quelli. Un bel tacer non fu mai scritto, dicevano i miei nonni. E loro sapevano fare incantesimi.

sabato 6 aprile 2013

Ma si può morire così?

La notizia che una coppia di sposi non più giovane ma nemmeno vecchia – 62 anni il marito, 68 la moglie – si sia suicidata impiccandosi a Civitanova Marche, e che al loro estremo atto di ribellione alla vita abbia fatto seguito il suicidio del cognato di 73 anni, mi ha commosso e intristito. La coppia ha scelto di togliersi la vita perché non ce la faceva più. Era disperata a causa delle gravi difficoltà economiche in cui versava. Il fratello della donna, invece, non ha retto al dolore e si è gettato in mare. Che dire? Mi vengono in mente tanti pensieri e nel contempo vorrei tacere, stendere un velo pietoso su un fatto di cronaca nera che mi fa provare un profondo disagio, una velata vergogna e una rabbia indicibile. 
Si può morire così nel XXI secolo? Si può decidere di togliere il disturbo in un Paese fra i più industrializzati e civili del mondo nonostante la grave crisi di cui molti (ma non tutti) pagano il fio? Si può, certo, ma non è tollerabile. Non è giusto farla finita perché i soldi non bastano ed è assurdo che ciò accada fra l’indifferenza generale. Com’è possibile, poi, che nessuno abbia subodorato le intenzioni dei poveri coniugi marchigiani? Perché non sono stati aiutati e dissuasi per tempo? Dov’era lo Stato? E la Chiesa? Dov’erano i servizi sociali, gli psicologi, le organizzazioni laiche e religiose che aiutano chi è in difficoltà? Ah già, dimenticavo, i poveri e i pensionati di nazionalità italiana sono gli ultimi della fila. Prima vengono i clandestini extracomunitari (ma non possiamo più chiamarli così per un diktat della Boldrini), i nomadi, i tossici, i disadattati e quelli che alzano la voce e le mani. Non voglio farmi prendere dall’emozione e sparare col bazooka sulle istituzioni. Voglio resistere alla tentazione di pensare che siamo tutti vittime potenziali di uno Stato cinico e assassino, che prima uccide la speranza e poi si volta dall’altra parte per non assistere all’eccidio dei cittadini più deboli. Non è casuale che io parli di eccidio. Mi riferisco, infatti, ai tanti imprenditori, artigiani e anziani che negli ultimi tempi si sono suicidati a causa delle difficoltà economiche. 
“Che c’entra lo Stato coi problemi personali?” – si chiederà l’avvocato del diavolo. “E comunque, c’è tanta gente che per vergogna tace, non chiede aiuto. Come si può aiutarli? In fondo, Romeo Dionisi e Anna Maria Sopranzi erano persone dignitose e troppo e fragili e perciò hanno mollato”. No, non erano fragili, erano persone oneste ma disperate, sole, tradite e vessate da uno Stato che non è al servizio del cittadino bensì pretende che il cittadino sia al suo servizio, avendo ribaltato i termini del patto sociale. Il suicidio di Civitanova è una delle tante sfaccettature del vero dramma di cui tutti siamo partecipi. Lo Stato italiano è un mostro ignobile, disumano, che genera mostruosità per partenogenesi. Il suicidio è in molti casi un estremo gesto di ribellione al mostro, come quello che fece il patriota cecoslovacco Jan Palach nel 1968 a Praga o il “rivoltoso sconosciuto” che sfidò i carri armati cinesi nella piazza di Tienanmen nel 1989. Non sempre ci si ammazza per viltà o stanchezza, per onore o amore. Oppure a causa della disperazione, della depressione, di turbe psichiche. Ci si ammazza illudendosi di riacciuffare in extremis la libertà rubata con l’inganno e la sopraffazione, di gridare al mondo il proprio disgusto. 
Sul suicidio sono stati versati fiumi d’inchiostro e potrei scriverne a lungo, chiamando in causa filosofi e letterati. Confesso, però, che oggi non me la sento di attingere al pozzo della cultura, come faccio sempre, per sentirmi meglio. La tragica sorte delle anime in pena di Civitanova Marche mi ha tolto ogni voglia di consolazione. Pur tuttavia, si è acceso in me l’uzzolo della provocazione. Lasciatemi citare Giorgio Gaber, che disse: “Bisogna essere prudenti quando ci si ammazza, se no si fanno delle figure”. Non è il caso in questione. La coppia di Civitanova ha agito col massimo rispetto degli altri e con troppa prudenza. Non ha recato danni né fastidio a chicchessia. Sbagliato! Così facendo, i suicidi marchigiani hanno rimediato la figura dei tapini, dei perdenti, dei miserabili. Mi spiegherò meglio ricorrendo a una battuta sfrontata dell’indimenticabile umorista Marcello Marchesi. “Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso”. Non bisogna prendere alla lettera questo invito, sia chiaro, ma riflettiamoci su e lo dico soprattutto a chi avesse in mente di togliersi la vita. A tale proposito, è utile chiarire a priori che esistono quattro tipi di suicidio, secondo la tassonomia del sociologo Durkheim: egoistico, altruistico, anomico e fatalista. Voglio qui considerare il suicidio anomico cronico, cioè un grave stato di dissonanza cognitiva fra le proprie aspettative e la realtà, determinata da un mutamento sociale. È in questa categoria che rientra il suicidio di Civitanova. 
Agli aspiranti suicidi per motivi economici vorrei dare alcuni consigli utili. Non suicidatevi in silenzio, dignitosamente, senza recare disturbo. Fatelo in modo eclatante, togliendovi i sassolini dalle scarpe. Prendetevi qualche soddisfazione e uscite di scena alla grande, con un colpo di teatro. Come? Non me la sento, per ragioni di prudenza, di suggerire i venti/venticinque modi che ho in mente. Non vorrei, qualora qualcuno mi prendesse alla lettera, essere accusato di istigazione alla violenza. Mi limiterò a dare cinque suggerimenti. Primo, considerate che oggi la visibilità è tutto. Prima di compiere il vostro gesto insano organizzate una conferenza stampa, informate delle vostre intenzioni i mass-media, date risonanza all’evento. Secondo, il vostro suicidio dev’essere un evento, naturalmente. Perché sia tale dovete associarlo a un luogo o a personaggi o a fatti rilevanti. Coinvolgete loro malgrado personalità famose o figure istituzionali. Altrimenti non gliene frega niente a nessuno se vi uccidete, non avrete le televisioni che riprendono in diretta e al massimo vi filmerà col telefonino il primo sfigato che passa. Terzo, amplificate lo spazio e il tempo. Non uccidetevi troppo velocemente ma fate durare l’episodio. Siate il regista oltre che l’attore protagonista della vostra rappresentazione. Quarto, traete profitto dal vostro suicidio. Ricavatene denaro oltre che popolarità. Il primo andrà ai vostri eredi, il secondo renderà immortale il vostro nome. Quinto e ultimo, poiché non avete nulla da perdere fate in modo di rovinare chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, alla vostra rovina. Fate i nomi, raccontate i fatti. Toglietevi l’ultima soddisfazione: esponete al pubblico ludibrio i funzionari di Stato, lo strozzino, il camorrista o l’amico infido che vi ha fatto precipitare nel baratro senza ritorno. Insomma, trasformate il vostro suicidio nel capolavoro della vostra vita. Avrete avuto l’ultima parola e avrete risposto alla domanda – “Ma si può morire così? – con un sorriso beffardo. Li avrete fregati tutti e nessuno potrà rivalersi su di voi. Naturalmente, è meglio non farlo, intendo darsi la morte. Non sono più i tempi di Seneca e di Cicerone. Benché il suicidio sia l’unico crimine perfetto, è disdicevole che una persona buona, onesta e dignitosa, vada a concludere la sua esistenza macchiandosi di un crimine. 
Ci sono altre soluzioni eticamente valide per ammutinarsi alla vita.

lunedì 1 aprile 2013

Aprite la vostra stanza del tesoro



Daiju fece visita al maestro Baso in Cina. Baso domandò: «Che cosa cerchi?». «L’illuminazione» rispose Daiju. «Tu hai la stanza del tesoro. Perché vai in giro a cercare?». Daiju domandò: «Dov’è la mia stanza del tesoro?». Baso rispose: «Quello che stai domandando è la tua stanza del tesoro». Daiju fu illuminato! Da quel momento, esortava sempre i suoi amici: Aprite la vostra stanza del tesoro e usate quei tesori” (Anonimo, 101 Storie Zen)  

Di primo acchito, questa storiella Zen può sembrare troppo semplice, quasi banale e priva di valore per rifletterci su. Tuttavia, rileggendola, ci si accorge che la semplicità è la sua forza e che la lezione in essa contenuta è la valenza che la rende notevole. Come spesso accade con la letteratura Zen – dai brevi racconti ai criptici koan – è l’essenzialità gravida di insegnamenti morali che rende sapido un testo. In questo caso ci troviamo di fronte a un paradigma atemporale. Oggi, come nei tempi remoti e nei luoghi più lontani, andiamo in cerca della stanza del tesoro. Cos’è mai? E dove si trova?
Chiedetelo a dieci persone diverse e otterrete dieci risposte differenti. Ognuno nutre le proprie ambizioni, accarezza i propri sogni, insegue una ricchezza e una fortuna che non collima necessariamente con quella degli altri. Eppure, ogni essere umano, e soprattutto chi di ciò non è consapevole, auspica l’illuminazione. Proprio  come Daiju. Ma figurati – diranno in molti – sono altre le cose per cui mi sbatto! Sì, è vero, si ha come l’impressione che la gente sia interessata solo al successo, al denaro, al sesso, alla felicità (o pseudofelicità) e alla realizzazione di Sé. L’esaltazione e l’appagamento del proprio Ego è la mozione primaria del nostro vicino, del nostro collega di lavoro, dei nostri cari e persino la nostra. E allora? Allora bisogna sapere distinguere. Anche se spendiamo le nostre principali energie per riempire la stanza con un tesoro fatto di beni materiali e gratificazioni umane e sociali, nonostante ci preoccupiamo soprattutto di accumulare e abbiamo un’idea del benessere che è associata all’avere più che all’essere, ogni essere umano, anche il più granitico, avverte di dentro di sé il bisogno dell’illuminazione. Accusa il bisogno di vedere più chiaramente. In cosa consista l’illuminazione è presto detto: è la comprensione o consapevolezza, in virtù della quale cessiamo di soffrire o almeno diventiamo più sereni e consci, per cui ritroviamo la pace interiore e l’armonia con l’universo. Questa è la vera stanza del tesoro. Le altre sono mendaci. La filosofia, la religione, le discipline spirituali e le stesse esperienze della vita si sforzano di favorire il nostro accesso a questa stanza. Cosa dice il Vangelo di Matteo? “Non accumulate tesori sulla terra, dove tignole e ruggine consumano e dove i ladri scavano e rubano. Accumulate tesori nel cielo, dove né tignole né ruggine consumano e dove i ladri non scavano e non rubano. Perché dove c’è il tuo tesoro, là vi sarà anche il tuo cuore”. Siamo lontani mille miglia dalla visione dello Zen ma insieme così vicini da non dubitare che esista una sola, vera stanza del tesoro, un solo vero regno dei cieli. Si trova nel cuore del nostro cuore. Alcuni di noi riescono ad entrarci e a bearsi delle vere ricchezze in esso custodite. Altri non ce la fanno o cercano nel posto sbagliato. «Perché vai in giro a cercare?» domanda il maestro Baso. Già, perché ci affanniamo a cercare al di fuori quello che è in noi fin dalla nascita e che si espande nel corso della vita se ce ne prendiamo cura? Forse perché soffriamo di una presbiopia spirituale che non ci permette di vedere da vicino e ancor più all’interno. Sta di fatto che pur di trovare la stanza del tesoro affrontiamo fatiche e grossi rischi. Esponiamo ai pericoli subdoli noi stessi e i nostri cari.
Conosco persone che avevano le migliori intenzioni. Avevano intuito che la vera stanza del tesoro non è fuori ma dentro. Purtroppo non trovavano la porta o non sapevano come aprirla. Per questa ragione si sono rivolti ad altri. E qui entra il gioco la figura del maestro spirituale, che si dice arrivi quando l’allievo è pronto. Può darsi e certamente vale per chi insegna con onestà morale, senza secondi fini, fedele alla missione di aiutare gli altri a crescere. Esistono persone così, grazie a Dio. Ma sono più numerosi e perniciosi i falsi maestri spirituali, le false guide che abbacinano e confondono, che manipolano le anime e asserviscono i cuori grazie al loro carisma, alla loro capacità di ergersi come fari su un promontorio per indicare la via ai naviganti. Ne ho conosciuti non pochi. Vantano doni e poteri spirituali che la gente comune nemmeno immagina, dicono di conoscere il futuro, si ritengono depositari della verità assoluta e giudicano chi non la pensa come loro con la benevolenza di un inquisitore. Da loro, ho imparato una verità fondamentale: non bisogna valutare le persone per ciò che dicono ma per quello che fanno. Più chiaramente, occorre considerare se i presunti maestri spirituali agiscono in maniera coerente con gli insegnamenti che professano o, invece, se predicano bene ma razzolano male. Una vera guida spirituale si rende credibile con l’esempio, autorevole con l’operato, ed è irreprensibile. In ogni caso, il vero maestro è colui che ci apre alla verità più grande: la stanza del tesoro è dentro di noi e in essa dimora assopito il maestro interiore. Dobbiamo solo risvegliarlo. Non c’è nulla di male se qualcuno ci aiuta a farlo. Anzi, dobbiamo provare stima e gratitudine per costui o costei. Guai ad adorarlo, però. Guai a dipendere dalle sue parole al punto di annullarci. Un vero maestro spirituale ci rende liberi, non schiavi. L’unico maestro di cui dobbiamo avere totale fiducia è quello che alberga nel nostro cuore, che alimenta la nostra coscienza e fa nascere in noi le giuste intuizioni e i veri bisogni. È quello che ci invita a fissare le stelle e a vivere secondo virtus, nel rispetto del dharma. Affrancarsi dai falsi profeti, dai guru col conto in banca, dai manipolatori delle coscienze e dai parassiti della psiche è il primo passo per trovare l’autentica stanza del tesoro. Il passo successivo è capire che a nulla serve inseguire false chimere per essere ricchi e sereni, basta avventurarsi nel nostro luminoso sancta sanctorum e ammirare il nostro tesoro. Ammirarlo, certo, ma anche usarlo. Aprite la vostra stanza del tesoro e condividete la ricchezza interiore.