mercoledì 29 maggio 2013

L'orco cattivo esiste e va punito senza pietà.

L’orco cattivo esiste davvero. Non è solo un personaggio del folclore e delle fiabe, vive in mezzo a noi, il più delle volte mimetizzato. Basta riferirsi alla cronaca nera per rendersi conto che il villaggio globale di cui siamo cittadini è pieno di orchi senza cuore. Non hanno necessariamente l’aspetto dell’ogre di Perrault né la simpatia di Shrek. Sono persone apparentemente comuni ma dal cuore di tenebra. 
Ieri, ad esempio, ho letto una storia raccapricciante accaduta a Messina. Si è scoperto che due bambini, orfani di madre e con un padre tossicodipendente, affidati ai nonni, subivano da loro una violenza sessuale sistematica. Il nonno e la nonna non si limitavano ad abusare dei bambini, un maschio e una femmina di sette e otto anni, ma con la complicità di un conoscente li “offrivano” in cambio di denaro ad altre persone. Secondo quanto è stato accertato dalle indagini, iniziate nel 2009, i piccoli venivano anche fotografati durante i rapporti sessuali. Gli esami medici hanno confermato gli abusi e i tre orchi cattivi sono stati arrestati con l’accusa di pedepornografia e riduzione in schiavitù. 
Di storie orripilanti, l’Italia è piena. Le varianti sono tante ma il comune denominatore è unico: la cattiveria. Ora, come nel caso del “povero negro” Kabobo, l’assassino di strada di cui ho parlato nel precedente post, ci sarà sempre qualcuno che giustificherà gli orchi cattivi. Siamo circondati da psicologi, sociologi, uomini politici in cerca di visibilità e idioti generici che di fronte al male evocano mille attenuanti. Chiamano in causa le circostanze, l’ignoranza, la miseria, il bisogno e quant’altro possa giustificare le azioni disumane. Basta! Non se ne può più del falso buonismo, della solidarietà ottusa, del ricorso ai sotterfugi mentali e sociali che nello stemperare le colpe dei carnefici non fanno altro che accrescere la pena delle vittime. Di fronte alla malvagità abbiamo il dovere di riconoscere che l’essere umano è la bestia di gran lunga più “bestiale” mai apparsa sulla faccia della terra. Ma siamo nel XXI secolo non ai tempi dell’uomo di Neanderthal; giustificare comportamenti primitivi, dettati da un istinto brutale, equivale a legittimarli. 
E qui, necessariamente, mi pongo la questione dei “delitti e delle pene” sollevata nel Settecento dall’illuminista Cesare Beccaria, che delineò un teorema generale per determinare l’utilità e congruità della pena che la società deve infliggere a chi commette un reato. Egli invocò la certezza della pena e scrisse, fra l’altro, che la pena dev’essere “pronta e necessaria”. Ecco, cominciamo col dire che la pena dev’essere certa. Come ha lasciato scritto nei suoi taccuini Leonardo da Vinci “chi non punisce il male, comanda che si facci”. Questa certezza è venuta meno nel nostro sistema giudiziario. La lettura del libro di Beccaria, che conosco bene per averci fatto un esame ai tempi dell’università, ci offre molti spunti di riflessione che in qualche modo stemperano l’ira derivante dalla lettura delle notizie più scabrose, quelle che fanno venire il prurito alle mani. Confesso che essendo io un nonno, quando ho saputo ciò che hanno fatto i due miserabili nonni siciliani ho provato un conato di vomito e ho desiderato averli fra le mani. Per farne cosa? Come cristiano dovrei rispondere “per porgere l’altra guancia” ma forse non sono più un buon cristiano, sono diventato un uomo disgustato che la sete di giustizia rende virtualmente capace di impalare quei due miserabili e il loro complice, alla maniera del conte Vlad di Valacchia o crocifiggerli su una strada, come facevano i romani. Fortunatamente, permane un rimasuglio di cristianesimo nel mio animo, per cui resto contrario alla pena di morte. Non è giusto condannare a morte gli orchi e nemmeno congruo. Gli orchi devono rimanere in vita e pagare il fio delle loro nefandezze. È troppo comodo morire!
Ecco dovè il vero problema. La nostra società è scandalosamente indulgente coi cattivi e lo è maggiormente quando commettono delitti clamorosi, che eccitano la morbosità dei mass media e della gente. Quale pena verrà inflitta al malvagio e laido terzetto di Messina? Saranno condannati a passare qualche anno in una cella, a carico dei contribuenti? In questo caso, godranno di vitto e alloggio gratuiti, per tacere di altri benefici e vantaggi. Magari qualcuno scriverà un libro a loro nome e guadagneranno dei quattrini per avere rovinato la vita di due bimbi innocenti. Così vanno le cose nel nostro Paese che ha rinnegato il Diritto, in cui la Legge si accanisce sui giusti e strizza l’occhio ai reprobi. Non può andare sempre così, non deve. Mi auguro quanto meno che una volta in carcere i nonni stupratori siano umiliati, sodomizzati tutti i giorni e pestati a sangue. Chissà che non imparino qualcosa grazie alla legge del karma. Ma è la soluzione migliore? Certo che no. Il contrappasso è una vendetta sterile. Meglio applicare il principio della restituzione. Cosa possono mai restituire i malvagi che tolgono l’innocenza, la dignità e spesso la vita agli altri? Oh, qualcosina la possono restituire, se non altro alla società. Ad esempio, possono passare il resto dei loro giorni lavorando duramente per fare ammenda della loro scelleratezza. Parlo di lavori forzati, sia chiaro. Anche Beccaria riconosceva che “un uomo privo di libertà, divenuto bestia di servigio, ricompensa con le sue fatiche quella società che ha offesa”. Gli esseri umani privi di coscienza morale, che si comportano peggio delle bestie (le quali, è utile ricordarlo, non agiscono per malvagità ma solo per soddisfare i loro bisogni primari), meritano di essere sottoposti al lavoro punitivo, di diventare cioè “bestie di servizio”. In Europa il lavoro forzato è stato abolito, mentre è ancora vigente in alcune nazioni. È giusto? Personalmente, sarei dell’idea di reintrodurlo. Sarebbe un magnifico deterrente per i delinquenti d’ogni genere e per gli orchi in particolare. Ve li immaginate gli orchi costretti a lavorare dodici ore al giorno in un campo arido, sotto il sole e la pioggia? Presumo che certe pulsioni gli passerebbero. Non invoco i gulag sovietici o i laogai cinesi. Non sono così crudele. Pur tuttavia, se dipendesse da me offrirei una lunga villeggiatura in una cava o in miniera a chi ha agito senza scrupoli né remore morali. Invece? Troppo spesso i malvagi, difesi da avvocati che confermano il detto che chi si assomiglia si piglia, trovano comprensione e finiscono nella strutture protette e nelle comunità anziché nelle fogne dove meriterebbero di marcire. L’orco cattivo è un problema serio e va punito severamente, senza pietà. Non si può avere pietà di chi distrugge fisicamente e spiritualmente la vita altrui, di chi rende schiavo un suo simile, di chi si comporta come un predatore. La debolezza verso il male lo rafforza, così come il perdono non può essere incondizionato, e la pietà verso i malvagi è un’ingiustizia verso i buoni. 
Scusatemi ma io la penso così. Che la pietà non vi sia di vergogna, cantava Fabrizio de André. In effetti, qualcuno dovrebbe vergognarsi di come funziona la macchina della giustizia. Ahinoi, la nostra società è così fragile e malata d’avere trasformato il pietismo nella propria insegna sfilacciata e i palazzi di giustizia in un covo di campioni senza valore.

sabato 18 maggio 2013

Il fiume Nilo, culla della civiltà e seno della provvidenza

Ci sono svariati modi per prendere confidenza con l’Egitto – ho già scritto, ad esempio, dell’escursione notturna sul monte Sinai – ma la via maestra per afferrarne l’intima essenza è fluviale. La crociera sul fiume Nilo non è solo un’esperienza indimenticabile per le suggestioni che alimenta, è uno spettacolare viaggio nel tempo e una fuga nei territori inesplorati dell’anima, alla ricerca del silenzio atavico che abbaglia e rigenera. L’inno al Nilo, scritto 5.000 anni fa su un foglio di papiro, ci introduce a questa esperienza unica e impagabile. “Salute a te, o Nilo che sei uscito dalla Terra, che sei venuto per far vivere l’Egitto. È lui che irriga i campi, che è creato da Ra per far vivere tutto il bestiame, che disseta il deserto, lontano dall’acqua. È lui che fa divenire pieni i magazzini, che fa larghi i granai, che dà qualcosa ai poveri, che fa nascere gli alberi secondo il desiderio di ognuno e non si ha mancanza di essi”. Più che un’esperienza fluviale, navigare sul Nilo equivale forse a un viaggio nel seno della Provvidenza. 
Bisognerebbe avere la capacità di vivere questa esperienza alla maniera di Gustave Flaubert, che nel 1849 risalì il Nilo fino alla Nubia in compagnia dell’amico Maxime Du Camp, lasciandoci una fitta serie di annotazioni e appunti rielaborati nel libro Viaggio in Egitto. La sua lettura è preziosa perché ci svela la natura atemporale di un habitat che è immutabile malgrado il progresso. Come lui, viaggiarono in Egitto Kipling, Loti e Thackeray. Per tacere dei tantissimi avventurieri che vi cercarono fortuna e dei savants al seguito dell’esercito napoleonico. Erano altri tempi, scanditi dalla visione romantica dell’Oriente. Oggi, la navigazione sul Nilo non avviene più sulle feluche ma su motonavi lussuose, raffinatissimi floating hotels. Pur tuttavia, resta immutato il fascino antico del fiume considerato il più lungo del mondo (anche se il suo primato è conteso dal Rio delle Amazzoni). Solcare le sue acque, un tempo popolate di coccodrilli e ippopotami e oggi ricche di persici giganti, significa dischiudersi a emozioni bucoliche. Fin dall’antichità, Iteru (“il grande fiume” nella lingua degli egizi) è un’incessante fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo le sue sponde e di ispirazione per chiunque ne ammira la severa fisionomia e la placida dinamica, tant’è che ci si sente appagati e a un tempo galvanizzati alla sua vista. Che sia colpa del deserto e del sole più che dei riverberi dell’acqua, il cui colore non è esattamente invitante? Lo storico greco Erodoto ha scritto che “L’Egitto è un dono del Nilo”. Lo è ancora ma a questa prerogativa va aggiunto il plus d’essere un’esperienza molto gratificante per i turisti e una lezione di vita impareggiabile per i viaggiatori attratti dalla storia e dal mistero. 
La crociera sul Nilo si svolge prevalentemente tra Assuan e Luxor, due estremi in mezzo ai quali scorre la storia di un paese che ha svolto un ruolo primario nella storia dell’umanità. Di questa storia, il Nilo è padre e nutrice nello stesso tempo. Non sarebbe esistito l’antico Egitto senza il Nilo, fulcro della vita politica, sociale e spirituale di un popolo che ancora oggi ci affascina. Il Nilo fu così importante per gli antichi egizi, come lo è per i fellahin odierni, che sentirono il bisogno di inventarsi un dio preposto al controllo delle esondazioni annuali del fiume, ritenute fondamentali per la vita stessa del Regno. Questa divinità si chiamava Hapi e insieme al faraone era il responsabile delle inondazioni del fiume. Navigando sul Nilo si ha come l’impressione che il dio Hapi sia ancora lì, nascosto da qualche parte, all’ombra di una palma da dattero o di un fico sicomoro, oziando come Oblomov. Il turista non si accorge della sua presenza ma lui si accorge di tutti questi forestieri armati di macchine fotografiche e ride della loro goffaggine e del mal di pancia che li assale e la cui responsabilità viene di volta in volta assegnata all’acqua o a un generico faraone la cui maledizione consiste appunto nel punire i turisti miscredenti con la dissenteria. In effetti, a voler significare che il Nilo è considerato da sempre una via mediana fra la vita e la morte, un divisorio fra l’Est, luogo di nascita e crescita, e l’Ovest, cioè oltretomba, capita che la crociera sul Nilo si trasformi in un purgatorio. Sul fatto che l’Est sia la vita e l’Ovest la morte, rassegniamoci noi che siamo occidentali. Il dio Ra, il Sole che offre e rigenera ogni giorno l’esistenza, nasceva a levante e moriva a ponente. Per questo motivo, le tombe situate sulle rive del Nilo, nelle antiche necropoli egizie, furono scavate tutte ad ovest del fiume. Per risorgere bisognava essere sepolti sul versante del fiume che simboleggia la morte. Il ka (l’anima) del poveraccio il cui corpo fosse stato sepolto tra le sabbie levantine avrebbe vagato per l’eternità. 
“L’Egitto è tutto per me” ha lasciato scritto Jean-François Champollion, l’uomo che ha decifrato i geroglifici. Va da sé che l’Egitto e in particolare la crociera sul Nilo non può fare questo effetto a noi, uomini e donne del XXI secolo a cui la globalizzazione ha reso familiare l’intero ecumene. Eppure, poche esperienze di viaggio riescono a incidere sull’animo come la navigazione sul Nilo, che è cosa ben diversa da un soggiorno nelle località balneari del Mar Rosso o un tour col torpedone nelle zone archeologiche del Paese. È chiaro che la visita di Giza con le sue magnifiche piramidi o della Valle dei Re vale da sola un viaggio in Egitto, ma limitarsi a ciò significa firmare un’incompiuta. Per capire la cultura e lo spirito dell’Egitto (antico e moderno) bisogna navigare lentamente sul Nilo e ammirare la lunga teoria di templi, casupole di fango, acacie e papiri incisi sulle sue sponde come cammei. Abydos, Denderah, Esna, Edu, Kom Ombo. Sono questi i nomi che restano scolpiti nel cuore. D’un tratto, si è tentati di credere che la scenografia sia troppo cinematografica e quindi falsa. Ma non è forse qui, a Tanis, nel “pozzo delle anime” gremito di serpenti, che Indiana Jones finisce sepolto? Più che i Predatori dell’arca perduta, i siti archeologici dell’Egitto hanno conosciuto pittoresche generazioni di archeologi, studiosi e tombaroli che hanno scavato in ogni dove, trasformando il sacro suolo di Osiride, Iside e Horus in una grande forma di Emmentaler. E non è sempre qui che Agatha Christie ha fatto vivere all’ispettore Poirot una delle sue avventure più belle? In effetti, con un po’ di fantasia, il turista potrebbe pensare di trovarsi a bordo del battello Karnak e immaginarsi al centro di intrighi avvincenti. Sulle navi da crociera non si rischia più d’essere ammazzati e dire Karnak significa evocare un piccolo villaggio situato sulle sponde del fiume poco distante da Luxor, una meta affascinante. A Karnak, la Tebe degli antichi egizi, il secondo sito archeologico dell’Egitto dopo Giza, sorge un complesso templare che lascia di sasso il visitatore. Anzi, di basalto, come la stele di Rosetta. Tre recinti – uno dedicato al dio Amon, uno alla sua sposa Mut e uno al dio Montu dalla testa di falco – ci ricordano che l’antico Egitto ha anticipato la moda delle megaproporzioni. Bene disse Jean Cocteau: “temevo il lato colossale dell’Egitto, invece i suoi colossi non sono smisurati e non disturbano l’armonia di una terra proporzionata agli uomini. È una razza di giganti e basta!”. L’armonia. È la vera chiave di lettura di un paesaggio fatto di luce abbagliante, silenzi e grandezza segnata dall’oblio. I viaggiatori più attenti sanno cogliere questa combinazione e trascurano il resto. I monumenti si assomigliano tutti, come le anse del fiume. Ciò che distingue l’esperienza è il volo pindarico della mente. Va pensiero, direbbe Giuseppe Verdi. Basta chiudere gli occhi ed è come se il coro del Nabucco soffiasse sulla sabbia dorata come il khamsin, il vento del deserto che soffia per cinquanta giorni. 
“Ho gioito perché mi è stato concesso di toccare il cielo. La mia testa ha trafitto il firmamento. Ho scalfito il ventre delle stelle, ho raggiunto l’allegria, cosicché brillavo come una costellazione”. No, non sono gli appunti poetico di un turista. È l’iscrizione posta sulla tomba di Sarenput ad Assuan. Non sappiamo quale emozione o felicità lo indusse a dettare un congedo dalla vita così emozionante. Amava forse osservare le stelle nel cuore della notte? È una delle cose più belle e impagabili che il turista possa concedersi durante la navigazione sul Nilo. È come se le stelle abbassassero il capo e allungassero i loro raggi per fondersi con la terra, sprofondare nella sabbia del deserto. La notte è magica in Egitto, molto più del giorno, e il fiume produce una melodia d’arpa, resa vivace dal sottofondo del sistro, che incanta e culla come una nenia. Attenzione, però, i suoni dell’Egitto sono così sottili che occorre sapere cogliere le vibrazioni eteriche per udirli. Nello stesso modo, occorre guardare col terzo occhio per cogliere le prospettive magiche che sfuggono a chi ha fretta e non conosce la pazienza.
Sabr gamil, la pazienza è buona. Questa frase ricorrente sulla bocca dei locali, la cui lunga tunica di cotone o lana (galabiya) ne rivela la sostanziale semplicità, potrebbe essere non solo la chiave di lettura ma anche il viatico di un viaggio sul Nilo. Qui, si impara sopra ogni altra cosa il senso del tempo. Abituati come siamo a correre e bruciare la nostra vita come fosse un fiammifero svedese, ci misuriamo con una nuova prospettiva, anzi vecchissima. L’esistenza è precaria, l’unica cosa che è sempre esistita e non finirà mai di scorrere al pari della vita, è il grande fiume. Guai a non godersi la navigazione, a non sorridere e trovare il tempo per sorseggiare ciò che ci accade durante il viaggio. Anche quando è nero e bollente come il caffè o una tazza di té. 

giovedì 16 maggio 2013

Chi ha paura dell'uomo nero?

Il razzismo, si sa, è una brutta bestia. Nasce dalla paura del diverso, che attanaglia il cuore e annebbia la mente di molti esseri umani. Tant’è che, da tempo immemorabile, si minacciano i bambini di chiamare l’uomo nero (il Boogeyman degli americani) se non fanno i bravi. L’uomo nero (evitate di chiamarlo “negro” nonostante il termine latino “niger”) è sinonimo di spauracchio. In realtà, lo spauracchio che accomuna i razzisti e molti di coloro che biasimano il razzismo, deprecandolo, condannandolo con veemenza a volte eccessiva e scivolando negli effetti collaterali, è la convinzione di essere migliori. Convinzione che nel caso degli antirazzisti “puri e duri”, una frangia che spopola a sinistra, si traduce facilmente nel falso buonismo, nel garantismo cieco e ottuso, nella solidarietà ipocrita. 
A sostegno della mia tesi voglio analizzare tre fatti, aventi come protagonisti persone di colore, che sono balzati all’onore della cronaca italiana negli ultimi giorni. Mi riferisco alle dichiarazioni del nuovo ministro per l’Integrazione di origine congolese Cécile Kyenge, agli omicidi compiuti dal ghanese Mada Kabobo e ai fischi di cui è fatto oggetto il calciatore Mario Balotelli, anche lui nato da genitori ghanesi. 
La signora Kyenge è nata in Congo, nel Katanga, ma è in Italia dal 1983. Nel 1994 ha sposato un italiano, è divenuta cittadina italiana e oltre a occuparsi di politica ha svolto l’attività di medico. È una persona rispettabile, niente da dire. Non voglio entrare nel merito delle polemiche suscitate da chi ne contesta la nomina a ministro della Repubblica perché non è italiana di nascita, se mai mi chiedo se le sue credenziali fossero tali da farla preferire ai tanti italiani plurilaureati e competenti in materia di cooperazione e integrazione internazionale che avrebbero potuto ricoprire quell’incarico. Probabilmente a maggior ragione per il fatto di essere italiani “in toto” e non italiani “acquisiti”. Quello che non mi piace, e lo dico senza falsi pudori, è che la Kyenge abbia subito alzato la cresta, sollevando il problema dello ius soli-ius sanguinis come se fosse una priorità del nostro tribolato Paese, e abbia chiesto di delegittimare il reato di clandestinità. Ma stiamo scherzando? Siamo già la nazione più molle d’Europa nei confronti degli immigrati clandestini e ipotizziamo pure la possibilità di depenalizzare il fatto di stabilirsi da noi senza sottostare ad alcuna condizione o rispettare le nostre leggi? Beh, cosa ci si poteva attendere da un ministro di colore? Ragiona secondo i principi che i romani chiamavano “Cicero pro domo sua”. E ciò, col supporto di quelle forze politiche che si definiscono progressiste e innalzano i vessilli del garantismo a senso unico, della solidarietà tartufesca per fini utilitaristici. Di quale progresso parliamo? Io parlerei piuttosto di demagogia vergognosa e autolesionista. Nessuno contesta il fatto che il razzismo sia un male, una piaga che attecchisce sempre di pin casa nostra (soprattutto fra i giovani!) con un pronunciato carattere reazionario, ma l’antirazzismo idiota è anche peggio. Come si può pensare di cedere le armi a priori, come se fosse karmico il disegno di un’Italia scippata della sua identità in nome della multietnicità, sì da prevedere che in futuro, dopo avere accolto cani e porci, qualche deputato fuori di testa possa chiedere l’abolizione della lingua italiana? Fermate la Kyenge prima che sia troppo tardi. Non ci servono rappresentanti dello Stato la cui visione sociale contempli l’indebolimento se non la resa dello Stato. 
Il secondo episodio è tragico. Sabato 11 maggio, poco dopo l’alba, il ghanese Mada Kabobo si è messo a rincorrere i passanti nel quartiere milanese di Niguarda e li ha presi a picconate, uccidendone tre. È un assassino, uno squilibrato già protagonista di atti violenti, un miserabile che ha seminato il terrore e che dovremmo chiudere in una cella scavata nei sotterranei del carcere più lurido d’Italia per poi buttare via la chiave. Invece? Invece, in questo nostro Paese assurdo e cialtrone, si sono subito levate in sua difesa alcune opinioni stridenti. Kabobo sente le voci nella testa, è un povero analfabeta disperato, vittima del sistema, disadattato sociale. Forse non era in sé, è turbato. Nel giro di pochi giorni ci presenteranno il teorema che non è un carnefice ma un martire. Per me è solo un infame scellerato e lo condannerei alla legge del contrappasso, applicando i criteri del Divin Poeta. I veri pazzi sono quelli che in cattiva fede cercano giustificazioni a un comportamento che non può avere giustificazioni né attenuanti. Kabobo è un pluriomicida, punto e basta, e come tale va trattato. Il paradosso è che essere nero lo aiuta. L’assurdo è che l’antirazzismo degli intellettuali di sinistra è diventato un nuovo razzismo, un razzismo al contrario. Si giustificano i poveri stupratori extracomunitari e gli sfortunati pusher africani. Si trovano attenuati per ogni tipo di reato commesso dai figli della miseria, purché commesso per “necessità”. Follia. La Legge dovrebbe essere uguale per tutti ma ovviamente usa pesi e misure diverse e attualmente sono penalizzati quelli che vantano antenati italiani e non possono reclamare lo status di rifugiati.
Eccomi, infine, al terzo episodio, il più veniale ma non meno paradigmatico. Parlo dei fischi e dei cori razzisti riservati a Mario Balotelli (ma anche ad altri calciatori di colore) durante la partita di calcio Milan-Roma. Sono deprecabili, è ovvio. Ma anche qui, come nel caso di Kabobo, l’episodio è diventato un caso politico. Non è più possibile fischiare o fare “buu” in uno stadio, è un’offesa alla dignità umana, peggio, alla biodiversità razziale. Ma chi l’ha detto? Perché possiamo dare del cornuto all’arbitro, l’uomo nero di una volta, ma guai a toccare l’uomo nero che guadagna soldi a palate tirando calci a un pallone? A teatro si può fischiare un tenore che ha steccato, perché allo stadio non si può fischiare un calciatore? E se il colore della sua pelle fosse solo un pretesto e lo fischiassero semplicemente perché è un avversario, per giunta odioso? Nessuno si è mai sognato di fischiare Pelé. Altri tempi. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché durante una manifestazione in piazza si possono insultare e persino lanciare oggetti contundenti contro i poliziotti ma è scandaloso se si ulula all’indirizzo di un bullo i cui atteggiamenti in campo sono spesso provocatori. Esiste una linea di demarcazione fra il dissenso e il razzismo? Qual è? Mi domando a che punto sia arrivato il ribaltamento dei valori, delle consuetudini, delle logiche. Cosa determina la reale gravità di un comportamento e chi detta le nuove regole etiche, la cui trasformazione è così rapida e aleatoria da prenderci in contropiede. La mia sensazione, non ho paura ad affermarlo, è che siamo vittime di un controrazzismo ossessivo e compulsivo. 
Aveva ragione Michele Serra, che riprendendo una frase di Dino Risi, scrisse sul Corriere della Sera: “il razzismo finirà quando potremo dire che ci sono neri stronzi come i bianchi”. Lo vogliamo dire a voce alta? No, non si può, la cultura dominante e faziosa ce lo impedisce. Impera la regola del “politicamente corretto”, per cui c’è sempre un sociologo, un politico o un personaggio pubblico che correrà in soccorso di Caino. E delle sue vittime chi si preoccupa? Nessuno, sono invisibili e non portano voti. Credo che la Kyenge, folgorata dai riflettori sulla via per Damasco, abbia proferito una stronzata ma poiché è di sinistra e ha la pelle nera va bene così. Kabobo è il re degli stronzi, il negus dei delinquenti, ma poiché è un povero nero clandestino cui hanno rifiutato l’asilo politico (cui non aveva diritto) va capito e giustificato. Immagino che Bruno Vespa non veda l’ora di accoglierlo a “Porta a Porta”. Balotelli è un grande talento calcistico ma alzi la mano chi, in cuor suo, non lo considera uno stronzetto capriccioso e viziato. Immagino che in fondo sia un bravo ragazzo ma quale padre coscienzioso gli concederebbe a cuor leggero la mano della figlia? Ah già, dimenticavo, guadagna come un nababbo. Allora chissenefrega se è troppo abbronzato oltre che arrogante. 
Mi si accuserà di essere un italiano retrogado, intollerante e persino fascista. In realtà non ho nulla contro i neri, i gialli e i verdognoli, purché siano brave persone e rispettino le leggi. Non sopporto quelli che approfittano della nostra debolezza e stupidità per fare i propri comodi nel nostro Paese e minano la nostra società, la nostra libertà. È sbagliato? Sono intollerante e insensibile? Riconosco che l’insana e ingiustificata paura dell’uomo nero è ancora troppo diffusa in Italia, ma non è il mio caso. Ho spesso teso la mano a persone di colore in difficoltà, non le ho mai considerate subumane o una minaccia. È dell’uomo bianco che ho paura, della sua imbecillità. Una prerogativa che non è di esclusiva pertinenza dei razzisti.

domenica 5 maggio 2013

Cayo Largo, l'isola che bisogna meritare

Appartiene a Cuba ma sta a Cuba così come l’aurora boreale assomiglia a un’eruzione vulcanica. Mentre la patria di Fidel Castro è un turistodromo caliente, variopinto e chiassoso, Cayo Largo del Sur è una lingua di terra allungata in un mare cristallino dove riverberano il silenzio, la luce abbagliante e la pace. Un lembo caraibico senza tempo, uno degli ultimi paradisi terrestri che invitano alla “siesta” esistenziale. Un rifugio esclusivo, per altro, riservato ai vacanzieri raffinati e spartani a un tempo. Fino a quando questo isolotto non più vergine ma ancora pudico sarà immune dal turismo di massa? Semplice, finché durerà l’embargo commerciale imposto dagli U.S.A. che penalizza Cuba dal 1962. Cayo Largo è situata a 80 km. al largo della costa sud di Cuba, sulla punta estrema dell’arcipelago de Los Canarreos, di cui è la perla più preziosa. È lambita da 27 km. di spiagge di finissima sabbia bianco zucchero ed è bagnata da un mare fantasmagorico. I reef corallini che affiorano intorno ad essa cingendolo come collane tribali sono potenti magneti che attirano gli amanti del diving. Appena si mette la testa sott’acqua si resta come incantati. Un’esplosione di forme e colori ci ricorda che se il big bang è avvenuto nello spazio siderale, la vita ha avuto origine nel mare. Per cogliere la profondità di questo assioma non c’è che immergersi nel catino degli atolli e ammirare uno spettacolo che lascia senza fiato. Ripide pareti sotterranee ricamate di spaccature e canyon ricoperti di corallo nero e spugne sprofondano in un blu ancestrale dai cui fondali, ricchi di grotte sottomarine e distese di gorgonie, ti aspetti di vedere emergere in un vortice musicale la Sirenetta e la sua corte. C’è chi giura di averla incontrata. È un ambiente da “Ventimila leghe sotto i mari” e laddove la soave creatura immaginata da Andersen e resa ancora più famosa da Walt Disney dovesse negarsi c’è sempre la possibilità di avvistare il Nautilus del comandante Nemo. I più sfortunati possono sempre accontentarsi di incontri ravvicinati con squali martello, delfini, tartarughe, barracuda, murene, cernie enormi e razze di grandi dimensioni. Anche lo snorkeling è più eccitante che altrove. Uno dei luoghi più belli per praticarlo è Playa los Cocos. È come tuffarsi in un quadro vivente dipinto da Mirò con la regia di Mondrian.

Il primo a raggiungere questo piccolo Eden fu Cristoforo Colombo. Accadde nel 1494, durante il suo secondo viaggio verso il Nuovo Mondo. Il navigatore, che nella prima spedizione aveva potuto contare solo su tre caravelle, nella seconda ebbe a disposizione diciassette navi, sulle quali furono imbarcati 1.500 uomini (fra cui frati, contadini e artigiani, ma nessuna donna) e un gran numero di cavalli, muli, mucche, tori, maiali e pecore. Una volta in America, l’ammiraglio genovese salpò dall’isola di Hispaniola (Haiti/Santo Domingo) con tre navi – La Cordera, La San Juan e La Niña – per esplorare la costa meridionale di Cuba, che definì “la terra più bella che l’occhio umano abbia mai visto”. Giunto nella baia di Guantanamo si portò fino a Cayo Largo. Dà una certa emozione calpestare la medesima sabbia impalpabile su cui affondarono gli stivali del navigatore genovese, anche perché i paesaggi non sono cambiati. Lo stesso mare turchese, la stessa vegetazione lussureggiante, la stessa rena che ricorda il borotalco. Anche i residenti dell’isolotto sono sempre gli stessi: pellicani, iguane, granchi enormi e tartarughe che depongono le uova sulla spiaggia. Queste ultime s’incontrano facilmente a Playa Tortuga, nella parte nord-est dell’isola. Le iguane, invece, affollano Cayo Iguana, al largo della punta nord-occidentale dell’isola. Una curiosità: nelle paludi della parte nord dell’isola è allevato il coccodrillo rombifero. Chissà se i marinai di Colombo ne incontrarono qualcuno. Se accadde, fu di certo un incontro mozzafiato. 

Un’altra curiosità di Cayo Largo è l’antico albero La Yana, che pare fosse già lì quando arrivò Colombo. Una leggenda racconta che pirati lo usassero come punto di riferimento per nascondere le casse del tesoro. Quel che è certo, tuttavia, è che Cayo Largo fu un covo di corsari, bucanieri e filibustieri e che può vantare il titolo di isola del tesoro. I pirati dei Caraibi la scelsero come base e nascondiglio dal XVI fino al XIX secolo. Tant’è che si stima che almeno duecento navi furono affondate nelle acque circostanti, scenario di molte battaglie navali come quella in cui l’olandese Lorenzo de Graaf attaccò i galeoni spagnoli. L’isolotto potrebbe narrare le gesta del famigerato Henry Morgan (1635-1688), che nel 1666 riparò a Cayo Largo e vi seppellì il suo tesoro, mai ritrovato! Morgan era un bucaniere spietato ma gli va riconosciuta un’attenuante. Nato nel Galles, fu rapito giovanissimo e venduto come schiavo a una piantagione nell’isola di Barbados. Affrancatosi, si diede ai saccheggi e divenne il terrore del Caribe. Si dice che seppellì a Cayo Largo il bottino delle sue gesta, fra cui le numerose spedizioni contro gli spagnoli nelle Antille e le imprese piratesche a Cuba, Panama, Maracaibo e Cartagena. Alla sua morte, causata dalla cirrosi epatica (fin troppo facile collegare il nome di Morgan al rum) Morgan fu sepolto nel cimitero giamaicano di Palisadoes, a Port Royal, in Giamaica. Il destino volle che pochi anni dopo la sua morte, il cimitero venisse sommerso da un violento uragano e da allora giace sul fondo del mare. Pure sir Francis Drake (1540-1596), prima corsaro e poi comandante in seconda della flotta inglese che sconfisse l’Invincible Armada spagnola nel 1588, approdò certamente a Cayo Largo, che fu frequentato anche nell’Ottocento, da corsari famosi come il francese Jean Lafitte (1776-1826) e dal meno noto José Ribes, detto “Pepe El Mallorquin”, l’ultimo avventuriero a insanguinare le acque dei Caraibi. Nel 1822, con la sua goletta La Barca occupò l’Isla de Pinos, dove trovò la morte. Con lui, ebbe fine l’epopea della pirateria. Non è facile, per il turista alloggiato in un resort dell’isola e intento a prendere il sole a Playa Paraiso (che TripAdvisor ha eletto 11a spiaggia più bella del mondo), immaginare che tutto ciò sia accaduto realmente. Ma la fantasia non conosce ostacoli. Abbagliati da un sole che picchia col vigore di un fabbro, può capitare di scorgere nell’orizzonte un galeone inseguito dalla Perla Nera del comandante Jack Sparrow. E poco importa che sia solo un miraggio. A Cayo Largo ci si va anche per sognare.

Potrebbe essere l’isola di Robinson Crusoe. Difatti, ha una caratteristica singolare: non ha abitanti residenti ma solo stagionali. I cubani ci vanno per lavorare e ci stanno al massimo per venti giorni, poi si fanno dare il cambio e tornano dalle loro famiglie sulla vicina Isla de la Juventud. È come se l’isolotto fosse refrattario alla stanzialità, come se ci ricordasse che non possiamo mettere radici nel Paradiso. La isla que usted merece, l’isola che ti meriti. È lo slogan di Cayo Largo del Sur, un luogo dove non si approda per caso e, comunque, solo per una breve pausa. 
A condizione di meritare le meravigliose emozioni che sa offrire ai suoi ospiti.