giovedì 16 maggio 2013

Chi ha paura dell'uomo nero?

Il razzismo, si sa, è una brutta bestia. Nasce dalla paura del diverso, che attanaglia il cuore e annebbia la mente di molti esseri umani. Tant’è che, da tempo immemorabile, si minacciano i bambini di chiamare l’uomo nero (il Boogeyman degli americani) se non fanno i bravi. L’uomo nero (evitate di chiamarlo “negro” nonostante il termine latino “niger”) è sinonimo di spauracchio. In realtà, lo spauracchio che accomuna i razzisti e molti di coloro che biasimano il razzismo, deprecandolo, condannandolo con veemenza a volte eccessiva e scivolando negli effetti collaterali, è la convinzione di essere migliori. Convinzione che nel caso degli antirazzisti “puri e duri”, una frangia che spopola a sinistra, si traduce facilmente nel falso buonismo, nel garantismo cieco e ottuso, nella solidarietà ipocrita. 
A sostegno della mia tesi voglio analizzare tre fatti, aventi come protagonisti persone di colore, che sono balzati all’onore della cronaca italiana negli ultimi giorni. Mi riferisco alle dichiarazioni del nuovo ministro per l’Integrazione di origine congolese Cécile Kyenge, agli omicidi compiuti dal ghanese Mada Kabobo e ai fischi di cui è fatto oggetto il calciatore Mario Balotelli, anche lui nato da genitori ghanesi. 
La signora Kyenge è nata in Congo, nel Katanga, ma è in Italia dal 1983. Nel 1994 ha sposato un italiano, è divenuta cittadina italiana e oltre a occuparsi di politica ha svolto l’attività di medico. È una persona rispettabile, niente da dire. Non voglio entrare nel merito delle polemiche suscitate da chi ne contesta la nomina a ministro della Repubblica perché non è italiana di nascita, se mai mi chiedo se le sue credenziali fossero tali da farla preferire ai tanti italiani plurilaureati e competenti in materia di cooperazione e integrazione internazionale che avrebbero potuto ricoprire quell’incarico. Probabilmente a maggior ragione per il fatto di essere italiani “in toto” e non italiani “acquisiti”. Quello che non mi piace, e lo dico senza falsi pudori, è che la Kyenge abbia subito alzato la cresta, sollevando il problema dello ius soli-ius sanguinis come se fosse una priorità del nostro tribolato Paese, e abbia chiesto di delegittimare il reato di clandestinità. Ma stiamo scherzando? Siamo già la nazione più molle d’Europa nei confronti degli immigrati clandestini e ipotizziamo pure la possibilità di depenalizzare il fatto di stabilirsi da noi senza sottostare ad alcuna condizione o rispettare le nostre leggi? Beh, cosa ci si poteva attendere da un ministro di colore? Ragiona secondo i principi che i romani chiamavano “Cicero pro domo sua”. E ciò, col supporto di quelle forze politiche che si definiscono progressiste e innalzano i vessilli del garantismo a senso unico, della solidarietà tartufesca per fini utilitaristici. Di quale progresso parliamo? Io parlerei piuttosto di demagogia vergognosa e autolesionista. Nessuno contesta il fatto che il razzismo sia un male, una piaga che attecchisce sempre di pin casa nostra (soprattutto fra i giovani!) con un pronunciato carattere reazionario, ma l’antirazzismo idiota è anche peggio. Come si può pensare di cedere le armi a priori, come se fosse karmico il disegno di un’Italia scippata della sua identità in nome della multietnicità, sì da prevedere che in futuro, dopo avere accolto cani e porci, qualche deputato fuori di testa possa chiedere l’abolizione della lingua italiana? Fermate la Kyenge prima che sia troppo tardi. Non ci servono rappresentanti dello Stato la cui visione sociale contempli l’indebolimento se non la resa dello Stato. 
Il secondo episodio è tragico. Sabato 11 maggio, poco dopo l’alba, il ghanese Mada Kabobo si è messo a rincorrere i passanti nel quartiere milanese di Niguarda e li ha presi a picconate, uccidendone tre. È un assassino, uno squilibrato già protagonista di atti violenti, un miserabile che ha seminato il terrore e che dovremmo chiudere in una cella scavata nei sotterranei del carcere più lurido d’Italia per poi buttare via la chiave. Invece? Invece, in questo nostro Paese assurdo e cialtrone, si sono subito levate in sua difesa alcune opinioni stridenti. Kabobo sente le voci nella testa, è un povero analfabeta disperato, vittima del sistema, disadattato sociale. Forse non era in sé, è turbato. Nel giro di pochi giorni ci presenteranno il teorema che non è un carnefice ma un martire. Per me è solo un infame scellerato e lo condannerei alla legge del contrappasso, applicando i criteri del Divin Poeta. I veri pazzi sono quelli che in cattiva fede cercano giustificazioni a un comportamento che non può avere giustificazioni né attenuanti. Kabobo è un pluriomicida, punto e basta, e come tale va trattato. Il paradosso è che essere nero lo aiuta. L’assurdo è che l’antirazzismo degli intellettuali di sinistra è diventato un nuovo razzismo, un razzismo al contrario. Si giustificano i poveri stupratori extracomunitari e gli sfortunati pusher africani. Si trovano attenuati per ogni tipo di reato commesso dai figli della miseria, purché commesso per “necessità”. Follia. La Legge dovrebbe essere uguale per tutti ma ovviamente usa pesi e misure diverse e attualmente sono penalizzati quelli che vantano antenati italiani e non possono reclamare lo status di rifugiati.
Eccomi, infine, al terzo episodio, il più veniale ma non meno paradigmatico. Parlo dei fischi e dei cori razzisti riservati a Mario Balotelli (ma anche ad altri calciatori di colore) durante la partita di calcio Milan-Roma. Sono deprecabili, è ovvio. Ma anche qui, come nel caso di Kabobo, l’episodio è diventato un caso politico. Non è più possibile fischiare o fare “buu” in uno stadio, è un’offesa alla dignità umana, peggio, alla biodiversità razziale. Ma chi l’ha detto? Perché possiamo dare del cornuto all’arbitro, l’uomo nero di una volta, ma guai a toccare l’uomo nero che guadagna soldi a palate tirando calci a un pallone? A teatro si può fischiare un tenore che ha steccato, perché allo stadio non si può fischiare un calciatore? E se il colore della sua pelle fosse solo un pretesto e lo fischiassero semplicemente perché è un avversario, per giunta odioso? Nessuno si è mai sognato di fischiare Pelé. Altri tempi. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché durante una manifestazione in piazza si possono insultare e persino lanciare oggetti contundenti contro i poliziotti ma è scandaloso se si ulula all’indirizzo di un bullo i cui atteggiamenti in campo sono spesso provocatori. Esiste una linea di demarcazione fra il dissenso e il razzismo? Qual è? Mi domando a che punto sia arrivato il ribaltamento dei valori, delle consuetudini, delle logiche. Cosa determina la reale gravità di un comportamento e chi detta le nuove regole etiche, la cui trasformazione è così rapida e aleatoria da prenderci in contropiede. La mia sensazione, non ho paura ad affermarlo, è che siamo vittime di un controrazzismo ossessivo e compulsivo. 
Aveva ragione Michele Serra, che riprendendo una frase di Dino Risi, scrisse sul Corriere della Sera: “il razzismo finirà quando potremo dire che ci sono neri stronzi come i bianchi”. Lo vogliamo dire a voce alta? No, non si può, la cultura dominante e faziosa ce lo impedisce. Impera la regola del “politicamente corretto”, per cui c’è sempre un sociologo, un politico o un personaggio pubblico che correrà in soccorso di Caino. E delle sue vittime chi si preoccupa? Nessuno, sono invisibili e non portano voti. Credo che la Kyenge, folgorata dai riflettori sulla via per Damasco, abbia proferito una stronzata ma poiché è di sinistra e ha la pelle nera va bene così. Kabobo è il re degli stronzi, il negus dei delinquenti, ma poiché è un povero nero clandestino cui hanno rifiutato l’asilo politico (cui non aveva diritto) va capito e giustificato. Immagino che Bruno Vespa non veda l’ora di accoglierlo a “Porta a Porta”. Balotelli è un grande talento calcistico ma alzi la mano chi, in cuor suo, non lo considera uno stronzetto capriccioso e viziato. Immagino che in fondo sia un bravo ragazzo ma quale padre coscienzioso gli concederebbe a cuor leggero la mano della figlia? Ah già, dimenticavo, guadagna come un nababbo. Allora chissenefrega se è troppo abbronzato oltre che arrogante. 
Mi si accuserà di essere un italiano retrogado, intollerante e persino fascista. In realtà non ho nulla contro i neri, i gialli e i verdognoli, purché siano brave persone e rispettino le leggi. Non sopporto quelli che approfittano della nostra debolezza e stupidità per fare i propri comodi nel nostro Paese e minano la nostra società, la nostra libertà. È sbagliato? Sono intollerante e insensibile? Riconosco che l’insana e ingiustificata paura dell’uomo nero è ancora troppo diffusa in Italia, ma non è il mio caso. Ho spesso teso la mano a persone di colore in difficoltà, non le ho mai considerate subumane o una minaccia. È dell’uomo bianco che ho paura, della sua imbecillità. Una prerogativa che non è di esclusiva pertinenza dei razzisti.

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