sabato 29 giugno 2013

Chiamate le unioni omosessuali come volete ma non matrimonio

Gli omosessuali hanno accolto con entusiasmo una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che stabilisce che i matrimoni contratti negli stati dove sono permessi devono essere ritenuti validi anche negli stati in cui non sono leciti. Ha giudicato incostituzionale e quindi incompatibile con il quinto emendamento della Costituzione americana la legge federale del 1996 nota come DOMA (Defense of Marriage Act). Obama ha approvato la decisione, dichiarando “siamo tutti più liberi”. 
Ne siamo certi, signor Presidente? A parte il fatto che questa decisione non costituisce una legalizzazione del matrimonio gay in tutti gli stati americani (al momento si possono contrarre matrimoni omosessuali solo in 13 stati su 50), si potrebbe discutere a lungo sul significato e valore della libertà. Seneca affermava che “la libertà è l’affrancamento dalle passioni”. Mi pare, invece, che il matrimonio gay sia diventato un tema bollente, condito fin troppo di passione. Se ne discute a voce alta e, spesso, le argomentazioni pro o contro sembrano dettate dagli ormoni impazziti più che dai neuroni. Non voglio entrare nel merito dei diritti civili delle coppie omosessuali. Mi limito a considerare che in una società moderna e civile, fermo restando il rispetto delle norme e del buon senso, ogni cittadino dovrebbe essere eguale di fronte alla Legge. Ciò non toglie, però, che parlare di matrimoni gay abbia su di me lo stesso effetto delle “convergenze parallele” o della “quadratura del cerchio”. 
Perché mai? Perché ritengo che il matrimonio gay sia una forzatura, una mistificazione. Non ha ragione di esistere, per quanto ci si sforzi di far credere il contrario, così come due linee parallele non possono convergere e un cerchio non può essere trasformato in un quadrato. Attenzione, non sto negando agli omosessuali la possibilità dell’unione civile. Sono liberi di affermare i propri diritti, per quanto mi riguarda. Ma attenzione al modo oltre che ai termini. Due donne che si sposano fra loro indossando entrambe l’abito nuziale bianco mi fanno pensare a una sciocca, ridicola parodia del matrimonio. Si può andare contro natura, più difficile definire i ruoli. Non contesto il fatto che due omosessuali che si amano sentano il bisogno di “codificare” e quindi tutelare il loro legame, contesto che le unioni civili fra gay siano definite matrimoni o nozze. Si tratta di tutt’altra cosa: una convenzione sociale fra due individui dello stesso sesso, una joint venture affettiva, un patto umano che necessita di approvazione e tutela legale. Vorrei consigliare ai gay, ma soprattutto ai mass media, di trovare un altro vocabolo, inventarne uno nuovo piuttosto, e di smettete di usare in maniera impropria voci lessicali e concetti che da sempre sanciscono l’unione civile e religiosa fra un uomo e una donna. La vera provocazione non è truccarsi come baldracche al Gay pride ma impadronirsi del concetto di matrimonio e svilirlo, ridicolizzarlo. 
Intanto, è utile ricordare che “matrimonio” deriva dall’unione di due parole latine – mater e munus – che indicano la “madre” e il “compito”. Perché si parli legittimamente di matrimonio, occorre, nel rispetto dell’etimologia e della consuetudine, che ci sia un’unione in cui possa realizzarsi il “compito della madre”. Tale compito è mettere al mondo dei figli e accudirli. Nel diritto romano, il matrimonio rendeva legittimi i figli nati dall’unione fra un uomo e una donna. Non possiamo chiamare matrimonio un legame fra due uomini e due donne, mancano i presupposti per farlo. Anche il termine “nozze” mi pare fuori luogo. I latini chiamavano nuptiae (da nuptus, cioè “nuvola”) la cerimonia con cui il matrimonio era attuato o semplicemente annunciato. La nuvola era in realtà un velo che la sposa indossava per rimarcare la ritualità del passaggio da una condizione di vita a una nuova. Faccio fatica a trattenere il riso se immagino un matrimonio fra due uomini, uno dei quali indossi il velo. Sarò un conservatore, un tipo all’antica, ma faccio fatica a digerire che persone dello stesso sesso possano “sposarsi” fra loro. Mi sembra un paradosso. Possono unirsi civilmente, questo sì, è un loro diritto che va riconosciuto, ma non saranno mai due sposi. Saranno al massimo controfigure di sposi, contraenti un contratto civile. Ma poi, a che pro scimmiottare la ritualità del matrimonio? La coerenza dovrebbe dettare a una coppia omosessuale scelte meno tradizionali, meno “normali”. 
A questo punto, vorrei prendere in considerazione le parole dell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (redatta dalle Nazioni Unite e firmata a Parigi nel 1948). La formula recita: “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione”. La razza, la cittadinanza e la religione vengono indicati quali possibili ostacoli o impedimenti. Non viene citato il sesso, invece. Non perché non costituisse un impedimento, bensì perché l’idea del matrimonio omosessuale non era nemmeno immaginabile quando fu redatta la carta. Nel 1948, era universalmente accettato, e quindi implicito, che uomini e donne avessero il diritto di sposarsi solo fra di loro e fondare una famiglia tradizionale, composta da un marito e una moglie. Solo un pazzo avrebbe reclamato il diritto di sposarsi con una persona dello stesso sesso e mettere al mondo un figlio per procura. Oggi, invece, si parla di matrimonio omosessuale come se fosse la cosa più naturale del mondo, una conquista, una verità da imporre dopo secoli di oscurantismo. In nome del progressismo e del relativismo, si commette quando meno un atto di lesa maestà alla linguistica. D’altra parte, viviamo in tempi in cui chi più ne ha più ne mette. Sta diventando di moda anche l’orribile termine “femminicidio”. Chissà che un giorno, il frutto in provetta di una coppia lesbica non venga chiamato “genomino/a” anziché figlio/a, o che il termine “umanità” non sia abrogato e sostituito con qualche astruso neologismo per non fare torto alle donne! 
Ahimè, posso far finta di non vedere che il mondo va a rotoli e che il falso progresso ha corroso le fondamenta morali della società. Purtroppo, la mia passione per la linguistica mi impedisce di chiudere gli occhi di fronte allo scempio di cui ci si rende promotori pur di accreditare il nuovo che si impone, l’etica che si sbriciola, la decadenza dell’umanesimo in nome dell’emancipazione. L’omosessualità avanza come un’onda anomala. Ma a fare più danni, per il momento, non sono i fautori della trasgressione sessuale ma quelli del linguaggio. Temo che fra qualche anno i matrimoni omosessuali saranno una banale consuetudine, non faranno più notizia. Mi terrorizza maggiormente l’idea che anche il vocabolario sarà riformato in nome dei diritti delle minoranze e di quella libertà non meglio precisata ma destabilizzante invocata da Obama.

venerdì 21 giugno 2013

Chi abbandona il suo cane è tre volte miserabile




Ci risiamo. Come ogni anno, all’inizio dell’estate, in coincidenza con le prime partenze dei vacanzieri, l’abbandono degli animali domestici torna di attualità e raggiunge il picco. In realtà, il fenomeno è diffuso tutto l’anno e il fatto che abbandonare o maltrattare un animale domestico sia un reato non è un deterrente sufficiente per inibire un’abitudine scellerata. Ieri ho letto sul Corriere della Sera che ogni anno, in Italia, sono abbandonati 350.000 animali. Pare che solo 50.000 si salvino e trovino un rifugio sicuro o una nuova sistemazione. A farne le spese maggiori sono i cani. Ne vengono abbandonati a un destino di sofferenza e spesso di morte almeno 100.000. Solo nei mesi di giugno, luglio e agosto, sono “scaricati” sul ciglio delle strade o al limitare dei boschi, come fossero sacchi della spazzatura, non meno di 60.000 cani, cioè 650 al giorno, uno ogni due minuti. Il tempo di leggere questo post e altri due cani saranno stati condannati a un destino crudele dai loro squallidi padroni. 
La settimana scorsa, mentre ero al volante di un’ambulanza in servizio 118, mi sono imbattuto in due cani che stazionavano nei pressi di una rotatoria e ostacolavano il traffico. Erano palesemente smarriti, confusi, assetati. Erano stati abbandonati nei pressi della barriera autostradale di Como Grandate e vagavano senza meta. Sono riuscito a evitarli ma non ho potuto fermarmi perché ero in emergenza. Mi è montata la rabbia. Quei due cani, per altro di razza ma privi di collare, mi hanno ricordato che il mondo è pieno di miserabili. Lo so, non è una novità. E comunque, non è dei miserabili la cui miseria è dovuta alla povertà o all’ignoranza atavica che mi lamento. Ce l’ho coi miserabili apparentemente “normali”, che a vederli non diresti mai che sono capaci di comportamenti disumani. Hanno belle macchine, vestiti alla moda, una famiglia e una casa. Hanno anche un cane (o un gatto o altri animali domestici) ma sono così egoisti e insensibili da liberarsene quando gli da fastidio. L’abbandono degli animali è un problema sociale che chiama in causa due aspetti del vivere: il senso civico e l’etica. Entrambi sono disattesi da decine di migliaia di persone, come se fossero bazzecole. Eppure, l’articolo 727 del codice penale, al primo comma recita che “chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini alla cattività è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro”. Chi se ne frega della legge! – ragiona con spavalderia il miserabile. E chi se frega dell’etica! Molti sono convinti che un animale domestico sia solo un gioco, un passatempo, una cosa. Eh no! Gli animali hanno un’anima, pensano e provano emozioni simili a quelle umane. La morale ci vieta di trattarli come se fossero oggetti usa e getta. Anche qui, tuttavia, cadono le illusioni. Viviamo in un mondo dove il senso civico è appannaggio di pochi e dove la coscienza si accende e si spegne a comando. On/off, come in un videogioco. Temo che da oggi fino ai primi di settembre mi capiterà di vedere in giro altri cani abbandonati, disperati, con la bava alla bocca. Ogni volta penserò: “Sia stramaledetto il bastardo che ti ha spezzato il cuore e piantato in asso per godersi le ferie!”. Naturalmente, auguro a quelli che per andare al mare, in montagna o dove gli pare, hanno abbandonato per strada un animale domestico, di passare una vacanza d’inferno. 
Non solo, voglio dire loro che sono tre volte miserabili. In primis, perché fanno parte della categoria dei vigliacchi. E qui mi sovviene una frase di Dostoevskkij. “Vedete, vi sono tre tipi di vigliacchi al mondo: i vigliacchi ingenui, convinti che la loro vigliaccheria rappresenti la più alta nobiltà, i vigliacchi vergognosi, cioè quelli che si vergognano della propria vigliaccheria, avendo tuttavia l’intenzione di continuare ad essere vigliacchi, e infine i vigliacchi puro sangue”. Cari signori, non illudetevi di essere vigliacchi ingenui o vergognosi. Voi siete vigliacchi puro sangue, siete dei vili indegni di chiamarvi esseri umani. Secondariamente, siete crudeli a dispetto del credervi buoni, comprensivi e tolleranti. Serbate la malvagità in pectore e la crudeltà dell’abbandono con cui infierite su un animale che ha vissuto con voi, dimostra che avete un cuore di caucciù. Anche qui, cito Dostoevskij, uno dei miei autori preferiti. “Si sente parlare a volte di crudeltà belluina dell’uomo, ma è profondamente ingiusto e offensivo per le belve. Una belva non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo. Una tigre morde, sbrana e non sa fare nient’altro. Non le verrebbe mai in mente di inchiodare gli uomini per gli orecchi tutta una notte, neppure se fosse in grado di farlo”. La verità è certi esseri umani si comportano in maniera più bestiale degli animali. È come se la crudeltà, spesso incosciente e incontrollabile, fosse una prerogativa umana, un mostriciattolo che alberga nelle pieghe recondite del cuore e salta fuori quando gli pare e piace, infischiandosene del cammino della civiltà. Infine, ecco la terza ragione per cui siete miserabili. Abbandonando un animale domestico dimostrate di non avere senso di responsabilità. Siete irresponsabili, inaffidabili, privi di dignità. Il vostro gesto può provocare incidenti stradali e inoltre favorisce il randagismo, con tutto ciò che ne deriva. C’è una battuta cinematografica dell’Uomo Ragno che dovrebbe indurvi a riflettere: “Da un grande potere, derivano grandi responsabilità”. Adottare o comprare un animale domestico implica il potere di averne cura o trascurarlo, di renderlo felice o infelice, e persino di mantenerlo in vita o ucciderlo. Un cane, un gatto o ogni altro animale accolto in casa, dipende totalmente dal suo padrone e ciò comporta una forte responsabilità. Chi l’assume dovrebbe ricordarsene, altrimenti è un meschino. Liberarsene come i marinai si liberavano un tempo dai clandestini o degli schiavi, gettandoli in mare, significa anteporre l’egoismo cinico al senso di responsabilità che un uomo dovrebbe indossare con orgoglio, come fosse un abito di gala. 
Chiaro, no? 
Quando scrivo, cerco sempre di usare un linguaggio pulito, elegante, ma oggi mi vedo costretto a fare uno strappo alla regola. Lasciatemelo dire a chiare lettere, voi che abbandonate il vostro cagnolino o il vostro gatto e poi fuggite, come ladri nella notte, siete fetide merde liquide. Il vostro animo puzza. 
L’estate è iniziata oggi, col solstizio, ed è inevitabile che anche quest’anno giornali e televisioni porteranno alla ribalta le imprese dei tre volte miserabili. Alle merdacce voglio ricordare che la vita è come un boomerang. Chissà che da vecchi non veniate abbandonati da chi avete amato. Potreste finire i vostri giorni in un ospizio, dimenticati da tutti e magari maltrattati, e all’improvviso, per un dispetto della mente, potreste rivedere lo sguardo languido di un cagnolino che intuiva il vostro tradimento e al quale non avete avuto il coraggio di dare nemmeno l’ultima carezza.

mercoledì 19 giugno 2013

Stiamo diventando il pianeta delle scimmie

La teoria evoluzionistica di Darwin non cessa di tenere banco. Il comportamento umano conserva inquietanti analogie con quello dei primati e non è fuori luogo pensare che stiamo diventando il pianeta delle scimmie. Pensiamo a Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, per fare un esempio. Chi sono? Sono le famose Sanzaru, le “Tre scimmie sagge” della cultura giapponese. La prima non vede, la seconda non sente e la terza non parla. Spesso chiamate in causa come simbolo dell’omertà (non vedono, non sentono e non parlano del male) esprimono per estensione un difetto sempre più diffuso nella società del benessere: l’indifferenza. L’essere umano mostra una propensione pronunciata all’indifferenza verso ciò che accade attorno e in ciò è dimentico di fare parte del tutto. Ci comportiamo come se fra noi e il resto del mondo (il famoso “prossimo” del Vangelo) si fosse creata una frattura insanabile. Non ce ne frega niente degli altri, non ci riguarda. Anzi, ci infastidisce e perciò voltiamo la testa dall’altra parte. 
L’ultimo esempio di come la gente sia diventata indifferente al dolore altrui e persino alla morte, è stato offerto l’altro giorno dai bagnanti di Formia, sul litorale pontino. È accaduto che una donna anziana sia morta dopo un malore capitatogli mentre era in acqua. Il corpo di questa turista straniera è stato disteso sulla spiaggia, a pochi metri dagli ombrelloni, e mentre i sanitari del 118 tentavano invano di rianimarla, i bagnanti continuavano imperterriti a passeggiare, prendere il sole, entrare in acqua, giocare a racchettone e persino scambiarsi effusioni amorose a pochi passi dal cadavere. Il triste fatto mi riporta alla mente episodi analoghi. Nell’agosto 2011, il cadavere di un uomo rimase sotto un ombrellone per tre ore a Ostia, tra l’indifferenza generale della folla. Al massimo, gli astanti buttano un occhio, ma solo per curiosità, fanno qualche commento idiota e poi si rituffano in mare o addentano una fetta d’anguria. 
Che dire? La pietà è defunta e il genere umano non gode certo di buona salute se è vero, come scrisse Cechov nella sua Una storia noiosa, che “l’indifferenza è la paralisi dell’anima, una morte prematura”. Concetto ribadito da Kahlil Gibran, per il quale “l’indifferenza è già metà della morte”. Ormai siamo abituati a comportarci come le tre scimmie sagge. Pensiamo sia il male minore e perciò riusciamo a giustificarci, ad assolverci. In fondo, l’indifferenza ci permette di stare lontani dai guai, di non essere coinvolti, di rimanere spensierati e di sopravvivere, anche se parzialmente defunti. In fondo, ha una forza rassicurante, vitale. Secondo Pavese, è l’indifferenza che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni. Come dargli torto? Più che alle scimmie, assomigliamo alle pietre. Chiunque, nel corso di una giornata qualunque, ha modo di notare che le strade sono affollate di passanti distratti e noncuranti, affetti da un’indifferenza di sasso verso gli altri (soprattutto i reietti). Il genere umano, colpito dalla perdita dei valori morali, soffre dunque di una malattia psicologica contagiosa che lo porta ad alienarsi, a richiudersi in se stesso come un riccio. Siamo affetti dalla sindrome della coscienza pulita. Pulita, certo, ma perché non la usiamo. È come se la nostra coscienza fosse andata in ferie prima di noi, avesse abdicato per manifesta incapacità di adeguarsi allo spirito del tempo, che detta regole ciniche, egoistiche e perverse cui non sappiamo più opporci. In definitiva, conviene adattarsi, arrendersi. 
Qualcuno dirà che l’indifferenza non è poi il peggiore dei mali e che se le tre scimmie giapponesi sono definite “sagge” una ragione ci sarà. Per quanto nella filosofia antica, in particolare fra gli scettici e gli stoici, fosse diffusa l’idea che il saggio dev’essere imperturbabile (atarassia), libero dalle passioni (apatia) e indifferente nelle preferenze (adiaforia), non credo che tapparsi la bocca e gli orecchi e chiudere gli occhi sia la via migliore per la felicità. Personalmente, non condivido nemmeno il pensiero morale di Schopenhauer, che propugna l’indifferenza ascetica come via di fuga. Gli esistenzialisti giustificavano l’indifferenza, la consideravano la risposta più corretta all’inutilità, precarietà e assurdità della vita umana. Potrei continuare e chiamare in causa Heidegger e Sartre, per il quale l’indifferenza altro non sarebbe se non il fallito tentativo di acquisire una precisa configurazione di sé, della propria coscienza attraverso la relazione con l’altro. Ma non voglio diventare noioso. Fa già caldo nonostante siano solo le nove del mattino e capisco che il cervello ha voglia di svago e non di elucubrazioni. Resta il fatto che mi rattrista riconoscere nei miei simili stili di vita degni di un primate. Come soccorritore del 118 mi è capitato tante volte di affrontare situazioni dolorose in cui i cosiddetti “astanti” (ciò le persone presenti sul luogo di un evento sanitario drammatico) hanno dato prova di indifferenza o, peggio ancora, di attenzione morbosa e fastidiosa, che è il contraltare dell’empatia. Ci si butta anche fisicamente su un incidente per vedere il morto, non per interesse nei confronti della vita. Ci si sbraccia per curiosità, non per solidarietà. Salvo defilarsi quando ci si accorge che lo spirito d’iniziativa può comportare un’assunzione di responsabilità. Eppure, grazie al cielo, non tutti gli esseri umani sono indifferenti o vili. Anche quest’anno, come capita ogni estate, qualche giovane coraggioso si tufferà in acqua per salvare qualcuno che sta annegando. E speriamo che continuino ad esistere gli altruisti che intervengono per sventare un furto, bloccare uno stupratore, difendere un debole o semplicemente aiutare chi sta male. 
Auguriamoci che i generosi non spariscano dalla circolazione e che ci siano sempre uomini e donne che si rifiutano di fare come le tre scimmie giapponesi. Altrimenti, prima o poi ci ritroveremo a ripetere le parole che il capitano Taylor pronuncia nel film Planet of the Apes (l’originale del 1968) scrutando lo spazio: “Mi sento solo”. È forse questo il lato peggiore dell’indifferenza, condannarci alla solitudine.

domenica 9 giugno 2013

La "bella estate" dipende solo dal nostro cervello

Come sarà l’estate? È una domanda legittima, velata di apprensione. Ce lo chiediamo prima che la stagione del “calore bruciante” abbia inizio ed è utile ricordare, per quanto la cosa possa sembrare scontata, che l’estate 2013 comincerà il 21 giugno con il solstizio d’estate. Voglio anche ricordare che la parola “solstizio” deriva dal latino “Solis statio”, cioè fermata, arresto del sole. In quella data, infatti, il sole raggiunge il suo punto massimo di declinazione positiva e cade il giorno più lungo dell’anno. Il solstizio è alle porte e dovremmo essere felici. Ci attende una nuova estate e come annotò Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni, “un’estate è sempre eccezionale, sia essa calda o fredda, secca o umida”. 
Sarà eccezionale l’estate 2013? Ma, soprattutto, siamo felici? Per il momento, possiamo fidarci solo delle nostre sensazioni, che non sono granché rassicuranti. Intanto, quest’anno la primavera si è data alla macchia. Possiamo definirla renitente, latitante, non pervenuta. Ogni anno che passa sembra voler rafforzare una tendenza che va aldilà dei luoghi comuni. Non ci sono più le mezze stagioni, ad esempio, e nel mese di luglio si registrano temperature superiori a quelle di agosto. A tale proposito, secondo i meteorologi il picco del caldo dell’estate 2013 sarà nella seconda decade di luglio e avremo ondate di calore meno frequenti e feroci rispetto all’anno scorso. Si vedrà. Poco male, i fattori climatici non costituiscono l’indice più preoccupante. Il dato che spegne il sorriso è che quest’estate quasi la metà degli italiani resterà a casa. La percentuale prevista di chi andrà in vacanza è scesa al 58%. Era il 66% l’anno scorso e sfiorava l’80% tre anni fa. Si tratta, ovviamente, di un effetto collaterale della gravissima crisi che ci attanaglia. Per moltissime persone, abituate a trascorrere un breve periodo di riposo e svago nei mesi estivi, viaggiare o soggiornare al mare, in montagna o altrove, è diventata un’utopia. Mancano i soldi oppure si preferisce risparmiare perché mala tempora currunt. Insomma, ci attende un’estate non eccezionale, in tono minore. In più, la felicità è in fuga. 
Sono appena tornato da una breve pausa vacanziera in quel di Sanremo e ho preso atto che i residenti si lamentano perché i turisti sono scomparsi o spendono poco. In effetti, le spiagge erano vuote. Certo, con la fine della scuola arriveranno le nonne e i bambini. Ma poi? Quanti italiani potranno permettersi di fare due o tre settimane di vacanze spensierate a luglio e agosto? Il vero problema è l’umore. Con buona pace di chi resterà a casa, molti di quelli che andranno in vacanza faticheranno a godersi la loro vacanza, che sarà in qualche molto guastata dalle atmosfere ambientali, dalle preoccupazioni, dal caro prezzi che fa da contraltare al calo dei consumi, dalle manovre (e sorprese) del governo, dal fatto che la quotidianità è diventata aleatoria. Ci sentiamo tutti, vacanzieri e rinunciatari, come i poveri burattini i cui fili sono manovrati da Mangiafuoco. L’incertezza e la paura del domani renderanno inquiete le nostre ferie, la nostra villeggiatura, la nostra meritata vacanza. Ahinoi, “non c’è che una stagione, l’estate” diceva Flaiano. Una volta, forse, quando era la dinamo che ci ricaricava, lo spartiacque oltre il quale la nostra esisteva tornava a fluire e con essa le energie. Adesso, l’estate rischia d’essere un sogno infranto, un altro motivo di stress e rammarico. Già, pare che il rammarico sia la nota dominante dei prodromi freddi e piovosi di questa estate che si mostra pudica per non dire riluttante. Ho sentito molte persone rimpiangere le estati di una volta, tuffarsi con la mente nel mare magnum delle stagioni d’antan, quando non eravamo gusci di noce in balia dei marosi. Il vero rammarico è il bene perduto. 
Ma è mai esistita la “Bella estate?”. Certamente, ne abbiamo conosciute tante e il rammarico diventa rimpianto sotto l’incalzare dei ricordi felici. Fateci caso, c’è una cappa di tristezza in giro, unita a tanto turbamento.  Il clima non aiuta a cacciare via i fantasmi e se anche potremo permetterci di riposare alcuni giorni sotto l’ombrellone in spiaggia o fare qualche bella escursione in montagna, è probabile che i pensieri non ci daranno pace. Una volta, invece, staccavamo la spina e via… Quindi? Credo che la vera estate, la bella estate, sia ancora possibile ma dipende da noi e non dalla recessione. Dobbiamo crearla attivando le nostre risorse mentali, a prescindere dal luogo fisico in cui la passeremo. “È bello svegliarsi e non farsi illusioni” scriveva Pavese. Perché l’estate 2013 sia “passabile” o quanto meno non deprimente occorre uscire dal torpore mentale, cioè svegliarsi. Il che significa non farsi condizionare dai sogni non realizzabili né dominare dai padroni della mente. I primi sono dettati dalla nostra vanità, dall’Ego, dal timore d’essere giudicati in modo negativo se non possiamo tenere il passo. I secondi sono facilmente identificabili e definibili come le cause primarie dei nostri mali. Sono il desiderio, l’incapacità di accontentarsi, l’ambizione sfrenata. Si può passare un’estate piacevole e serena anche a casa, rinunciando alla vacanza sulle Dolomiti o in Sardegna. Basta organizzarsi, predisporsi mentalmente oltre che materialmente. 
La bella estate dipende realmente dal nostro cervello, le cui potenzialità sono immense. La mente può governare il nostro stato d’animo e persino la nostra condizione psicofisica. Può permetterci di passare un’estate indimenticabile, alla faccia della crisi, delle rinunce e delle preoccupazioni. Come? Facendoci riscoprire le piccole gioie e le grandi fonti della serenità, che spesso sono accanto a noi. L’estate che viene può offrire vantaggi e benefici inimmaginabili anche a chi la trascorrerà a casa, brontolando per il caldo. A patto di sfruttare il cervello, che è più ampio del cielo.