sabato 29 giugno 2013

Chiamate le unioni omosessuali come volete ma non matrimonio

Gli omosessuali hanno accolto con entusiasmo una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che stabilisce che i matrimoni contratti negli stati dove sono permessi devono essere ritenuti validi anche negli stati in cui non sono leciti. Ha giudicato incostituzionale e quindi incompatibile con il quinto emendamento della Costituzione americana la legge federale del 1996 nota come DOMA (Defense of Marriage Act). Obama ha approvato la decisione, dichiarando “siamo tutti più liberi”. 
Ne siamo certi, signor Presidente? A parte il fatto che questa decisione non costituisce una legalizzazione del matrimonio gay in tutti gli stati americani (al momento si possono contrarre matrimoni omosessuali solo in 13 stati su 50), si potrebbe discutere a lungo sul significato e valore della libertà. Seneca affermava che “la libertà è l’affrancamento dalle passioni”. Mi pare, invece, che il matrimonio gay sia diventato un tema bollente, condito fin troppo di passione. Se ne discute a voce alta e, spesso, le argomentazioni pro o contro sembrano dettate dagli ormoni impazziti più che dai neuroni. Non voglio entrare nel merito dei diritti civili delle coppie omosessuali. Mi limito a considerare che in una società moderna e civile, fermo restando il rispetto delle norme e del buon senso, ogni cittadino dovrebbe essere eguale di fronte alla Legge. Ciò non toglie, però, che parlare di matrimoni gay abbia su di me lo stesso effetto delle “convergenze parallele” o della “quadratura del cerchio”. 
Perché mai? Perché ritengo che il matrimonio gay sia una forzatura, una mistificazione. Non ha ragione di esistere, per quanto ci si sforzi di far credere il contrario, così come due linee parallele non possono convergere e un cerchio non può essere trasformato in un quadrato. Attenzione, non sto negando agli omosessuali la possibilità dell’unione civile. Sono liberi di affermare i propri diritti, per quanto mi riguarda. Ma attenzione al modo oltre che ai termini. Due donne che si sposano fra loro indossando entrambe l’abito nuziale bianco mi fanno pensare a una sciocca, ridicola parodia del matrimonio. Si può andare contro natura, più difficile definire i ruoli. Non contesto il fatto che due omosessuali che si amano sentano il bisogno di “codificare” e quindi tutelare il loro legame, contesto che le unioni civili fra gay siano definite matrimoni o nozze. Si tratta di tutt’altra cosa: una convenzione sociale fra due individui dello stesso sesso, una joint venture affettiva, un patto umano che necessita di approvazione e tutela legale. Vorrei consigliare ai gay, ma soprattutto ai mass media, di trovare un altro vocabolo, inventarne uno nuovo piuttosto, e di smettete di usare in maniera impropria voci lessicali e concetti che da sempre sanciscono l’unione civile e religiosa fra un uomo e una donna. La vera provocazione non è truccarsi come baldracche al Gay pride ma impadronirsi del concetto di matrimonio e svilirlo, ridicolizzarlo. 
Intanto, è utile ricordare che “matrimonio” deriva dall’unione di due parole latine – mater e munus – che indicano la “madre” e il “compito”. Perché si parli legittimamente di matrimonio, occorre, nel rispetto dell’etimologia e della consuetudine, che ci sia un’unione in cui possa realizzarsi il “compito della madre”. Tale compito è mettere al mondo dei figli e accudirli. Nel diritto romano, il matrimonio rendeva legittimi i figli nati dall’unione fra un uomo e una donna. Non possiamo chiamare matrimonio un legame fra due uomini e due donne, mancano i presupposti per farlo. Anche il termine “nozze” mi pare fuori luogo. I latini chiamavano nuptiae (da nuptus, cioè “nuvola”) la cerimonia con cui il matrimonio era attuato o semplicemente annunciato. La nuvola era in realtà un velo che la sposa indossava per rimarcare la ritualità del passaggio da una condizione di vita a una nuova. Faccio fatica a trattenere il riso se immagino un matrimonio fra due uomini, uno dei quali indossi il velo. Sarò un conservatore, un tipo all’antica, ma faccio fatica a digerire che persone dello stesso sesso possano “sposarsi” fra loro. Mi sembra un paradosso. Possono unirsi civilmente, questo sì, è un loro diritto che va riconosciuto, ma non saranno mai due sposi. Saranno al massimo controfigure di sposi, contraenti un contratto civile. Ma poi, a che pro scimmiottare la ritualità del matrimonio? La coerenza dovrebbe dettare a una coppia omosessuale scelte meno tradizionali, meno “normali”. 
A questo punto, vorrei prendere in considerazione le parole dell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (redatta dalle Nazioni Unite e firmata a Parigi nel 1948). La formula recita: “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione”. La razza, la cittadinanza e la religione vengono indicati quali possibili ostacoli o impedimenti. Non viene citato il sesso, invece. Non perché non costituisse un impedimento, bensì perché l’idea del matrimonio omosessuale non era nemmeno immaginabile quando fu redatta la carta. Nel 1948, era universalmente accettato, e quindi implicito, che uomini e donne avessero il diritto di sposarsi solo fra di loro e fondare una famiglia tradizionale, composta da un marito e una moglie. Solo un pazzo avrebbe reclamato il diritto di sposarsi con una persona dello stesso sesso e mettere al mondo un figlio per procura. Oggi, invece, si parla di matrimonio omosessuale come se fosse la cosa più naturale del mondo, una conquista, una verità da imporre dopo secoli di oscurantismo. In nome del progressismo e del relativismo, si commette quando meno un atto di lesa maestà alla linguistica. D’altra parte, viviamo in tempi in cui chi più ne ha più ne mette. Sta diventando di moda anche l’orribile termine “femminicidio”. Chissà che un giorno, il frutto in provetta di una coppia lesbica non venga chiamato “genomino/a” anziché figlio/a, o che il termine “umanità” non sia abrogato e sostituito con qualche astruso neologismo per non fare torto alle donne! 
Ahimè, posso far finta di non vedere che il mondo va a rotoli e che il falso progresso ha corroso le fondamenta morali della società. Purtroppo, la mia passione per la linguistica mi impedisce di chiudere gli occhi di fronte allo scempio di cui ci si rende promotori pur di accreditare il nuovo che si impone, l’etica che si sbriciola, la decadenza dell’umanesimo in nome dell’emancipazione. L’omosessualità avanza come un’onda anomala. Ma a fare più danni, per il momento, non sono i fautori della trasgressione sessuale ma quelli del linguaggio. Temo che fra qualche anno i matrimoni omosessuali saranno una banale consuetudine, non faranno più notizia. Mi terrorizza maggiormente l’idea che anche il vocabolario sarà riformato in nome dei diritti delle minoranze e di quella libertà non meglio precisata ma destabilizzante invocata da Obama.

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