mercoledì 31 luglio 2013

Volare, per aprire la mente e nutrire il cuore

Voici mon secret. Il est trés simple: on ne voit bien qu’avec le coeur. L’essential est invisible pour les yeux”. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. (Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, 1943)


Chi non conosce Le Petit Prince, l’opera più famosa di Antoine de Saint-Exupéry, scrittore e aviere francese scomparso tragicamente mentre era in volo la notte del 31 luglio 1944?  Nel giorno in cui ricorre la sua morte, non ho potuto fare a meno di scegliere una delle tante perle del libro che l’autore non immaginava potesse essere tradotto in duecentocinquanta lingue e diventare un cult-book da semplice racconto per l’infanzia che era in origine. Il dialogo fra il piccolo principe proveniente da un lontano asteroide e in viaggio sulla terra e un pilota di aerei precipitato nel Sahara è un capolavoro della letteratura e la sua lettura ci colma ogni volta di stupore, grazia, commozione. Il segreto del piccolo principe, che vedeva col cuore, l’unica lente con cui si può cogliere l’essenziale, altrimenti invisibile, è la leva cui dovremmo ricorrere per tirarci su in questi tempi in cui siamo quasi rasi al suolo e niente e nessuno riesce a sollevarci. Abbiamo bisogno, sopra ogni altra cosa, di raddrizzare la schiena e una volta in piedi sollevare lo sguardo verso l’alto e spiccare il volo. Perché volare è l’essenza stessa della vita. Volare è un bisogno fisiologico, chi non lo espleta finisce per spegnersi. Volare nutre la mente e disseta il cuore. Chi ci rinuncia è destinato ad appassire prima del tempo. 
Quando penso alla follia di Icaro e alla mania di Leonardo da Vinci, che era ossessionato dal volo degli uccelli e sognava di imitarli, mi sento come colto da una febbre che ho sempre saputo dominare, altrimenti… Confesso che ho un rammarico. Non ho mai preso il brevetto di volo né ho sperimentato la sublime esperienza del parapendio. L’aggravante è che entrambe le discipline erano alla mia portata. Como, la città dove vivo, vanta la scuola di volo più antica del mondo e ha fatto la storia degli idrovolanti. Il lago di Como offre altre rinomate scuole di volo e punti di decollo e atterraggio fuori del comune. Se tornassi indietro con gli anni mi toglierei queste voglie. Le circostanze (o forse la pigrizia) me l’hanno fin qui impedito. In compenso, è tutta la vita che volo con le ali della fantasia, dell’immaginazione. Non posso farne a meno e mai ci rinuncerò. I voli pindarici sono la mia specialità ma adoro anche spiccare il volo sule terre inesplorate della creatività, sui fiumi della storia e sui regni dell’immaginario. Se sono diventato uno scrittore è perché ho arricchito il mio volo di acrobazie. Come in tutti i campi, l’esperienza rende abili. Ho anche imparato che il cuore ha una vista straordinaria e difficilmente si sbaglia quando si osservano le cose a volo d’uccello, con le ali spiegate. Confidare nel cuore è come affidarsi alle correnti dell’aria. Dovremmo imparare dai volatili, soprattutto i grandi migratori, il cui volo libero è indice di fermezza, sicurezza, resistenza e armonia. Dovremmo acquisire da loro una virtù sopra ogni altra: la leggerezza. 
Saint-Exupéry, di cui ho amato tantissimo “Volo di notte”, un romanzo intimo e riflessivo che ho letto quand’ero adolescente, amava il volo più di ogni altra cosa. Volare, in tempo di pace e di guerra, era per lui un bisogno fisiologico. Sapeva volare anche con la mente e ciò lo rendeva un uomo speciale. La sua morte è rimasta avvolta nel mistero per tanti anni ma oggi sappiamo come andarono le cose la notte del 31 luglio 1944. Durante l’ultima di cinque missioni di ricognizione fra la Sardegna e la Corsica, egli scomparve precipitando col suo bimotore Lockheed Lightning F-5 nelle acque del Mar Tirreno. Era diretto a Lione. Si parlò di incidente e forse di suicidio (si pensò che lo scrittore-aviere avesse deciso di morire in volo per coronare la sua vita inimitabile) ma in seguito prese credito l’ipotesi che il suo aereo fosse stato abbattuto da un caccia tedesco. Nel 2004, furono ritrovati a sessanta metri di profondità al largo dell’Ile de Riou i rottami di un aereo che si crede sia quello di Saint-Exupéry. Non tutti ne sono convinti, però. Nel 2008, Horst Rippert, un ex-pilota della Luftwaffe che ebbe al suo attivo 28 vittorie in scontri aerei, ammise di avere abbattuto l’F-5 su cui volava in solitario Saint-Exupéry. Rippert ha tenuto nascosto il suo segreto per sessantaquattro anni. Il motivo? Quando seppe di avere ucciso un personaggio conosciuto e amato anche in Germania per i suoi libri sul volo provò un senso di colpa e di vergogna. Ma quale morte migliore poteva decretare il trasferimento definitivo nei cieli di un uomo che avrebbe rinunciato a tutto ma non a volare? Noi non siamo tenuti a tanto, tuttavia dovremmo usare la stessa determinazione di Saint-Exupéry, la stessa fedeltà e coerenza nel dispiegare le ali, e pazienza se sulla via incontreremo un Rippert che cercherà di abbatterci. Al massimo, riuscirà a colpire il nostro orgoglio, a ferire i nostri sentimenti. Ma non potrà farci precipitare negli abissi, non se ci ostineremo a volare per cogliere l’essenziale della vita. 
Vola solo chi osa farlo, ha scritto Luis Sepulveda, un altro grande scrittore. Chi può negarci il diritto di osare? Chi può impedirci di spaziare con la mente e vedere col cuore anche in tempi in cui siamo avvolti dalla nebbia?

mercoledì 24 luglio 2013

La rinuncia ai frutti dell'azione è la via maestra per la pace della mente

Coltiva la conoscenza. Ma superiore alla conoscenza è la meditazione, e superiore alla meditazione è la rinuncia ai frutti dell’azione perché la rinuncia permette di raggiungere la pace della mente.” (Bhagavad-Gita, cap. 12 vs 12)   
Per chi non lo sapesse, la Bhagavad-Gita, uno dei testi letterari più eccelsi d’ogni epoca, non è solo l’insieme degli insegnamenti che il dio Krishna dona ad Arjuna, refrattario a combattere a Kurukshetra contro amici e familiari, per convincerlo a compiere il suo dovere di guerriero. È molto di più, uno straordinario manuale etico e spirituale e una fonte d’ispirazione anche per l’uomo contemporaneo. Fra i tanti insegnamenti di Krishna, emerge quello che a noi appare come il più difficile da mettere in pratica. Krishna indica nella rinuncia (tyaga) la via per essere in pace con noi stessi e gli altri. Ma cosa intende per rinuncia? Egli afferma che “la vera rinuncia è praticata da chi rinuncia ai frutti dell’attività” (cap. 18, verso 11). Si potrebbe credere che ci inviti a distribuire agli altri i proventi del nostro lavoro, della nostra opera. Non è così. In realtà, rinuncia significa liberarsi di ogni dualità e dell’ansia che ci attanaglia ogni volta che agiamo (per cui ci creiamo delle aspettative) al fine di stabilirsi in sé. In sostanza, invitandoci a praticare il karma-phala-ryagah (“rinuncia dei risultati dell’azione interessata”) ci mostra la via maestra per raggiungere la serenità mentale. “Sforzati di rinunciare ai frutti delle tue azioni” (cap. 12, verso 11) dice la divinità induista all’arciere Arjuna. L’eco di queste semplici e profonde parole giunge fino a noi e ci riguarda strettamente. 
Fateci caso, le principali cause di dolore sono i desideri e le passioni, che ci dominano e facilmente producono insoddisfazione, frustrazione, angoscia. Noi ci aspettiamo un risultato positivo da quello che facciamo. Le nostre azioni sono viziate dal bisogno di soddisfare il nostro falso Ego, il nostro bisogno di gratificazione dei sensi, la nostra fame di successo e benessere. Riteniamo naturale aspettarci dei buoni risultati, soprattutto se ci siamo impegnati per ottenerli, se pensiamo di valere, se siamo nel giusto. Ma il più delle volte, i risultati mancano o sono deludenti. La realtà è troppo spesso inferiore alle nostre aspettative e il fallimento ci rende inquieti, ci deprime. Agire senza attaccamento al risultato delle nostre azioni è il segreto perché ciò non avvenga. Dovremmo agire (bene) disinteressandoci di ciò che raccoglieremo. Krishna afferma che “si deve agire per dovere, senza attaccamento ai frutti dell’azione, perché agendo senza attaccamento si raggiunge il Supremo” (cap. 3, verso 19).  Più avanti, sostiene che “l’uomo che agisce libero da ogni desiderio di gratificazione dei sensi è da considerarsi situato nella piena conoscenza” (cap. 4, verso 19). Naturalmente, sono due affermazioni e insieme due promesse che la nostra esperienza del mondo attuale ci fa vedere come improbabili per non dire utopistiche. Eppure, come insegnavano i vecchi, l’uomo più felice è quello che si accontenta. Di cosa dovremo accontentarci? Di compiere il nostro dovere senza aspettarci riconoscimenti, di mettere a dimora dei semi senza preoccuparci del raccolto, di agire in ogni caso in maniera virtuosa e intelligente. 
Nella Bhagavad-Gita si definiscono tre tipi di azione. La prima è “l’azione compiuta in virtù, l’azione pia (che) porta alla purificazione”. La seconda è “quella compiuta in passione (che) porta alla sofferenza”. La terza è “l’azione compiuta in ignoranza (che) porta alla stupidità”. Va da sé che dobbiamo perseguire solo le azioni virtuose e nel farlo è necessario disinteressarci dei vantaggi che potrebbero portarci. Dobbiamo agire perché sentiamo che è giusto farlo, per onorare noi stessi, per senso di dovere e qui bisognerebbe chiarire il significato del termine “dovere”. Occorre interpretarlo in modo originale. Il nostro vero dovere è agire in modo responsabile, restare fedeli alla nostra missione, al nostro Sé. Spesso non ci piace il ruolo che la vita ci ha ritagliato, non ci stanno bene le risposte deludenti che essa dà alle nostre speranze, ai nostri sforzi di miglioramento. Ci sentiamo avviliti, soprattutto quando la mente ci convince che meritiamo di più, siamo migliori degli altri. Ma farci lusingare da questi pensieri significa cadere nella pania della passione. Significa patire e smarrire la serenità d’animo che invece detta i ritmi dell’esistenza delle persone che vivono con semplicità, con calma, senza il bisogno di avere sempre più o di essere gratificati dagli altri. 
Chi si contenta gode, diceva sempre mio nonno materno, che nella sua aurea mediocritas aveva scoperto e messo in pratica il segreto della vita beata. Il mio nonno paterno, invece, non si accontentava mai e sapeva mettere a frutto il suo grande talento per gli affari. Ma dei due, chi era il più sereno, quello che non litigava con la vita? Il primo, naturalmente. Vorrei avere preso più da lui che dal nonno ingegnoso, privo però di timore e riguardi per gli altri. Vorrei, soprattutto, saper rinunciare ai risultati. Non è facile, anzi lo trovo più difficile che pedalare con gli orecchi. Ho sempre pensato che fosse giusto raccogliere ciò che si merita, salvo accorgermi che non è mai così, si è sempre in credito con la fortuna. Pur tuttavia, alla mia età mi rendo conto che rinunciare alle aspettative è la via più agevole per garantirmi una vecchiaia dolce e serena. Serve avere la capacità di continuare ad agire assecondando le virtù, i propri talenti, le forze, ma senza aspettarsi riconoscimenti di alcun tipo dal mondo. Dobbiamo provare tutti ad acquisire questa capacità, per migliore la società, corrosa dall’avidità, dallo spirito di competizione, dalla follia. Pare che oggi, valga solo possedere. Case, macchine, soldi, beni voluttuari, amanti, svaghi e chi più ne ha più ne metta. In realtà, chi tutto può sprezzare possiede ogni cosa. Devo ricordarmelo ogni volta che compio un’azione meritevole e magari ricevo in cambio indifferenza o critiche ingiuste, ogni volta che i miei sforzi non sono premiati. Devo pensare ad Arjuna, uomo più nobile e valoroso di me cui Krishna detta un insegnamento eterno. 
Come Arjuna, per tutta la mia vita ho coltivato la conoscenza. Ma non basta. Ho anche intrapreso la via della meditazione. Neppure questa ha domato l’inquietudine della mia mente. È tempo di provare con la rinuncia ai frutti dell’azione. Ho l’età giusta per farlo, la consapevolezza per riuscirci. Sono fiducioso che il mio animo saprà immergersi nell’oceano di calma dove ogni cosa – idee, sensazioni, sentimenti – fluttua docilmente verso l’illuminazione.

sabato 20 luglio 2013

Il quarto cavaliere vi farà battere forte il cuore

Leggo per legittima difesa, dichiarò un giorno Woody Allen. Da che cosa dovremmo difenderci affidandoci a un buon libro? È ovvio, dalla banalità del quotidiano, dalla scelleratezza dei tempi in cui viviamo, dall’ovvietà di ciò che facciamo e ci accade. Io ho sempre cercato nei libri quello che non è facile trovare nella vita di tutti i giorni. Ma anche lo spunto per riflettere, sognare, affrontare il domani con lo sguardo sereno e la fronte alta. Da quando i libri li scrivo, oltre a leggerli, cerco di scrivere i libri che vorrei leggere. Il cantico del pesce persico appartiene a questo genere. E come tutti i libri difficilmente inganna, fin dalle prime battute. Esse, infatti, ci rivelano se è ben scritto e cosa potrà offrirci. Per questa ragione, pubblico qui di seguito l’incipit. Buona lettura, con l’augurio di piacere e convincere. Il primo racconto si intitola Il quarto cavaliere e inizia così…


«Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, Giovanni udì la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni!”. Ed ecco, gli apparve un cavallo verdastro come i cadaveri putrefatti, e colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno».
Don Luigi Albonico interruppe per un attimo l’omelia, come se volesse prendere fiato, poi fece esplodere un tuono. «Nessuno potrà sfuggire al castigo di Dio. Badate alla salvezza delle vostre anime perché il quarto cavaliere, cui è dato il potere di sterminare con la peste, è qua! Pentitevi, fate penitenza e affidatevi a Nostro Signore, che è misericordioso».

Le parole che il parroco di Sant’Antonino martire pronunciò il 17 marzo 1630, durante la messa, fecero venire i brividi alle donne pie e devote che assistevano alla funzione già infreddolite a causa della Breva, che soffiava gelida sul Lario e sollevava le sottane, per cui i giovani del borgo detto di Sant’Agostino per via del convento degli agostiniani che in esso sorge, attendevano sul sagrato di potere ammirare, con la complicità di una folata di vento, le cosce femminili solitamente impossibili a vedersi.
Caterina Porro era uscita dalla chiesa col cuore in gola e le mani pronte a trattenere la sottana. Il motivo per cui, insieme a sua madre e alle sue sorelle più piccole Tomasina e Camilla, si incamminò in fretta e con gli occhi bassi verso la Nosetta, dove abitavano le lavandaie, non erano certo gli sguardi dei giovani accorsi per ammirarla in virtù del fatto che fosse la più bella fra le vergini del sobborgo e forse dell’intera città di Como.
Il motivo vero era la paura che sfilacciava il suo animo.
Ne aveva ben donde, poverina. Don Luigi aveva fatto lievitare in lei il timore che il quarto cavaliere dell’apocalisse potesse ghermirla. Come se non bastassero i primi tre, il bianco, il rosso e il nero, latori della guerra e della carestia! La prima annunciata dai tamburi dei lanzichenecchi calati su Mantova passando per Lecco. La seconda accompagnata da una grave crisi economica – causata dalla penuria dei raccolti, dal crollo del commercio e della produzione tessile-laniera, dal folle aumento dei prezzi dei viveri e dalla pressione fiscale esercitata dagli spagnoli – che aveva messo in ginocchio una città di 12.000 abitanti e costretto un migliaio di reietti e mendicanti a bussare alle porte delle pie congregazioni per sopravvivere.
La gente già reggeva il fiato con i denti e ora gli toccava pure drizzare le orecchie per sentire gli zoccoli del cavallo del quarto cavaliere. Nonostante i maggiorenti avessero rassicurato la popolazione che le voci sulla peste scoppiata in molte città lombarde, fra cui Milano, erano infondate e che in ogni caso Como poteva considerarsi al sicuro, il timore iniziò a diffondersi nel borgo di Sant’Agostino. Era lì, infatti, a oriente delle mura, dove sorgeva il porto mercantile della città, che si erano sparsi i primi sospetti della pestilenza che don Albonico, rinunciando alla prudenza invocata dalle autorità civiche e dal vescovo, aveva annunciato come il castigo di Dio.
Per prima era morta una bambina di due anni. Quando si ammalarono altre persone, i dubbi lievitarono. Da allora, erano trapassati in un amen uomini e donne i cui sintomi accreditavano il sospetto che la peste avesse preso dimora anche a Como.
I decurioni della città fingevano di non essere preoccupati ed escludevano che si trattasse del morbo nero. Era persino proibito parlarne, proferire il vocabolo “peste”. Si diceva che le morti avvenute in città fossero causate da una febbre maligna dovuta al clima, ai miasmi fetidi e ai venti che scendevano dalla Valtellina. Solo in seguito si parlò di febbre pestilenziale.
Le autorità, confortate del fatto che l’anno prima avessero pagato 4.000 zecchini ai lanzichenecchi giunti a Colico perché non s’imbarcassero per Como ma calassero a sud-est via terra, risparmiando la città, ritenevano impossibile che i loro sforzi fossero vanificati. Altrettanto inutili, però, si erano dimostrate le precauzioni degli abitanti di Sant’Agostino per evitare che alla miseria cui non si riusciva a porre un argine si aggiungesse il rischio del contagio. Erano le peculiarità stesse del borgo ad alimentare il rischio. Ai moli, infatti, approdavano cristiani e merci che facevano spola fra la città e l’alto lago. Il porto era un cafarnao nonostante i commerci fossero diminuiti moltissimo rispetto al passato. Era facile che un marinaio o un passeggero proveniente dalla Valchiavenna o dalla riviera di Lecco potesse trasmettere il morbo che stava mietendo vittime altrove.
Era anche facile, essendo la lavatura dei panni la principale attività delle donne del borgo, alle quali si rivolgevano i nobili, i prelati, i notabili, i mercanti e persino la soldataglia spagnola di stanza in città, che Sant’Agostino potesse diventare il fomite dell’infezione e il focolaio di un’eventuale pandemia cittadina. Nelle viuzze che a pettine scendevano verso le rive del lago e le darsene, nell’antico borgo di Coloniola, non vivevano solo gli esseri umani ma le pulci e una fitta colonia di ratti con i quali era impossibile ragionare.
Giunta a casa con sua madre e le sue sorelle, Caterina Porro si affrettò a riferire a suo padre e a suo fratello Giacomo che il parroco aveva dato corpo al sospetto che le morti avvenute nel borgo fossero causate dalla peste. Gli uomini di casa erano barcaioli e pescatori, non amavano l’incenso delle chiese, per cui non davano grande peso all’opinione dei preti.
Il barchiröö Piero non li sopportava proprio gli uomini con la sottana nera e della morte non aveva paura, sicché commentò la notizia con ironia. «On prêt, on bôt, on candilott, ona crôs de legn, va là che la vegn!»
«Padre, non scherzate con la morte, viene quando meno si aspetta» lo rimproverò Caterina.
«Mica ci scherzo, è che si inizia a morire quando si nasce e poi, figlia mia, morendo ci si libera di tutti i fastidi» rispose con tono fattosi serio il capofamiglia, un pover’uomo disincantato e oberato dai debiti.
Caterina non osò ribattere e chiese licenza di raggiungere nella “Casa del bucato” altre ragazze e donne che come lei lavavano i panni.
Il permesso fu accordato e nel pomeriggio di quel giorno festivo, la bella Caterina si recò nel grande locale che durante la settimana era adibito alla lisciviatura della biancheria, ma che la domenica accoglieva le lavandaie che si ritrovavano per giocare agli “zun”, i birilli, o per conversare di mariti, figli, morosi e sogni di felicità. In realtà, ciò accadeva fino a poche settimane prima. Quel giorno, Caterina si riempì la testa di trepidazione discorrendo con le donne del borgo di come impedire alla peste di farsi largo.

A Como si diceva che “de bei e de brutt ghe n’è de part tutt”. Un’opinione condivisibile, naturalmente, e anche il borgo di Sant’Agostino non faceva eccezione. Gli uomini erano per lo più robusti, quasi nerboruti per via dei remi e del carico e scarico delle merci nel porto, e le donne bellocce. Le lavandaie non erano solo il ritratto della salute, conseguenza del fatto che lavorassero per molte ore all’aria aperta, sulla riva del lago, anziché nel chiuso di una filanda, ma si mormorava fossero le femmine più disponibili della città. Non era vero ma i loro modi cordiali e a un tempo sbrigativi suscitavano negli uomini la falsa convinzione che fossero prede facili e spesso compiacenti.
Caterina era la più bella delle lavandaie del borgo e a diciannove anni era ancora nubile avendo rifiutato le proposte di uomini di ogni età che volevano impalmarla non solo per godere del suo corpo sodo e armonioso ma per assicurarsi una prole di bell’aspetto. Era dunque la preda più difficile, la più riottosa. Ella si faceva ammirare da tutti ma non permetteva a nessuno di andare oltre i limiti che aveva imposto. Perché lo facesse, è presto detto: credeva nell’amore vero e non aveva ancora incontrato un uomo capace di fare suonare i campanellini nella sua testa. Inutilmente sua madre le diceva che il tempo cammina con scarpe di lana e dunque doveva decidersi prima che la sua bellezza iniziasse a sfiorire. Caterina rispondeva che chi ama si conficca una pietra nel cuore. Aspettava di trovare almeno una pietra preziosa.
Pompeo Mois, figlio di Geronimo detto Valaco, proprietario di due forni e un mulino, non era un uomo prezioso ma una sorta di pietra al collo.
Da più di un anno faceva la posta a Caterina poiché si era invaghito di lei. La attendeva fuori dalla chiesa la domenica ma sovente, di nascosto dal padre, sgattaiolava dal forno nella parrocchia di San Nazaro per recarsi al porto e donare a Caterina il pane appena cotto. Chi l’avesse visto aggirarsi presso la riva del Vôo, cosiddetta per l’antico guado, la riva Zarino oppure la Bonola, dove ogni giorno era un incessante raspare di spazzole da parte dell’umile orchestra delle lavanderine, non poteva non fare caso al fatto che avesse sempre con sé una pagnotta o un paio di sfilatini. A quel tempo, il pane venale era di tre tipi. Il migliore, destinato ai ricchi, era di frumento. Il mediano era la formentada con due parti di miglio e una di frumento e il più scadente era il pane di mistura, composto di segale e miglio. Per fare bella figura Pompeo offriva alla soave Caterina il pane migliore. Molti, notando quel gesto, dicevano che la figlia del barcaiolo Piero era fortunata ad avere un pretendente così benestante e generoso. Chi era costretto dalla penuria di mezzi a recarsi al pubblico forno, dove si poteva cuocere l’impasto di farina acquistata a prezzo calmierato presso le riserve depositarie nei magazzini annonari, provava una ragionevole invidia verso la famiglia Porro, che aveva il pane gratis. Di conseguenza, non poche maldicenze presero a ronzare intorno ad essa come vespe insidiose.
A Caterina non piaceva Pompeo e gli aveva fatto capire che era meglio se girava al largo. Pompeo non era un giovane brutto né stupido, però aveva alcuni difetti che infastidivano Caterina. Era arrogante e presuntuoso, gli puzzava l’alito e gli piaceva bere. Quando era ubriaco veniva alla luce l’indole violenta. Fu solo a causa dell’ombra della miseria che si aggirava sulle case della Nosetta, un quartiere del borgo così detto perché un tempo vi abbondavano gli alberi di noce, che ella si convinse ad accettare i suoi doni. Nondimeno, nel ringraziarlo ogni volta gli ricordava che vedeva in lui un amico e niente più. Pompeo la fissava con i suoi occhi del colore dell’antracite in cui pareva bollisse la pece per calafatare le barche, e le diceva che alla fine avrebbe ceduto alla sua corte.
In cuor suo, Caterina pensava che piuttosto avrebbe accettato di fare la serva per tutta la vita in uno dei tanti conventi femminili della città. Anche lì, il pane non le sarebbe mancato.
Di certo non le mancavano i panni da lavare e la fatica era tanta. Poco il guadagno, invece. Da anni, sua madre faceva il bucato per alcune famiglie patrizie, come gli Odescalchi e i figli del defunto cavalier Pantero Pantera, e ciò non costituiva un vantaggio. I nobili, cui non mancavano le risorse, erano tirchi, pretenziosi e pagavano in ritardo. A volte si dimenticavano di farlo, incuranti del fatto che nelle umili dimore delle lavandaie mancasse il necessario. La crisi aveva reso ancora più difficile la situazione e odioso il comportamento di chi, alla faccia dei sofferenti, sperperava in banchetti luculliani, feste, viaggi e spese per abbellire i propri palazzi e le ville.
Il timore che la pestilenza si diffondesse anche a Como aveva scosso non poco Caterina, che aveva smarrito il sorriso ma non lo spirito da virago che faceva di lei una giovane donna fiera e indipendente.
(continua)