giovedì 18 luglio 2013

Di Provenza il mare e il suol...

“Di Provenza il mare e il suol, chi dal cor ti cancellò?” – con queste parole, associate a una delle più belle e celebri arie per baritono del repertorio verdiano, Giorgio Germont supplica il figlio Alfredo di dimenticare Violetta Valery. Chi conosce La Traviata, sa che i suoi sforzi saranno vani. Alfredo, perso d’amore, non tornerà nella sua terra d’origine. Ma come si fa a rinnegare la Provenza, che a mio modo di vedere è una delle regioni più incantevoli e ospitali della Terra, uno di quei luoghi che ti scardinano il cuore e dove sogni di poter vivere circondato dalla natura e in regime di serenità e comunione d’affetti? La Provence, c’est l’art de la jouissance – dicono i francesi. È la terra del godimento e a godere, in quella che per gli antichi romani era la provincia per eccellenza (da cui “provenza”), sono tutti e cinque i sensi. La vista, tanto per cominciare. La bellezza è di casa in questo territorio del sud della Francia su cui si è posata la mano di Dio. La natura è splendida e variegata, ricca di colori e sfumature incredibili. A breve distanza convivono il verde dei prati e delle foreste un tempo sacre ai druidi, le nuances grigio-marroni degli altopiani e delle gole (straordinarie le Gorges du Verdon!), il rosso dei papaveri, il giallo dei girasoli e il rosa-arancio della bougainvillea, il viola delle coltivazioni di lavanda, il blu cristallino del mare nelle calanche, lazzurro del cielo, l’ocra dei campi di grano e l’oro del sole che come dice Yvan Audouard “se lève deux fois, le matin et après la sieste”. In quale altre terre assistiamo al miracolo del sole che sorge due volte? La Provenza appaga anche il tatto. Va toccata, sentita fisicamente. La terra è intensa, la pietra calda e vissuta, i suoi frutti carnosi e vivi. E che dire dell’udito? I suoni sono melodiosi, eleganti, a volte insistenti come il frinire della cicala, che ti entra nelle orecchie alla maniera di una nenia e le pervade. Il ne fait pas bon travailler quand la cigale chante, dice un proverbio provenzale. Già, ma quando tace la cicala? Canta ad ogni ora, sebbene raggiunga il parossismo nelle ore più calde, quando tutt’intorno regna il silenzio. Per tacere del vento, che qui si chiama mistral e mentre soffia rabbioso e freddo invita a raccogliersi in preghiera. Un altro suono unico, raro, è la langue d’oc, cioè l’occitano, antica lingua dei trovatori che ancora è diffuso nelle viuzze dei villaggi ricchi di storia arroccati nella roccia, nelle piazze del mercato, nei paesini dove ti aspetti d’incontrare i personaggi di Alphonse Daudet e male che vada ammiri i vecchietti che giocano alla pétanque (le bocce). Ancora oggi, si potrebbero scrivere nuove Lettres de mon moulin e raccontare le gesta dei moderni Tartarino di Tarascona perché in Provenza vivono persone straordinarie e “anciennes”, refrattarie al progresso. Infine, l’olfatto e il gusto. Il primo è stimolato dai profumi e dagli aromi, che sono ora forti ora delicati ma sempre pregnanti. I profumieri della Provenza sono famosi. Grasse è la capitale del profumo e già riforniva Parigi e la corte reale nei secoli d’oro dell’Impero. Marsiglia, invece, è rinomata per il suo sapone all’olio d’oliva. Sono innumerevoli i profumi e gli effluvi provenzali che inebriano le narici; si va dalla lavanda ai fiori d’arancio, dal tiglio al timo, dall’aglio al rosmarino. A soddisfare il gusto è la famosa cucina provenzale. Il clima mite favorisce la coltivazione di frutta e verdure (aglio, cipolla e olio d’oliva ovunque) e rende unica la gastronomia locale. I cinque sensi sono continuamente stimolati, provocati, messi alla prova in un gioco di seduzione e beatitudine che non fa mistero d’essere accessibile. Come ha scritto lo scrittore provenzale Jean Giono, “la Provenza dissimula i suoi misteri dietro la loro evidenza”. Lo fa per pudore o per vanità? 
Le tinte e i paesaggi meravigliosi della Provenza evocano l’epopea dei pittori impressionisti, che amarono questa terra-madre ed ebbero con lei un rapporto carnale. Seguire le tracce di Van Gogh e Cezanne, Picasso e Gauguin, Renoir e Braque, significa ritrovare un mondo mai perduto, nonostante lo scorrere impietoso del tempo. Questi grandi maestri dell’arte hanno inseguito un sogno: la luce. E la luce regna ancora incontrastata, come una regina. Ci sono tanti modi per godersi la Provenza ma non ha prezzo scoprirla come fecero i pittori che vi nacquero o vi si trasferirono in cerca di ispirazione. Ad Aix-en-Provence, patria dei gustosi calissons, c’è ancora l’atelier di Paul Cezanne. È come lui l’ha lasciato e ti aspetti che ritorni da un momento all’altro. Ad Arles, città romana famosa per il suo anfiteatro e per gli Alyscamps, vaga inappagato lo spirito di Van Gogh, che qui si trasferì e dipinse 150 tele. Con un po’ d’immaginazione e affidandosi all’istinto, ci si potrebbe sedere là dove il pittore olandese metteva il suo cavalletto. Il paradosso è che Van Gogh giunse in Provenza in un giorno freddo e nevoso, pur tuttavia se ne innamorò subito. S’innamorò anche dell’amico Gauguin, per il quale dipinse i famosi girasoli? Sta di fatto che per colpa di Gauguin, Van Gogh si tagliò un lobo dell’orecchio e si fece ricoverare in un ospedale psichiatrico nei pressi di Saint-Rémy-de-Provence. A proposito dell’incantevole e arcana Saint-Rémy, pochi sanno che vi nacque Nostradamus. Anche la magia è un ingrediente primario della ricetta provenzale. Nellintimità di un mas (i caratteristici casolari della campagna provenzale) nascosto da pini e ulivi, davanti al camino acceso, nelle notti di plenilunio si potrebbe fare un corso accelerato di apprendista stregone per scoprire che la vera magia è quella del cuore e delle sue alchimie.
Chi direbbe, scalando il Mont Ventoux, un massiccio montuoso la cui cima raggiunge i 1.912 m., famoso perché sede di tappa del Tour de France, che la prima ascensione del “gigante della Provenza” la fece un poeta italiano. Mica uno qualunque, parlo di Petrarca. Era il lontano 1336. Basta questa nota storica per sottolineare lo straordinario appeal della Provenza su poeti e letterati, che da sempre ne subiscono il fascino. Il sommo Dante la cita più volte nella Divina Commedia. Il Medioevo vide fiorire in queste lande la civiltà cortese, l’epopea dei trovatori. C’è un luogo che più di ogni altro merita d’essere visitato per comprendere la suggestione di cui l’animo gentile è fatto vittima. Si chiama Les Baux de Provence ed è uno straordinario nido d’aquila posto su un candido sperone roccioso a sud di Avignone (la città dei Papi). Angelo Branduardi gli ha dedicato una canzone, Il Signore di Baux. Val la pena andarci. Lì sorgeva una corte raffinata, dove si esaltava l’eterno femminino e il beau geste cavalleresco. Oggi ci sono solo rovine immaginifiche e quando il vento soffia pare di udire in sottofondo i versi e le melodie dei trovatori. Si crede che i signori di Baux discendessero da uno dei tre re magi, Baldassarre. In effetti, nello stemma della loro casata c’è la stella di Betlemme. Un buon motivo per ammirare la volta celeste nel cuore della notte e notare che le stelle, in Provenza, ammiccano. 
Sono talmente numerose le località provenzali che meritano d’essere conosciute e apprezzate (le conosco tutte perché ci fu un tempo in cui fuggivo in Provenza ogni volta che potevo) che nemmeno ci provo a elencarle. Mi limito a ricordare che almeno una volta nella vita ci si deve recare in Camargue, presso le bocche del Rodano. Il poeta Fredéric Mistral l’ha definita così: “una piana immensa, savane dove l’occhio non trova fine né confine, solo vegetazione, di tanto in tanto, rade tamerici e il mare che riluce”. Si visita la Camargue per vedere i suoi stagni, i canneti e le paludi popolate dal fenicottero rosa e altre 400 specie di uccelli, i banchi di sabbia, le praterie salate ricche di salicornia dove vivono allo stato brado i cavalli e i tori. Ma la si dovrebbe visitare in religioso silenzio, come se affrontassimo un viaggio nella psiche. Perché questo è il problema del viaggiatore moderno; ignora che la bellezza recondita si palesa solo a chi mette a tacere la mente e rispetta l’incantesimo del silenzio.
Per nostra fortuna, in Provenza ciò risulta più facile che altrove.

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