sabato 20 luglio 2013

Il quarto cavaliere vi farà battere forte il cuore

Leggo per legittima difesa, dichiarò un giorno Woody Allen. Da che cosa dovremmo difenderci affidandoci a un buon libro? È ovvio, dalla banalità del quotidiano, dalla scelleratezza dei tempi in cui viviamo, dall’ovvietà di ciò che facciamo e ci accade. Io ho sempre cercato nei libri quello che non è facile trovare nella vita di tutti i giorni. Ma anche lo spunto per riflettere, sognare, affrontare il domani con lo sguardo sereno e la fronte alta. Da quando i libri li scrivo, oltre a leggerli, cerco di scrivere i libri che vorrei leggere. Il cantico del pesce persico appartiene a questo genere. E come tutti i libri difficilmente inganna, fin dalle prime battute. Esse, infatti, ci rivelano se è ben scritto e cosa potrà offrirci. Per questa ragione, pubblico qui di seguito l’incipit. Buona lettura, con l’augurio di piacere e convincere. Il primo racconto si intitola Il quarto cavaliere e inizia così…


«Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, Giovanni udì la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni!”. Ed ecco, gli apparve un cavallo verdastro come i cadaveri putrefatti, e colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno».
Don Luigi Albonico interruppe per un attimo l’omelia, come se volesse prendere fiato, poi fece esplodere un tuono. «Nessuno potrà sfuggire al castigo di Dio. Badate alla salvezza delle vostre anime perché il quarto cavaliere, cui è dato il potere di sterminare con la peste, è qua! Pentitevi, fate penitenza e affidatevi a Nostro Signore, che è misericordioso».

Le parole che il parroco di Sant’Antonino martire pronunciò il 17 marzo 1630, durante la messa, fecero venire i brividi alle donne pie e devote che assistevano alla funzione già infreddolite a causa della Breva, che soffiava gelida sul Lario e sollevava le sottane, per cui i giovani del borgo detto di Sant’Agostino per via del convento degli agostiniani che in esso sorge, attendevano sul sagrato di potere ammirare, con la complicità di una folata di vento, le cosce femminili solitamente impossibili a vedersi.
Caterina Porro era uscita dalla chiesa col cuore in gola e le mani pronte a trattenere la sottana. Il motivo per cui, insieme a sua madre e alle sue sorelle più piccole Tomasina e Camilla, si incamminò in fretta e con gli occhi bassi verso la Nosetta, dove abitavano le lavandaie, non erano certo gli sguardi dei giovani accorsi per ammirarla in virtù del fatto che fosse la più bella fra le vergini del sobborgo e forse dell’intera città di Como.
Il motivo vero era la paura che sfilacciava il suo animo.
Ne aveva ben donde, poverina. Don Luigi aveva fatto lievitare in lei il timore che il quarto cavaliere dell’apocalisse potesse ghermirla. Come se non bastassero i primi tre, il bianco, il rosso e il nero, latori della guerra e della carestia! La prima annunciata dai tamburi dei lanzichenecchi calati su Mantova passando per Lecco. La seconda accompagnata da una grave crisi economica – causata dalla penuria dei raccolti, dal crollo del commercio e della produzione tessile-laniera, dal folle aumento dei prezzi dei viveri e dalla pressione fiscale esercitata dagli spagnoli – che aveva messo in ginocchio una città di 12.000 abitanti e costretto un migliaio di reietti e mendicanti a bussare alle porte delle pie congregazioni per sopravvivere.
La gente già reggeva il fiato con i denti e ora gli toccava pure drizzare le orecchie per sentire gli zoccoli del cavallo del quarto cavaliere. Nonostante i maggiorenti avessero rassicurato la popolazione che le voci sulla peste scoppiata in molte città lombarde, fra cui Milano, erano infondate e che in ogni caso Como poteva considerarsi al sicuro, il timore iniziò a diffondersi nel borgo di Sant’Agostino. Era lì, infatti, a oriente delle mura, dove sorgeva il porto mercantile della città, che si erano sparsi i primi sospetti della pestilenza che don Albonico, rinunciando alla prudenza invocata dalle autorità civiche e dal vescovo, aveva annunciato come il castigo di Dio.
Per prima era morta una bambina di due anni. Quando si ammalarono altre persone, i dubbi lievitarono. Da allora, erano trapassati in un amen uomini e donne i cui sintomi accreditavano il sospetto che la peste avesse preso dimora anche a Como.
I decurioni della città fingevano di non essere preoccupati ed escludevano che si trattasse del morbo nero. Era persino proibito parlarne, proferire il vocabolo “peste”. Si diceva che le morti avvenute in città fossero causate da una febbre maligna dovuta al clima, ai miasmi fetidi e ai venti che scendevano dalla Valtellina. Solo in seguito si parlò di febbre pestilenziale.
Le autorità, confortate del fatto che l’anno prima avessero pagato 4.000 zecchini ai lanzichenecchi giunti a Colico perché non s’imbarcassero per Como ma calassero a sud-est via terra, risparmiando la città, ritenevano impossibile che i loro sforzi fossero vanificati. Altrettanto inutili, però, si erano dimostrate le precauzioni degli abitanti di Sant’Agostino per evitare che alla miseria cui non si riusciva a porre un argine si aggiungesse il rischio del contagio. Erano le peculiarità stesse del borgo ad alimentare il rischio. Ai moli, infatti, approdavano cristiani e merci che facevano spola fra la città e l’alto lago. Il porto era un cafarnao nonostante i commerci fossero diminuiti moltissimo rispetto al passato. Era facile che un marinaio o un passeggero proveniente dalla Valchiavenna o dalla riviera di Lecco potesse trasmettere il morbo che stava mietendo vittime altrove.
Era anche facile, essendo la lavatura dei panni la principale attività delle donne del borgo, alle quali si rivolgevano i nobili, i prelati, i notabili, i mercanti e persino la soldataglia spagnola di stanza in città, che Sant’Agostino potesse diventare il fomite dell’infezione e il focolaio di un’eventuale pandemia cittadina. Nelle viuzze che a pettine scendevano verso le rive del lago e le darsene, nell’antico borgo di Coloniola, non vivevano solo gli esseri umani ma le pulci e una fitta colonia di ratti con i quali era impossibile ragionare.
Giunta a casa con sua madre e le sue sorelle, Caterina Porro si affrettò a riferire a suo padre e a suo fratello Giacomo che il parroco aveva dato corpo al sospetto che le morti avvenute nel borgo fossero causate dalla peste. Gli uomini di casa erano barcaioli e pescatori, non amavano l’incenso delle chiese, per cui non davano grande peso all’opinione dei preti.
Il barchiröö Piero non li sopportava proprio gli uomini con la sottana nera e della morte non aveva paura, sicché commentò la notizia con ironia. «On prêt, on bôt, on candilott, ona crôs de legn, va là che la vegn!»
«Padre, non scherzate con la morte, viene quando meno si aspetta» lo rimproverò Caterina.
«Mica ci scherzo, è che si inizia a morire quando si nasce e poi, figlia mia, morendo ci si libera di tutti i fastidi» rispose con tono fattosi serio il capofamiglia, un pover’uomo disincantato e oberato dai debiti.
Caterina non osò ribattere e chiese licenza di raggiungere nella “Casa del bucato” altre ragazze e donne che come lei lavavano i panni.
Il permesso fu accordato e nel pomeriggio di quel giorno festivo, la bella Caterina si recò nel grande locale che durante la settimana era adibito alla lisciviatura della biancheria, ma che la domenica accoglieva le lavandaie che si ritrovavano per giocare agli “zun”, i birilli, o per conversare di mariti, figli, morosi e sogni di felicità. In realtà, ciò accadeva fino a poche settimane prima. Quel giorno, Caterina si riempì la testa di trepidazione discorrendo con le donne del borgo di come impedire alla peste di farsi largo.

A Como si diceva che “de bei e de brutt ghe n’è de part tutt”. Un’opinione condivisibile, naturalmente, e anche il borgo di Sant’Agostino non faceva eccezione. Gli uomini erano per lo più robusti, quasi nerboruti per via dei remi e del carico e scarico delle merci nel porto, e le donne bellocce. Le lavandaie non erano solo il ritratto della salute, conseguenza del fatto che lavorassero per molte ore all’aria aperta, sulla riva del lago, anziché nel chiuso di una filanda, ma si mormorava fossero le femmine più disponibili della città. Non era vero ma i loro modi cordiali e a un tempo sbrigativi suscitavano negli uomini la falsa convinzione che fossero prede facili e spesso compiacenti.
Caterina era la più bella delle lavandaie del borgo e a diciannove anni era ancora nubile avendo rifiutato le proposte di uomini di ogni età che volevano impalmarla non solo per godere del suo corpo sodo e armonioso ma per assicurarsi una prole di bell’aspetto. Era dunque la preda più difficile, la più riottosa. Ella si faceva ammirare da tutti ma non permetteva a nessuno di andare oltre i limiti che aveva imposto. Perché lo facesse, è presto detto: credeva nell’amore vero e non aveva ancora incontrato un uomo capace di fare suonare i campanellini nella sua testa. Inutilmente sua madre le diceva che il tempo cammina con scarpe di lana e dunque doveva decidersi prima che la sua bellezza iniziasse a sfiorire. Caterina rispondeva che chi ama si conficca una pietra nel cuore. Aspettava di trovare almeno una pietra preziosa.
Pompeo Mois, figlio di Geronimo detto Valaco, proprietario di due forni e un mulino, non era un uomo prezioso ma una sorta di pietra al collo.
Da più di un anno faceva la posta a Caterina poiché si era invaghito di lei. La attendeva fuori dalla chiesa la domenica ma sovente, di nascosto dal padre, sgattaiolava dal forno nella parrocchia di San Nazaro per recarsi al porto e donare a Caterina il pane appena cotto. Chi l’avesse visto aggirarsi presso la riva del Vôo, cosiddetta per l’antico guado, la riva Zarino oppure la Bonola, dove ogni giorno era un incessante raspare di spazzole da parte dell’umile orchestra delle lavanderine, non poteva non fare caso al fatto che avesse sempre con sé una pagnotta o un paio di sfilatini. A quel tempo, il pane venale era di tre tipi. Il migliore, destinato ai ricchi, era di frumento. Il mediano era la formentada con due parti di miglio e una di frumento e il più scadente era il pane di mistura, composto di segale e miglio. Per fare bella figura Pompeo offriva alla soave Caterina il pane migliore. Molti, notando quel gesto, dicevano che la figlia del barcaiolo Piero era fortunata ad avere un pretendente così benestante e generoso. Chi era costretto dalla penuria di mezzi a recarsi al pubblico forno, dove si poteva cuocere l’impasto di farina acquistata a prezzo calmierato presso le riserve depositarie nei magazzini annonari, provava una ragionevole invidia verso la famiglia Porro, che aveva il pane gratis. Di conseguenza, non poche maldicenze presero a ronzare intorno ad essa come vespe insidiose.
A Caterina non piaceva Pompeo e gli aveva fatto capire che era meglio se girava al largo. Pompeo non era un giovane brutto né stupido, però aveva alcuni difetti che infastidivano Caterina. Era arrogante e presuntuoso, gli puzzava l’alito e gli piaceva bere. Quando era ubriaco veniva alla luce l’indole violenta. Fu solo a causa dell’ombra della miseria che si aggirava sulle case della Nosetta, un quartiere del borgo così detto perché un tempo vi abbondavano gli alberi di noce, che ella si convinse ad accettare i suoi doni. Nondimeno, nel ringraziarlo ogni volta gli ricordava che vedeva in lui un amico e niente più. Pompeo la fissava con i suoi occhi del colore dell’antracite in cui pareva bollisse la pece per calafatare le barche, e le diceva che alla fine avrebbe ceduto alla sua corte.
In cuor suo, Caterina pensava che piuttosto avrebbe accettato di fare la serva per tutta la vita in uno dei tanti conventi femminili della città. Anche lì, il pane non le sarebbe mancato.
Di certo non le mancavano i panni da lavare e la fatica era tanta. Poco il guadagno, invece. Da anni, sua madre faceva il bucato per alcune famiglie patrizie, come gli Odescalchi e i figli del defunto cavalier Pantero Pantera, e ciò non costituiva un vantaggio. I nobili, cui non mancavano le risorse, erano tirchi, pretenziosi e pagavano in ritardo. A volte si dimenticavano di farlo, incuranti del fatto che nelle umili dimore delle lavandaie mancasse il necessario. La crisi aveva reso ancora più difficile la situazione e odioso il comportamento di chi, alla faccia dei sofferenti, sperperava in banchetti luculliani, feste, viaggi e spese per abbellire i propri palazzi e le ville.
Il timore che la pestilenza si diffondesse anche a Como aveva scosso non poco Caterina, che aveva smarrito il sorriso ma non lo spirito da virago che faceva di lei una giovane donna fiera e indipendente.
(continua)
 


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