mercoledì 24 luglio 2013

La rinuncia ai frutti dell'azione è la via maestra per la pace della mente

Coltiva la conoscenza. Ma superiore alla conoscenza è la meditazione, e superiore alla meditazione è la rinuncia ai frutti dell’azione perché la rinuncia permette di raggiungere la pace della mente.” (Bhagavad-Gita, cap. 12 vs 12)   
Per chi non lo sapesse, la Bhagavad-Gita, uno dei testi letterari più eccelsi d’ogni epoca, non è solo l’insieme degli insegnamenti che il dio Krishna dona ad Arjuna, refrattario a combattere a Kurukshetra contro amici e familiari, per convincerlo a compiere il suo dovere di guerriero. È molto di più, uno straordinario manuale etico e spirituale e una fonte d’ispirazione anche per l’uomo contemporaneo. Fra i tanti insegnamenti di Krishna, emerge quello che a noi appare come il più difficile da mettere in pratica. Krishna indica nella rinuncia (tyaga) la via per essere in pace con noi stessi e gli altri. Ma cosa intende per rinuncia? Egli afferma che “la vera rinuncia è praticata da chi rinuncia ai frutti dell’attività” (cap. 18, verso 11). Si potrebbe credere che ci inviti a distribuire agli altri i proventi del nostro lavoro, della nostra opera. Non è così. In realtà, rinuncia significa liberarsi di ogni dualità e dell’ansia che ci attanaglia ogni volta che agiamo (per cui ci creiamo delle aspettative) al fine di stabilirsi in sé. In sostanza, invitandoci a praticare il karma-phala-ryagah (“rinuncia dei risultati dell’azione interessata”) ci mostra la via maestra per raggiungere la serenità mentale. “Sforzati di rinunciare ai frutti delle tue azioni” (cap. 12, verso 11) dice la divinità induista all’arciere Arjuna. L’eco di queste semplici e profonde parole giunge fino a noi e ci riguarda strettamente. 
Fateci caso, le principali cause di dolore sono i desideri e le passioni, che ci dominano e facilmente producono insoddisfazione, frustrazione, angoscia. Noi ci aspettiamo un risultato positivo da quello che facciamo. Le nostre azioni sono viziate dal bisogno di soddisfare il nostro falso Ego, il nostro bisogno di gratificazione dei sensi, la nostra fame di successo e benessere. Riteniamo naturale aspettarci dei buoni risultati, soprattutto se ci siamo impegnati per ottenerli, se pensiamo di valere, se siamo nel giusto. Ma il più delle volte, i risultati mancano o sono deludenti. La realtà è troppo spesso inferiore alle nostre aspettative e il fallimento ci rende inquieti, ci deprime. Agire senza attaccamento al risultato delle nostre azioni è il segreto perché ciò non avvenga. Dovremmo agire (bene) disinteressandoci di ciò che raccoglieremo. Krishna afferma che “si deve agire per dovere, senza attaccamento ai frutti dell’azione, perché agendo senza attaccamento si raggiunge il Supremo” (cap. 3, verso 19).  Più avanti, sostiene che “l’uomo che agisce libero da ogni desiderio di gratificazione dei sensi è da considerarsi situato nella piena conoscenza” (cap. 4, verso 19). Naturalmente, sono due affermazioni e insieme due promesse che la nostra esperienza del mondo attuale ci fa vedere come improbabili per non dire utopistiche. Eppure, come insegnavano i vecchi, l’uomo più felice è quello che si accontenta. Di cosa dovremo accontentarci? Di compiere il nostro dovere senza aspettarci riconoscimenti, di mettere a dimora dei semi senza preoccuparci del raccolto, di agire in ogni caso in maniera virtuosa e intelligente. 
Nella Bhagavad-Gita si definiscono tre tipi di azione. La prima è “l’azione compiuta in virtù, l’azione pia (che) porta alla purificazione”. La seconda è “quella compiuta in passione (che) porta alla sofferenza”. La terza è “l’azione compiuta in ignoranza (che) porta alla stupidità”. Va da sé che dobbiamo perseguire solo le azioni virtuose e nel farlo è necessario disinteressarci dei vantaggi che potrebbero portarci. Dobbiamo agire perché sentiamo che è giusto farlo, per onorare noi stessi, per senso di dovere e qui bisognerebbe chiarire il significato del termine “dovere”. Occorre interpretarlo in modo originale. Il nostro vero dovere è agire in modo responsabile, restare fedeli alla nostra missione, al nostro Sé. Spesso non ci piace il ruolo che la vita ci ha ritagliato, non ci stanno bene le risposte deludenti che essa dà alle nostre speranze, ai nostri sforzi di miglioramento. Ci sentiamo avviliti, soprattutto quando la mente ci convince che meritiamo di più, siamo migliori degli altri. Ma farci lusingare da questi pensieri significa cadere nella pania della passione. Significa patire e smarrire la serenità d’animo che invece detta i ritmi dell’esistenza delle persone che vivono con semplicità, con calma, senza il bisogno di avere sempre più o di essere gratificati dagli altri. 
Chi si contenta gode, diceva sempre mio nonno materno, che nella sua aurea mediocritas aveva scoperto e messo in pratica il segreto della vita beata. Il mio nonno paterno, invece, non si accontentava mai e sapeva mettere a frutto il suo grande talento per gli affari. Ma dei due, chi era il più sereno, quello che non litigava con la vita? Il primo, naturalmente. Vorrei avere preso più da lui che dal nonno ingegnoso, privo però di timore e riguardi per gli altri. Vorrei, soprattutto, saper rinunciare ai risultati. Non è facile, anzi lo trovo più difficile che pedalare con gli orecchi. Ho sempre pensato che fosse giusto raccogliere ciò che si merita, salvo accorgermi che non è mai così, si è sempre in credito con la fortuna. Pur tuttavia, alla mia età mi rendo conto che rinunciare alle aspettative è la via più agevole per garantirmi una vecchiaia dolce e serena. Serve avere la capacità di continuare ad agire assecondando le virtù, i propri talenti, le forze, ma senza aspettarsi riconoscimenti di alcun tipo dal mondo. Dobbiamo provare tutti ad acquisire questa capacità, per migliore la società, corrosa dall’avidità, dallo spirito di competizione, dalla follia. Pare che oggi, valga solo possedere. Case, macchine, soldi, beni voluttuari, amanti, svaghi e chi più ne ha più ne metta. In realtà, chi tutto può sprezzare possiede ogni cosa. Devo ricordarmelo ogni volta che compio un’azione meritevole e magari ricevo in cambio indifferenza o critiche ingiuste, ogni volta che i miei sforzi non sono premiati. Devo pensare ad Arjuna, uomo più nobile e valoroso di me cui Krishna detta un insegnamento eterno. 
Come Arjuna, per tutta la mia vita ho coltivato la conoscenza. Ma non basta. Ho anche intrapreso la via della meditazione. Neppure questa ha domato l’inquietudine della mia mente. È tempo di provare con la rinuncia ai frutti dell’azione. Ho l’età giusta per farlo, la consapevolezza per riuscirci. Sono fiducioso che il mio animo saprà immergersi nell’oceano di calma dove ogni cosa – idee, sensazioni, sentimenti – fluttua docilmente verso l’illuminazione.

2 commenti:

  1. Molto bello ma non capisco una cosa. Ho scritto un libro per una ragazza, se riuscissi a farla innamorare di me, dovrei rinunciare al suo amore?

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  2. Perché mai dovrebbe rinunciare al suo amore?
    Dovremmo rinunciare all'idea che il seme produca necessariamente dei frutti.

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