giovedì 11 luglio 2013

Usate il linguaggio come se fosse un abbraccio

Sono tempi difficili, è innegabile. C’è uno scoramento profondo quanto pernicioso in giro e non è certo ingiustificato. Gli italiani patiscono gli affanni di una mutata condizione socio-economico che li ha riportati indietro negli anni e li angustia. Sono appena tornato da un bel giro in macchina nelle regioni centrali del nostro Paese e per quanto abbia goduto della bellezza di luoghi e paesaggi che il mondo ci invidia, non ho potuto fare a meno di registrare i pessimi umori della gente, che è stanca, demoralizzata e arrabbiata. Sarei tentato di aggiungere: inerme. Non si vede l’uscita del tunnel in cui ci troviamo e ci manca il respiro. 
Credo che queste mie parole siano chiare e condivisibili. Alzi la mano chi non avverte intorno e dentro di sé il malessere che aleggia in ogni dove e rende il nostro futuro incerto. Eppure… Ho come l’impressione che le prospettive possano essere edulcorate se soltanto proviamo a usare un linguaggio diverso. Bene, ricomincio da capo. Sono tempi non facili ma segnati da un grande fermento e dalla febbre di una trasformazione epocale. La crisi socio-economica sta offrendo alla gente l’opportunità di rinnovarsi e ritrovare una dimensione umana perduta. Siamo in un tunnel, è vero, ma presto ne usciremo. Si sa che dopo la tempesta arriva sempre il sole, saremo più forti dopo la dolorosa purificazione. 
Ho scritto parole che descrivono lo status quo in modo diverso, come se la situazione fosse osservata da una specola alternativa. In realtà, ho solo utilizzato parole differenti con uno scopo preciso. Quale? Mostrare la versatilità e la forza di suggestione del linguaggio, che molti sottovalutano. Cominciamo col dire che le parole sono energia, per la precisione vibrazioni energetiche. L’universo fu creato da una di queste vibrazioni. In principio fu il Verbo, dice la Bibbia. Anche gli induisti riconoscono che tutto ha avuto inizio con una potentissima vibrazione cosmica, la sillaba Om. Non dobbiamo stupirci, dunque, se guardiamo alle parole, e quindi al linguaggio, come a una fonte di vibrazioni sonore e semantiche la cui frequenza è atta a generare gli effetti più disparati. In tal senso, ha ragione il filosofo Wittgenstein quando afferma che “le parole sono azioni”. D’accordo, a volte servirebbero meno parole e più fatti ma se considerassimo la potenzialità del linguaggio e ne facessimo un uso migliore assisteremmo a una sorta di miracolo: le parole produrrebbero eventi concreti e durevoli non meno dei fatti. Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino si lamentò che il linguaggio è usato “in modo approssimativo, casuale e sbadato”. Dichiarò che provava a causa di ciò un fastidio intollerabile. Generalmente, anch’io sono infastidito da chi apre la bocca a vanvera, massacra la lingua italiana e maschera la propria povertà lessicale ricorrendo all’intercalare volgare e al turpiloquio. Per non parlare dell’odioso ricorso all’inglese anche dove non serve. 
Ma non è questo il punctum dolens. Voglio rimarcare un altro aspetto della questione. La crisi dipende anche dal nostro atteggiamento mentale, il quale genera parole e frasi che anziché avversare le difficoltà dei nostri tempi le cavalcano. Così facendo amplifichiamo la crisi stessa e ne mostriamo solo l’aspetto negativo. L’altro lato della medaglia (ogni crisi è in nuce un miglioramento, un passo in avanti) resta nascosto, ignorato. Come stiamo reagendo alle avversità in un momento in cui tutto sembra andare a rotoli? Dai mass-media fino alla gente comune è una geremiade continua, un festival dei luoghi comuni negativi, una rassegna di critiche, insulti, riflessioni che inducono alla depressione. Peggio di così non si può, non ce la faccio più, è uno schifo, che merda di vita, e via di seguito. La nostra vita e la situazione del nostro Paese non cambieranno mai se noi per primi ci atteggiamo a vittime sacrificali di un Moloch invisibile ma di cui riconosciamo i principali agenti (lo Stato, il  governo e i politici in prima fila) ma non sappiamo riconoscere gli alleati (noi stessi, con il nostro stile di vita aberrante, le nostre colpe, la nostra inedia). Il linguaggio è l’abito del pensiero. Beh, fateci caso, indossiamo poveri stracci e non perché non possiamo permetterci vesti eleganti. La verità è che preferiamo vomitare critiche e giudizi negativi invece di esprimere idee e cercare soluzioni. Siamo superficiali, corrosivi, polemici, volgari, abbruttiti dalla rabbia ma ancor più dall’ignoranza, che si è rivelata inversamente proporzionale al benessere economico. C’è stato un tempo in cui l’analfabetismo e l’ignoranza erano un distintivo dei poveri. Oggi sono trasversali. Che senso ha viaggiare su un Porsche Cayenne se poi non sai coniugare i verbi o ti riempi la bocca di strafalcioni e oscenità? Ha senso, risponderanno quelli che pesano il genere umano in base al conto in banca. Forse sono una mosca bianca, ma ancora mi illudo che le persone veramente ricche siano quelle più colte, educate e sagge. Resta il fatto che dovremmo sforzarci di usare il linguaggio come se fosse una dinamo. Dovremmo pensare prima di parlare e considerare che le nostre parole hanno una potenzialità enorme, su di noi, su cui ci ascolta e sull’intero creato. 
Ecco cosa propongo. Parliamo di meno ma meglio. Parliamo con cognizione di causa e senza dare giudizi affrettati o draconici perché non è detto che conosciamo veramente ciò di cui parliamo. Parliamo sempre in modo positivo e propositivo. Ciò crea energia di segno più e l’energia è contagiosa. Infine, parliamo con gentilezza, senza ricorrere agli insulti e ai lessemi del basso ventre, senza alzare la voce, senza sopraffare l’interlocutore come fanno in televisione certi guitti di successo che si credono intelligenti. Pensate che bello sarebbe se tutti facessero loro queste semplici regole. Anche la terribile crisi che ci attanaglia farebbe meno paura. Il pensiero positivo che si trasforma in linguaggio luminoso, che meraviglia! Pensate se da domani i politici parlassero chiaramente e agissero di conseguenza, se invece di offenderci l’uno con l’altro e provocarci a causa della frustrazione ci scambiassimo convenevoli cortesi e incoraggiamenti, e soprattutto se imitassimo i bambini, che comunicano con semplicità, in modo espressivo e il più delle volte simpatico. 
Qualche anno fa, un mio conoscente si rifiutò di credere che nella mia vita non ho mai assunto farmaci né prendo medicinali di alcun tipo. Non è possibile! – commentò. Certo che è possibile. Le mie medicine sono sempre state le parole, che prevengono e curano a secondo del caso. Inoltre, mi mantengo giovane con svariati esercizi culturali e dell’intelletto. Non vado in palestra ma frequento ancora i vocabolari, i dizionari e le enciclopedie, dalla Treccani fino a Wikipedia. Mi piace ripetere parole e frasi al contrario. Insomma, mi esercito e diletto. Anche se il linguaggio non può risolvere i tanti problemi dell’Italia e degli italiani, credo che lo si dovrebbe considerare un rimedio. Non un palliativo, ma una sorta di medicina naturale. Perché l’energia prodotta dalle parole può essere lenitiva o ricostituente per il nostro spirito, affamato di buone vibrazioni almeno quanto è assetato di giustizia, serenità e amore. 
E se usassimo il linguaggio come se fosse un caldo abbraccio?

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