giovedì 29 agosto 2013

Quando il "Davide" comasco abbattè il "Golia" genoano

Il tempo cambia gli uomini ma spesso non ne placa le passioni, soprattutto se ci legano ai ricordi dell’infanzia. Avevo dieci anni quando il nonno materno mi portò per la prima volta allo stadio Sinigaglia per vedere una partita del Calcio Como. Erano gli anni Sessanta, e il gioco del calcio era romantico, diverso da oggi. Da allora non ho mai smesso di amare e seguire il Como 1907, la squadra della mia città. 
La mia passione non si è affievolita, non è mai scemata e ancora oggi – nonostante l’età matura e i miei tanti interessi – riconosco che il risultato che i biancoblu hanno ottenuto sul campo condiziona il mio stato d’animo. Si ama e si soffre per la propria squadra del cuore e vai a spiegarlo a quelli che scherniscono la sindrome del tifoso che non sei immaturo o stupido se una squadra di calcio suscita in te forti emozioni. Sei semplicemente legato a ciò che quella squadra rappresenta per te, ai vissuti, alle persone, alla tua terra. Per quanto sia lontano il tempo in cui andavo regolarmente allo stadio in casa e in trasferta e non mi separavo mai dal mio bandierone cucito con amore da mia nonna (l’ho sventolato per tanti anni, nella buona e cattiva sorte), la passione e la fede nella maglia della mia squadra, la più bella del mondo, sono così vive in me da avermi ispirato uno dei racconti del mio nuovo libro. 
Nel quinto racconto de Il cantico del pesce persico, infatti, rivive una gloriosa pagina sportiva del Calcio Como. In Undici leoni narro di come il Davide lariano affrontò e abbatté con una fiondata irresistibile il Golia genoano nella finale della Coppa Volta, che fu disputata al neonato stadio Sinigaglia di Como nel 1927. Parlo di un football eroico e la mia storia è intessuta di quei piccoli-grandi gesti che rendono un uomo degno d’essere chiamato tale e la sua impresa un’epopea. Questo racconto è il mio gesto d’affetto e gratitudine per le grandi emozioni che il Como 1907 ha saputo darmi in quarantotto stagioni calcistiche in cui il mio cuore ha pompato nelle vene sangue azzurro, quasi blu. 
Ma ecco l’incipit del racconto, roboante come una battaglia…


L’11 settembre 1927, nei saloni di Villa Olmo, una delle più belle residenze lariane, Quirino Majorana apriva il Congresso Internazionale di Fisica, cui partecipavano sessantuno fisici di fama mondiale, fra cui Guglielmo Marconi, Enrico Fermi e non pochi premi Nobel. Mancava all’appello per motivi politici solo Albert Einstein. Tre giorni prima, a Brunate, l’altura che domina Como e il primo bacino del lago, era stato inaugurato il Faro Voltiano. Nei giardini pubblici in riva al lago svettava il Tempio Voltiano, un mausoleo in stile palladiano in cui erano stati raccolti i cimeli e i memorabilia di Volta.

In quei giorni si celebrava in pompa magna il centenario della morte di Alessandro Volta, forse il figlio più illustre della città, e le manifestazioni indette per ricordarlo erano tali che gli organizzatori confidavano di superare l’eco della prima, famosa Esposizione Voltiana del 1899.

Anche lo sport era chiamato a fare la sua parte per onorare lo scopritore della pila e del gas metano. Il 4 settembre, il nuovo stadio di Como, costruito con i piedi nel lago là dove fino a poco tempo prima si trovava il terreno acquitrinoso detto Prà Pasquée, era stato inaugurato con un incontro internazionale. Il Vienna aveva raccolto la sfida della Rappresentativa Lombarda e l’aveva battuta con un perentorio 3-0. Quell’incontro, tuttavia, era solo l’anteprima di un altro avvenimento che avrebbe dovuto rendere omaggio a Volta e insieme significare gli sforzi compiuti per fare crescere il movimento calcistico a Como. Era, infatti, in cartello il torneo “Coppa Volta”, nel quale si sarebbero affrontate quattro squadre: il Genoa, l’Internazionale di Milano, l’U.S. Milanese e la compagine locale, cioè l’A.C. Comense.

Quest’ultima era, almeno sulla carta, la formazione più debole. Per altro, era appena stata fondata. L’anno precedente, le due squadre della città di Como, l’A.C. Como e l’Esperia F.C., fin lì divise da una grande rivalità, si erano fuse dando vita a una nuova società che militava in Prima Divisione, categoria da non confondere con la serie A, in cui brillavano il blasonato Genoa e l’ambiziosa Internazionale.

Per una strana coincidenza, il torneo si doveva svolgere l’11 settembre. Era domenica e i comaschi furono incerti fino all’ultimo se recarsi a Villa Olmo per visitare la seconda Esposizione Voltiana o allo stadio Sinigaglia per seguire le sfide calcistiche.

Il maltempo scoraggiò le passeggiate sul lago ma non gli sportivi. Qualcuno, come il podestà Carlo Baragiola, prese parte all’inaugurazione del Congresso Internazionale di Fisica, evento di maggiore rilevanza rispetto a un torneo sportivo ma meno avvincente, tuttavia non mancò di assistere ai momenti salienti della Coppa Volta, programmata nell’arco di una sola giornata, per cui furono disputati quattro incontri. La mattina si disputavano le semifinali, nel pomeriggio la finale per il terzo posto e la finalissima.

Quel giorno, un dispettoso Giove pluvio si era piccato di smentire la fama del settembre lariano, che solitamente è una piacevole appendice estiva. Pioveva in maniera fastidiosa, come se tutti i putti del Paradiso avessero deciso di svuotare la loro vescica sulla città di Como. Nonostante ciò, un pubblico caldo e appassionato riempì le tribune del Sinigaglia fin dal mattino. Lo stadio era ancora un cantiere e il settore curve non era finito. Se non altro, la tettoia dell’impianto sportivo, già ultimata, costituì un provvidenziale riparo dalla pioggia.

Il Genoa affrontò l’U.S. Milanese e la sconfisse 3-0, come da pronostico. Nell’altra semifinale, invece, le previsioni furono disattese perché i padroni di casa prevalsero inaspettatamente sui più titolati avversari.

I tifosi lariani non credevano ai loro occhi e andarono in visibilio. La Comense, col suo gioco sbarazzino e l’audacia di chi non ha nulla da perdere, aveva battuto l’Internazionale, già vincitrice di due scudetti, con lo stesso punteggio del primo incontro. Avevano segnato Gay, Agostinelli e Cetti.

Nel primo pomeriggio fu disputata la finale per il terzo e quarto posto e l’Internazionale si consolò della sconfitta subita dai lariani umiliando l’altra squadra milanese. Finì 6-1 e una delle reti dei neroazzurri fu messa a segno da un promettente attaccante di diciassette anni che faceva il suo esordio in prima squadra. Il giovanotto aveva seguito la sfida con la Comense a bordo campo, apprezzando l’ardore con cui Antonio Cetti, mezzala e capitano dei lariani, aveva tenuto testa al pari ruolo Conti, un pilastro della Nazionale Italiana. Questo Cetti, un ventisettenne che vantava già 111 presenze e 56 gol con la maglia della squadra cittadina, aveva coronato la sua prestazione realizzando su calcio di rigore la terza rete della Comense.

Poco prima dell’inizio della finale, il giovane interista, che Conti aveva appena apostrofato col titolo “balilla”, incrociò negli spogliatoi Cetti e gli si avvicinò. Era uno di quei ragazzi, oggi rari, che alla presenza di una persona più anziana e autorevole si fa cogliere da una sorta di deferenza, per cui si mostra timido, quasi impacciato. Ma tale era la sua voglia di entrare a far parte del mondo degli adulti che vinse la ritrosia e rivolgendosi al calciatore comasco disse: «Scusatemi se sono sfacciato, ma ci volevo dire che avete una bella castagna».

Il Cetti, stupito da quel complimento e quasi infastidito, fu sul punto di mandare il ragazzino a Baggio a suonare l’organo, come si usava allora, ma intuendo che le sue parole erano dettate dal candore dell’età, spese la stessa, generosa moneta. «Neanche te scherzi quando hai la palla al piede. Com’è che fai di nome?»

«Meazza Giuseppe, detto Pepin» rispose l’esordiente.

«Adesso però ti saluto che devo cambiarmi. Buona fortuna, bagaj!»

«Anche a voi signor Cetti.»

(continua)

domenica 25 agosto 2013

La verità sulla mia "abduction" da parte dei fratelli cosmici

Nel 2010, quando pubblicai Il Vangelo cosmico firmandolo con lo pseudonimo Astor, molti si domandarono se quel libro fosse effettivamente un romanzo, come era dichiarato in copertina, oppure la testimonianza di un’esperienza di vita reale celata sotto i veli della finzione narrativa. 
A distanza di tre anni, l’interesse e per certi aspetti il clamore suscitato dal libro, non è venuto meno. In questi giorni, la rivista Ufo International Magazine ha pubblicato sul tema un bellissimo articolo di otto pagine realizzato da Angelo Iacopino, che approfondisce l’argomento con serietà e senza la presunzione di dare giudizi (il che, purtroppo, accade frequentemente nel mondo dei contattisti). Vale la pena leggerlo perché fa luce su tante sfumature della vicenda che altrimenti potrebbero essere male interpretate. La mia abduction, avvenuta nell’aprile 2009 a Fuerteventura, sulle pendici del monte Tindaya, fu reale ma non fisica. Si trattò di un “rapimento” astrale e l’articolo chiarisce una volta per tutte la border line che separa verità e finzione. C’è chi mi ha etichettato come matto, visionario o millantatore. I più generosi hanno invece rimarcato che Il Vangelo cosmico è un bellissimo libro ricco di temi e contenuti spirituali e che poco importa se il mugnaio ha messo un po’ di farina del suo sacco. L’ho fatto? Se leggerete l’articolo di Ufo International Magazine di agosto, che è ancora in edicola, saprete la verità. 
Sono grato al prestigioso mensile del Centro Ufologico Nazionale per lo spazio che mi ha concesso e soprattutto a Iacopino, persona gentilissima e disponibile, per l’ottimo lavoro che ha svolto. Se le lezioni di Solaris, il maestro alieno che mi ha dettato gli insegnamenti cosmici di cui il mio libro è latore, avranno un’ulteriore diffusione, il merito sarà suo. Da parte mia, ho fatto come Cincinnato, che scelse la vita in campagna anziché i clamori del senato romano. Se preferite, mi sono ritirato sull’Aventino, come facevano i plebei nell’antica Roma durante i conflitti coi patrizi. Per quanto io non sia in conflitto con nessuno, ho smesso di promuovere Il Vangelo Cosmico perché non è giusto dare le perle ai porci, come ci ricorda il Vangelo. Le perle stanno in fondo al mare e bisogna faticare per scoprirle. La mia missione era condividere le rivelazioni di Solaris e l’ho fatto, perché tutto ciò che non viene donato va perduto. Se il dono è disprezzato, meglio farsi da parte. Ma bando alle recriminazioni, che sono sterili. L’articolo di Iacopino contiene anche un’intervista che l’autore mi ha fatto. Da essa, ho estrapolato alcune parti che possono chiarire la valenza di ciò di cui sto scrivendo. Buon approfondimento. 
Come direbbe Solaris: “Salute e concordia, fratelli di Saras!”


Dopo che è stato addotto a Fuerteventura, ha avuto altre esperienze simili?

Non ho più avuto esperienze simili, pur tuttavia Solaris mi ha parlato nuovamente in sogno e durante un viaggio astrale per precisarmi alcuni aspetti relativi al continuum spazio-tempo e rivelarmi che l’uomo ha modificato il suo futuro un attimo prima del disastro.

Qual era il suo stato mentale verso gli extraterrestri e quello spirituale verso Dio, prima della sua abduction e com’è adesso?

Ho sempre creduto nell’esistenza dei fratelli cosmici e desiderato avere un contatto con loro. Ho sempre creduto in Dio ma lo immagino come un’Intelligenza cosmica, come energia pura che governa l’universo attraverso leggi fisiche. Dopo la mia esperienza ho consolidato la mia fede nella fratellanza cosmica e in un principio divino pancreatore e dalla mente matematica.

Qual è il motivo per cui il libro Il Vangelo cosmico, dove ha raccontato la sua esperienza, è etichettato in copertina come romanzo ? Che riscontri ha avuto il libro?

Ho preferito evitare di presentarlo come un’esperienza di vita vissuta temendo che non sarei stato capito, soprattutto da chi ha avuto (o afferma di avere subito) delle abduction fisiche. La mia esperienza è difficile da comprendere e credere, ragion per cui ho scelto di presentarla come un romanzo. In questo modo, ho potuto trasmettere gli insegnamenti di Solaris senza incontrare grosse resistenze. Il libro ha avuto un riscontro modesto, ma paradossalmente ciò era nei piani di Solaris, il quale mi avvertì che molti sono i chiamati ma pochi gli eletti. Credo che la sua lezione sia rivolta agli eletti non alla massa.

Ha avuto conferma da parte di Solaris  dell’esistenza della  terra cava  e di alcune  civiltà extraterrestri non buone?

Sì, mi ha confermato l’esistenza della terra cava e mi ha detto che i suoi ingressi sono protetti da sbarramenti dimensionali. In sostanza, è facile uscire da essa per chi ci vive ma estremamente difficile per noi entrarci. Mi ha anche confermato che esistono civiltà aliene meno evolute spiritualmente o abitanti di mondi in fase di decadenza e perciò affamati di energia, che cercano di rubare altrove.

Cosa le hanno rivelato sulle origini dell’uomo?

Siamo viaggiatori stellari. Veniamo da altre galassie. L’uomo non è nato sulla Terra ma sulla Terra si è evoluto grazie all’eugenetica gestita dagli aiutanti cosmici.

Solaris ha parlato di Gesù e di Dio, in che termini ? Ha fatto rivelazioni sull’esistenza o meno della reincarnazione?

Relativamente a Gesù, mi ha detto che è un’anima che si è incarnata più volte, anche su altri mondi. Si incarnò ai tempi di Atlantide e in seguito come Buddha. Non è letteralmente figlio di Dio, ma un illuminato che viene in soccorso degli esseri senzienti quanto ciò occorre. La reincarnazione, o legge dell’eterno ritorno, è uno dei principi chiave dell’universo. A tale proposito, mi ha rivelato che tutti gli esseri umani viventi hanno avuto molte incarnazioni precedenti all’attuale, anche su pianeti diversi dalla Terra.

È reale l’avvicinamento del pianeta Nibiru o decimo pianeta, di cui tanto si parla?

Sì, ma sta avvenendo in una dimensione superiore, sottile, e perciò non siamo in grado di rendercene conto fisicamente.

Le hanno prospettato che tipo di futuro ci attende? Ci saranno i cataclismi e un qualche loro intervento diretto sull’umanità?

Era previsto che ci fosse l’apocalisse, ma non avverrà. Ci saranno grandi cambiamenti epocali che produrranno un dolore purificatore ma necessario perché la Terra e i suoi abitanti possano progredire. Nessuna fine del mondo, dunque, e grazie al risveglio delle coscienze e all’intervento diretto dei fratelli cosmici, che sono qui per proteggerci e guidarci verso l’evoluzione.

Si sente di dire qualcosa di importante ai nostri lettori?

Non dobbiamo avere paura degli extraterrestri. È la nostra paura che può generare i mostri, per quanto i fratelli cosmici abbiano una forma mentis diversa dalla nostra. Sono meno sentimentali ed emotivi. Guardano solo al fine ultimo delle cose, il che significa che non si fanno coinvolgere dai sentimenti. Non è un limite ma una ricchezza interiore che ha permesso loro di evolversi e raggiungere uno stato di coscienza possibile solo coi balzi dimensionali.


PS: Il libro IL VANGELO COSMICO, edito da Lampi di Stampa, è tuttora disponibile e ordinabile sul sito dell’editore Lampi di Stampa o tramite internet, sulle principali librerie online.

mercoledì 21 agosto 2013

Per vincere la paura dei morti basta farli ridere

Il quarto racconto de Il cantico del pesce persico è surreale e per certi aspetti macabro. Potrebbe rientrare nel genere letterario che avrebbe indotto gli antichi romani ad esclamare “castigat ridendo mores”, letteralmente “corregge i costumi ridendo”. In realtà, questa locuzione latina non è antica; posta sul frontone di molti teatri, risale al XVII secolo e a pronunciarla fu il poeta francese Jean de Santeul, detto Santolius. Il racconto L’uomo che intratteneva i morti è, infatti, una storia dolce-amara e insieme educativa. Il riso, sollecitato niente meno che nei defunti la cui anima non è trapassata del tutto, è l’occasione per mettere a nudo verità celate e fustigare i difetti umani. Gli spiriti che dimorano nel cimitero monumentale di Como trovano inaspettatamente un amico che saprà sollevarli dalla noia e divertirli. Non è uno di loro ma un essere umano vivente, un vecchio che scoprirà il suo dono per caso e renderà indimenticabili i suoi ultimi giorni. Si chiama Abbondio e rivolgendosi alla sua platea di anime in pena sentenzia: “Ogni volta che uno ride toglie un chiodo alla bara”. Questo racconto, che scuote e lascia perplessi in virtù della sua pacifica forza trasgressiva, ha una sorta di morale nascosta fra le battute, le barzellette e gli aneddoti dispensati dal protagonista. Lo si potrebbe riassumere in una frase del film Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ci ricorda che, finché vivremo, “una risata può essere una cosa molto potente. A volte, nella vita, è l’unica cosa che ci rimane”. Ma ecco l’incipit…


È dei vivi che bisogna avere paura, non dei morti.

Abbondio Noseda si era accorto fin da bambino di quanto fossero profetiche queste parole che nonna Iolanda gli ripeteva come una formula apotropaica ogni volta che lo portava con sé al camposanto, dove si faceva prendere dalla paura dei trapassati. Erano stati i vivi a tormentarlo. Prima sui banchi di scuola, poi durante la naja, in guerra, sul posto di lavoro e in tante altre occasioni della vita, per lui così avara di soddisfazioni. Anche la sua defunta consorte, Elisabetta Invernizzi, aveva contribuito a riempirlo di timori, ma da quando la tapina, il cui carattere autoritario le era valso il titolo di “Feldmaresciallo Bettina”, aveva tirato le cuoia, la solfa era cambiata.

Il pavido Abbondio aveva smesso di avere paura dei vivi. Per quanto concerne i morti, non aveva motivo di temerli giacché da loro non aveva mai subito angherie.

Abbondio, nato a Cernobbio nel 1885, aveva settantacinque anni e pochi interessi, salvo la lettura, l’enigmistica e l’abitudine di recarsi al cimitero ogni giorno. Viveva da solo e non aveva parenti né amici. Era quel che si dice un uomo invisibile. Modesto, umile ma dignitoso come tanti pensionati, attendeva con serenità il momento in cui avrebbe pagato l’obolo a Caronte.

Fu proprio al Cimitero Monumentale di Como che ebbe inizio la vicenda che rese la sua esistenza, fin lì cenerognola e monotona, surreale come una commedia di Pirandello.

Tutto cominciò per caso, un lunedì mattina. Come ogni dì, Abbondio stava cambiando l’acqua al vaso di fiori davanti alla tomba di sua moglie. Non c’era anima viva al cimitero, forse perché faceva freddo e pioveva. In ogni caso, il colombario della fu Elisabetta Invernizzi era in un angolo periferico del cimitero, dove riposavano le spoglie di persone di modeste condizioni o defunte da molto tempo, che nessuno andava più a trovare. Si poteva definire “terra di nessuno”.

Mentre eseguiva il suo rituale quotidiano, che comportava la recita del santo rosario e un breve soliloquio, Abbondio fu apostrofato alle spalle da un repentino e altisonante: «Ehilà!»

Si voltò e vide un uomo di mezza età, dai capelli impomatati e dal portamento disinvolto. Fece caso che indossava abiti fuori moda, la cui foggia richiamava gli anni Venti. Portava, infatti, una giacca dai larghi revers, un gilet di lana e pantaloni con le pinces.

«Voi mi vedete, non è così?» domandò lo sconosciuto.

«Certo che la vedo» rispose Abbondio.

«E… scusate se ve lo chiedo, come mi vedete?»

«Ma che domande sono? La vedo così com’è!»

«Intendo dire, mi vedete in carne e ossa?»

«Perché, come dovrei vederla?»

«Oh… scusate, non mi sono presentato. Egidio Frigerio, detto Pinìn, per servirla.»

«Abbondio Noseda, piacere.»

«No, il piacere è tutto mio. È da tanto che vi osservo e oggi mi sono fatto coraggio. Ho come la sensazione che voi possediate il talento.»

«Il talento! Mi scusi, ma temo di non capire. Di cosa parla?»

«Del talento di vederci e poter chiacchierare con noi.»

«Voi chi?»

«Noi che non siamo più nella carne, chi altri? »

Abbondio strabuzzò gli occhi e mollò la presa dell’annaffiatoio, che cadde per terra.

«Vuole farmi credere che lei…»

«Ma sì, sono un defunto e vivo qui. Non l’avevate capito?»

Abbondio restò di sasso scoprendo che poteva vedere i morti e conversare con loro. Una rondine non fa primavera, si sa, e dunque aveva bisogno di conferme. Le ebbe il giorno successivo e furono così convincenti da non fargli dubitare di possedere il “talento”, come lo aveva definito il Pinìn.

Per la prima volta nella sua vita, egli si recò al cimitero con un’aspettativa nuova. Non si sarebbe limitato a portare un saluto a sua moglie, a ravvivare i fiori e a pulire il frontale di marmo del colombario. No, aveva in animo di rivedere Egidio Frigerio e cavargli fuori una spiegazione plausibile.

Per quanto il fatto accaduto il giorno prima fosse inverosimile, era pur certo di non avere avuto un’allucinazione né di avere fatto un sogno ad occhi aperti. Ne consegue che voleva capire cosa gli stesse accadendo e farsene una ragione al più presto.

«È semplice» lo rassicurò il Pinìn, che non si fece desiderare e apparve non appena Abbondio iniziò a sgranare il suo rosario. «Egregio signore, voi avete il rarissimo dono di vedere i morti. Francamente non saprei dire perché e percome, dovreste chiederlo al Principale.»

«Il Principale?»

«Certo… Domineddio o come vi piace chiamarlo. Vedete, il fatto che io sia trapassato non significa che ne sappia più di voi. E poi, ve lo confesso, non sono trapassato del tutto.»

«Come sarebbe a dire?»

«Quando si muore, l’anima schizza fuori dal corpo e secondo le regole canoniche se ne allontana entro tre giorni. Insomma, spicca il volo e migra da qualche parte» disse il Pinìn.

«Dove va?»

«Beato chi lo sa! Se io sono qui a parlare con voi è perché la mia anima non ha spiccato il volo. Non vi pare? Diciamo che nel mio caso sono sorte alcune complicazioni e io non ho potuto trapassare del tutto. Sono ancora legato al mondo e in particolare al luogo della mia sepoltura.»

«È incredibile!»

«Più che altro, stancante e noioso. È dal 12 marzo 1934 che sto qua a girarmi i pollici!»

«Deve averne viste da allora…»

«Come no, potrei scrivere un libro! Ho assistito a tanti di quei funerali, sepolture, pianti (per lo più di coccodrillo) e visite ai defunti da morire di noia. Mi è cresciuta la barba e non so più come far passare il tempo.»

«Non dategli retta. È bugiardo come un epitaffio!» tuonò d’un tratto una voce alle spalle di Abbondio, che dissimulò lo spavento mentre si voltava per vedere chi avesse parlato.

Notò un tipo dall’aspetto imponente e dallo sguardo affilato. Si sarebbe detto un uomo d’altri tempi.

«Scusatemi, ma… sono sempre stato impetuoso» confessò il nuovo venuto. «D’altra parte, le mie arringhe erano famose per il calore con cui le pronunciavo. Lasciate che mi presenti. Sono – anzi, ero – l’avvocato Italo Romualdo Martinelli. Fui un principe del foro e un uomo politico al servizio della cittadinanza e della patria. Sono invero lieto di conoscervi!»

«Il piacere è mio» bisbigliò Abbondio.

«Badate, quel tipo lì è un autentico gaglioffo» disse l’avvocato additando con disprezzo il Pinìn. «In vita era un gigolò e un gabbamondo e da morto continua a mentire. Passa il suo tempo a importunare le vedove che vengono a pregare sulla tomba dei mariti defunti. Altro che annoiarsi!»

«È vero» confermò una voce femminile affiorata da dietro una tomba ingentilita dalla bella statua di un angelo «ma non si può negare che qui ci si annoi a morte.»

«E lei chi è?» domandò Abbondio, il cui sguardo si affisse su una figura femminile slanciata, non priva di un’eleganza leggiadra che faceva pensare a una farfalla.

«Oh, chiedo venia per i modi. Mi chiamo Rosalba Frangi in Trombetta e sono sepolta qui accanto dal 1955. Nonostante siano trascorsi solo cinque anni da allora, mi sento oppressa dal tedio. Signore, qui non succede mai nulla!»

«Sì, è così. Ci si annoia da morire» fece eco una quarta voce.

E poi una quinta, una sesta, una settima e via di seguito.

Nel volgere di pochi minuti, si levò un concento di voci e Abbondio Noseda si ritrovò circondato da una folla di spiriti di trapassati a metà che volevano dire la loro e presentarsi. (continua)