mercoledì 14 agosto 2013

E se domani fosse il nostro ultimo giorno?

A stare fermi si fa la muffa, ammonisce un vecchio detto. È un concetto condivisibile giacché il movimento, inteso come divenire o mutamento, è l’essenza dell’esistenza. Lo intuì per primo il filosofo Eraclito, il cui moto Panta rei, “tutto scorre”, dovrebbe essere inciso con caratteri d’oro nella nostra mente, nel nostro cuore. Eh sì, perché il paradosso è che la nostra vita è un faticoso processo dinamico in cui spesso ci comportiamo come i laboriosi castori, costruiamo dighe per fermare il flusso delle acque anziché abbandonarci alla corrente. Dovremmo agire ma senza resistenze. La nostra azione è troppo spesso frenetica, squilibrata, vana. Invece di scorrere assecondando i modi e i tempi che la vita ci riserva, forziamo le tappe, ostacoliamo il flusso di cui siamo parte.
Ne so qualcosa. Sono un uomo dinamico, portato all’azione almeno quanto alla riflessione. Non riesco a stare fermo, sono portato a fare, organizzare, gestire, controllare tutto quello che accade in me e intorno a me. Questo temperamento mi ha favorito tante volte, altre volte mi ha fatto commettere degli errori, soprattutto quando la mia azione si fa soffocante per gli altri. Perché confesso d’essere un motorino sempre acceso? Perché mi è accaduto un imprevisto e come accade quando meno te lo aspetti la vita mi sta insegnando qualcosa. È successo che ho rotto il tendine d’Achille e che per almeno tre mesi la mia motilità è compromessa. Il gesso, poi il tutore e in seguito la fisioterapia mi costringeranno a ridurre al minimo la mia attività fisica. Al momento, sono obbligato all’inazione. Ma quella che all’inizio mi è parsa come una sciagura – a 57 anni è la prima volta nella vita che esco dal campo di gioco e mi siedo in panchina – si sta rivelando un’opportunità. 
Mi spiego meglio. Essere costretti per gran parte della giornata a non potersi muovere, favorisce la meditazione e induce alla pazienza e alla calma. Sto riscoprendo un valore che è fondamentale nel Taoismo: il Wu wei. Chi mastica un po’ di filosofia e di dottrine orientali sa di cosa parlo. Agli altri voglio spiegare che Wu wei è la consapevolezza di quando agire e quando non agire. In sostanza, si identifica con la non-azione perché wu vuol dire “non avere” e wei significa “azione”. Guarda caso, questo concetto appartenente alla regola wei wu wei (“agire senza sforzo” o “azione senza azione”), avente come fine il mantenimento dell’armonia o Tao, è spesso associato con l’acqua. Anche i primi taoisti avevano intuito che l’acqua, pur essendo leggera e debole, è potente e coerente e può assumere qualunque forma. Fare come l’acqua, divenire fluidi e scorrere lievi nel proprio alveo, è il modo migliore per affrontare il nostro viaggio verso l’oceano. 
In questi giorni di non-azione, ho sentito il bisogno di riprendere il mano il Tao te Ching, la meravigliosa opera letteraria attribuita a Lao-tzu (o Laozi), il grande filosofo cinese considerato il fondatore del Taoismo. Ho ritrovato una frase che sottolineai molti anni fa, quando ero in piena bagarre professionale ed esistenziale. Dice: “La via del cielo è di non lottare e non di meno saper vincere, di non parlare e non di meno saper rispondere, di non chiamare e non di meno fare accorrere, di essere lenti e non di meno saper fare progetti”. In un passo precedente, Lao-tzu invita il lettore a conoscere il mondo senza uscire dalla porta. Ci sto provando e pare funzioni. Lentamente, comincio ad assaporare il gusto di non lottare, persino della “resa”, non quella disonorevole di chi non sa affrontare la vita ma quella dignitosa di chi riconosce i propri limiti e si rivolge alla vita proponendole un armistizio, un patto di non belligeranza. Assaporo il gusto di ascoltare invece di parlare, di dipendere di chi ha cura di me e demandare, di essere lento ma senza rinunciare a mettere a dimora i semi del futuro. Ho deciso di non spendere energie in sciocche recriminazioni, di non lamentarmi inutilmente, di rinunciare alla gestione del mio microcosmo e godermi questo riposo forzato senza considerarlo una perdita. Potrebbe essere un vantaggio. Dopo una vita spesa in comunione con la fatica e l’affanno, convinto che la vita sia una via di mezzo fra una battaglia campale e la maratona, mi sto capacitando che crederlo è un inganno della mente. Si può fare tutto e bene senza frenesia, senza la bava alla bocca, sans souci come dicono i francesi. Che tanto, arrivare primi non serve a niente. E poi, diciamolo chiaramente, c’è un tempo  per ogni cosa, come ci ricordano le Sacre Scritture. Correre spetta ai giovani, quelli come me che di strada ne hanno fatta tanta e di energie ne hanno spese non poche è meglio che soppesino la valenza e la necessità dell’azione. Chi mi conosce dirà: quando sarai perfettamente ristabilito riprenderai i tuoi ritmi, che non sono frenetici ma certamente dispendiosi. Può darsi. O forse no. Ho appena iniziato il mio buen retiro nel Wu wei e non so come la penserò fra qualche mese. Quello che conta, in questo preciso istante, è che io faccia tesoro della lezione. Non ci si rompe il tendine d’Achille per caso. L’interpretazione secondo l’ottica della metamedicina di quanto mi è accaduto è facile: la mia corda era troppo tesa e si è spezzata. Può capitare di peggio quando sei troppo esigente con te stesso, come avere un infarto. La mia infermità non è casuale ma programmata dalla mia coscienza. Porta con sé un messaggio e sono fortunato ad averlo compreso fin dalle prime ore. 
È così per tutti. Dobbiamo acquisire la consapevolezza che la malattia non è un nemico ma un messaggero. Non è certo casuale che in un mondo divenuto troppo frenetico molti individui evocano su di sé la malattia per essere costretti a fermarsi e cambiare vita, a riscoprire i valori fondamentali, a comprendere che si può fare senza strafare. Per tutti, prima o poi, arriva il momento di interrogarsi. Vale la pena vivere come se le sorti del mondo dipendessero dal nostro operato? Certo che no. In definitiva, dovremmo vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo. Attenzione, il mio non è un invito a condensare in poche ore tutto quello che abbiamo in sospeso. Pensate se accadesse veramente, se una voce misteriosa e trascendentale, come quella del film di Vittorio De Sica “il giudizio universale”, ci annunciasse che domani vedremo sorgere il sole per lultima volta. Personalmente, non spenderei le mie ultime 24h affannandomi come un forsennato per godere e prevalere, avere successo e gratificazioni. Se sapessi che sto per spendere il mio ultimo giorno di vita terrena proverei un profondo sconforto ma nello stesso tempo, dopo avere espletato i doveri e i riti del caso, dopo avere trascorso le ultime ore insieme ai miei cari, ringrazierei il cielo per avermi messo nella condizione di andarmene come se fossi acqua e non fuoco o terra. Mi consola pensare che la mia attuale, momentanea condizione di infermo, mi obbligherebbe a passare da una dimensione a un’altra con la stessa, refrigerante accondiscendenza di un placido corso d’acqua.

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