sabato 10 agosto 2013

L'uomo che penzolò nel vuoto per diciannove mesi

La storia è una guida alla ricerca dell’uomo, ha scritto Enzo Biagi. La mia passione per la storia mi ha spesso condotto a scoprire uomini che la sconfitta ha relegato nell’oblio mentre la vittoria avrebbe reso immortali. È il caso di Napoleone della Torre, più noto come Napo, un uomo valoroso vissuto a cavallo fra il XII e il XIII secolo che per un certo periodo governò la città di Milano e finì i suoi giorni in una gabbia appesa al mastio del Castello Baradello. La sua figura, drammatica ed eroica, dignitosa anche nel lungo periodo della sua disumana cattività, mi colpì fin da bambino, quando conobbi la sua vicenda. Ogni volta che alzavo lo sguardo verso il Baradello, la “sentinella di pietra” che svetta sulla città di Como, pensavo alla sua tragica sorte e cercavo d’immaginare come avesse accolto tale castigo. Mi chiedevo come avesse potuto resistere diciannove mesi in una gabbia penzolante nel vuoto e come avesse potuto sopportare il freddo e il caldo, le intemperie, la fame, la rabbia. Mi domandavo anche quali pensieri fossero passati nella sua mente, quali rimpianti e sogni avessero reso inquieto il suo sonno. Mi innamorai di quella figura sciagurata perché ho sempre provato simpatia per i deboli, i reietti, i vinti. A distanza di tanti anni da quando, salendo per la prima volta sul Baradello con mio nonno, avvertii una profonda empatia per Napo, gli ho dedicato il secondo racconto de Il cantico del pesce persico. Si intitola Il falco del Baradello ed è una storia che emoziona e commuove. Almeno, a me che l’ho scritta ha fatto questo effetto. Ho voluto rendere omaggio e, forse, onore, a un uomo che la storia ha dimenticato ma la cui storia merita d'essere conosciuta.  Buona lettura dell’incipit…

La luce era diafana, metafisica come un pensiero rivolto a Dio, e il prigioniero, sospeso nel vuoto, vi stava immerso. Pareva che il male non potesse più intaccarlo né i ricordi scalfirlo ma non era così, il male poteva ancora accanirsi sul suo corpo sfatto e la memoria rosicarlo come un topo.

Napoleone della Torre, più noto come Napo, da sedici mesi era recluso in una gabbia di travi di legno e ferro che penzolava dal mastio del castello Baradello, la fortezza dominante Como e la convalle come una sentinella di pietra. Era condannato a scontare non solo la pena inflittagli da coloro che lo avevano vinto in battaglia, l’arcivescovo Ottone Visconti e il capitano Simone da Locarno, ma anche la sua malasorte.

All’improvviso, un falco che volava alto in cielo si abbassò e dopo avere volteggiato intorno alle mura del castello si ancorò al vertice della gabbia, in un angolo. Napo levò lo sguardo e fissò incredulo il volatile. Pensò che in sedici mesi di prigionia quella era la prima visita che riceveva. Non gli sembrò vero e le sue labbra ricamarono un sorriso dolceamaro. Sorridere non gli capitava da prima della disfatta di Desio.

Il falco sembrava sicuro di sé, per nulla timoroso. Fissò quell’essere umano così male in arnese che lo guardava e per qualche istante ricambiò lo sguardo, giostrando nervosamente il collo. Poi, com’era venuto, se ne andò, dirigendosi verso i boschi della Spina Verde.

A Napo, ancora incredulo ma contento, naturalmente nella misura in cui può esserlo un uomo cui abbiano tolto la libertà e che da molti mesi marcisce recluso in una gabbia angusta appesa a trenta metri dal suolo, sfuggì una flebile esclamazione in latino: «Alba signando lapillo!»

Che fosse un giorno da segnare con una pietra bianca, come facevano gli antichi romani, era una ben magra consolazione. Da tempo, ormai, la vita di colui che alla guida della famiglia guelfa dei Torriani aveva ottenuto potere, onori e prebende prima di cadere in disgrazia, era segnata dalla monotona discesa di pietre nere nell’urna.

Eppure, c’era stato un tempo in cui la fortuna lo aveva portato in spalla.



La fortuna dei Torriani, una famiglia lombarda il cui ceppo originario era radicato in Valsassina, divenne sfacciata quando Pagano della Torre, figlio del conte Iacopo e nipote di Martino il Gigante, fu eletto podestà di Brescia. Era il 1226. Tre anni dopo diventò podestà di Bergamo, da cui però dovette fuggire. Venuto a Milano, Pagano fu tra i sottoscrittori dell’alleanza fra la città e il re dei romani Enrico, figlio primogenito di Federico II, e ciò testimonia che aveva acquisito un prestigio sociale e politico non indifferente. L’imperatore ebbe la meglio sul figlio ribelle e volle vendicarsi delle città lombarde che l’avevano sostenuto. Queste, unitesi in una lega, non chinarono la testa e si opposero con fermezza a Federico II. Nel 1237, Pagano della Torre, rieletto podestà di Brescia, accorse in aiuto dei milanesi. Raccolse i resti dell’esercito della lega, disperso dopo la sfortunata battaglia di Cortenuova, in quel di Pontida e poi li condusse al sicuro in Valsassina. Il suo fervido prodigarsi per confortare i feriti e i rifugiati non fu dimenticato dai milanesi, che si affezionarono a lui. Fu per questo motivo che nel 1240, quando erano in cerca di una guida, vollero che fosse Pagano a reggere la città. Pagano fu dunque messo a capo della Credenza di S. Ambrogio e in seguito eletto podestà. Non tutte le famiglie nobili milanesi approvarono che un forestiero diventasse, di fatto, il signore della loro città libera. Sorsero forti contrasti e si formò l’embrione di un’accesa rivalità fra i Torriani e i Visconti. Pagano non ne conobbe gli sviluppi perché morì nel 1241.

     Napo era uno dei dieci figli di Pagano della Torre. La madre Agata non esitò a riconoscere in lui le qualità che distinguevano il marito. Due dei suoi fratelli spiccavano per il grande valore. Francesco era un guerriero abile e spietato, privo però di acume politico. Raimondo, invece, disdegnava le armi ma possedeva un’intelligenza pratica in virtù della quale entrò nei ranghi della Chiesa e assunse importanti cariche ecclesiastiche.

       Il posto di Pagano era stato preso da Filippo della Torre, che morì nel 1265. Napo fu il suo successore come anziano del popolo di Milano. A quel tempo aveva già sessantaquattro anni ed era vissuto all’ombra del padre e di altri membri della famiglia, pur distinguendosi come podestà di Piacenza. Il partito guelfo era in auge nell’Italia centro-settentrionale ed egli ebbe sentore che fosse giunto il suo momento. L’ufficio milanese comportava anche la carica di podestà di Como, Bergamo, Novara e Lodi. Napo divenne potente e diede lustro al suo casato. Quando i signori guelfi e i legati delle città si riunirono a Milano per rinnovare la lega e formare un esercito per opporsi a Corradino di Svevia, prossimo a scendere in Italia con intenzioni bellicose, fu deciso che fossero Napoleone della Torre, il fratello Francesco e il marchese del Monferrato ad assumere il comando dell’armata.

       Napo ricordava bene quegli anni e li rimpiangeva. Era un uomo libero e influente, un capo. Poteva contare sul sostegno di suo fratello Raimondo, che era stato nominato arcivescovo di Milano – dove però non poté insediarsi – e vescovo di Como. La maturità l’aveva reso scaltro, tant’è che si trincerò dietro atteggiamenti che i suoi nemici consideravano ambigui ma che lui definiva dettati dalla prudenza. Non attaccò Corradino di Svevia, che si era insediato a Pavia, e si disse che il suo attendismo fosse dettato da un contrasto col papa. Dopo la morte di Corradino, caduto in battaglia a Tagliacozzo, non sostenne le ambizioni espansionistiche di Carlo I d’Angiò, la massima autorità guelfa. A quel punto, però, l’angioino gli giurò vendetta e fomentò ribellioni contro di lui. Chiunque avrebbe visto la propria stella declinare tristemente ma non Napo, che si fece un nuovo alleato, il re dei romani, Rodolfo d’Asburgo. Grazie a questo nuovo patto sperava di controbilanciare il perduto sostegno di Carlo I.

     Non ebbe torto. Nel 1274, all’età di settantadue anni, Napo fu onorato con l’ambito titolo di vicario imperiale. Nessun altro membro della famiglia della Torre aveva mai ottenuto un onore così grande come il potere sovrano.

     Sì, la fortuna lo aveva portato sulle spalle per tanti anni e non sembrava stanca di farlo.

       (continua)
 

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