mercoledì 21 agosto 2013

Per vincere la paura dei morti basta farli ridere

Il quarto racconto de Il cantico del pesce persico è surreale e per certi aspetti macabro. Potrebbe rientrare nel genere letterario che avrebbe indotto gli antichi romani ad esclamare “castigat ridendo mores”, letteralmente “corregge i costumi ridendo”. In realtà, questa locuzione latina non è antica; posta sul frontone di molti teatri, risale al XVII secolo e a pronunciarla fu il poeta francese Jean de Santeul, detto Santolius. Il racconto L’uomo che intratteneva i morti è, infatti, una storia dolce-amara e insieme educativa. Il riso, sollecitato niente meno che nei defunti la cui anima non è trapassata del tutto, è l’occasione per mettere a nudo verità celate e fustigare i difetti umani. Gli spiriti che dimorano nel cimitero monumentale di Como trovano inaspettatamente un amico che saprà sollevarli dalla noia e divertirli. Non è uno di loro ma un essere umano vivente, un vecchio che scoprirà il suo dono per caso e renderà indimenticabili i suoi ultimi giorni. Si chiama Abbondio e rivolgendosi alla sua platea di anime in pena sentenzia: “Ogni volta che uno ride toglie un chiodo alla bara”. Questo racconto, che scuote e lascia perplessi in virtù della sua pacifica forza trasgressiva, ha una sorta di morale nascosta fra le battute, le barzellette e gli aneddoti dispensati dal protagonista. Lo si potrebbe riassumere in una frase del film Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ci ricorda che, finché vivremo, “una risata può essere una cosa molto potente. A volte, nella vita, è l’unica cosa che ci rimane”. Ma ecco l’incipit…


È dei vivi che bisogna avere paura, non dei morti.

Abbondio Noseda si era accorto fin da bambino di quanto fossero profetiche queste parole che nonna Iolanda gli ripeteva come una formula apotropaica ogni volta che lo portava con sé al camposanto, dove si faceva prendere dalla paura dei trapassati. Erano stati i vivi a tormentarlo. Prima sui banchi di scuola, poi durante la naja, in guerra, sul posto di lavoro e in tante altre occasioni della vita, per lui così avara di soddisfazioni. Anche la sua defunta consorte, Elisabetta Invernizzi, aveva contribuito a riempirlo di timori, ma da quando la tapina, il cui carattere autoritario le era valso il titolo di “Feldmaresciallo Bettina”, aveva tirato le cuoia, la solfa era cambiata.

Il pavido Abbondio aveva smesso di avere paura dei vivi. Per quanto concerne i morti, non aveva motivo di temerli giacché da loro non aveva mai subito angherie.

Abbondio, nato a Cernobbio nel 1885, aveva settantacinque anni e pochi interessi, salvo la lettura, l’enigmistica e l’abitudine di recarsi al cimitero ogni giorno. Viveva da solo e non aveva parenti né amici. Era quel che si dice un uomo invisibile. Modesto, umile ma dignitoso come tanti pensionati, attendeva con serenità il momento in cui avrebbe pagato l’obolo a Caronte.

Fu proprio al Cimitero Monumentale di Como che ebbe inizio la vicenda che rese la sua esistenza, fin lì cenerognola e monotona, surreale come una commedia di Pirandello.

Tutto cominciò per caso, un lunedì mattina. Come ogni dì, Abbondio stava cambiando l’acqua al vaso di fiori davanti alla tomba di sua moglie. Non c’era anima viva al cimitero, forse perché faceva freddo e pioveva. In ogni caso, il colombario della fu Elisabetta Invernizzi era in un angolo periferico del cimitero, dove riposavano le spoglie di persone di modeste condizioni o defunte da molto tempo, che nessuno andava più a trovare. Si poteva definire “terra di nessuno”.

Mentre eseguiva il suo rituale quotidiano, che comportava la recita del santo rosario e un breve soliloquio, Abbondio fu apostrofato alle spalle da un repentino e altisonante: «Ehilà!»

Si voltò e vide un uomo di mezza età, dai capelli impomatati e dal portamento disinvolto. Fece caso che indossava abiti fuori moda, la cui foggia richiamava gli anni Venti. Portava, infatti, una giacca dai larghi revers, un gilet di lana e pantaloni con le pinces.

«Voi mi vedete, non è così?» domandò lo sconosciuto.

«Certo che la vedo» rispose Abbondio.

«E… scusate se ve lo chiedo, come mi vedete?»

«Ma che domande sono? La vedo così com’è!»

«Intendo dire, mi vedete in carne e ossa?»

«Perché, come dovrei vederla?»

«Oh… scusate, non mi sono presentato. Egidio Frigerio, detto Pinìn, per servirla.»

«Abbondio Noseda, piacere.»

«No, il piacere è tutto mio. È da tanto che vi osservo e oggi mi sono fatto coraggio. Ho come la sensazione che voi possediate il talento.»

«Il talento! Mi scusi, ma temo di non capire. Di cosa parla?»

«Del talento di vederci e poter chiacchierare con noi.»

«Voi chi?»

«Noi che non siamo più nella carne, chi altri? »

Abbondio strabuzzò gli occhi e mollò la presa dell’annaffiatoio, che cadde per terra.

«Vuole farmi credere che lei…»

«Ma sì, sono un defunto e vivo qui. Non l’avevate capito?»

Abbondio restò di sasso scoprendo che poteva vedere i morti e conversare con loro. Una rondine non fa primavera, si sa, e dunque aveva bisogno di conferme. Le ebbe il giorno successivo e furono così convincenti da non fargli dubitare di possedere il “talento”, come lo aveva definito il Pinìn.

Per la prima volta nella sua vita, egli si recò al cimitero con un’aspettativa nuova. Non si sarebbe limitato a portare un saluto a sua moglie, a ravvivare i fiori e a pulire il frontale di marmo del colombario. No, aveva in animo di rivedere Egidio Frigerio e cavargli fuori una spiegazione plausibile.

Per quanto il fatto accaduto il giorno prima fosse inverosimile, era pur certo di non avere avuto un’allucinazione né di avere fatto un sogno ad occhi aperti. Ne consegue che voleva capire cosa gli stesse accadendo e farsene una ragione al più presto.

«È semplice» lo rassicurò il Pinìn, che non si fece desiderare e apparve non appena Abbondio iniziò a sgranare il suo rosario. «Egregio signore, voi avete il rarissimo dono di vedere i morti. Francamente non saprei dire perché e percome, dovreste chiederlo al Principale.»

«Il Principale?»

«Certo… Domineddio o come vi piace chiamarlo. Vedete, il fatto che io sia trapassato non significa che ne sappia più di voi. E poi, ve lo confesso, non sono trapassato del tutto.»

«Come sarebbe a dire?»

«Quando si muore, l’anima schizza fuori dal corpo e secondo le regole canoniche se ne allontana entro tre giorni. Insomma, spicca il volo e migra da qualche parte» disse il Pinìn.

«Dove va?»

«Beato chi lo sa! Se io sono qui a parlare con voi è perché la mia anima non ha spiccato il volo. Non vi pare? Diciamo che nel mio caso sono sorte alcune complicazioni e io non ho potuto trapassare del tutto. Sono ancora legato al mondo e in particolare al luogo della mia sepoltura.»

«È incredibile!»

«Più che altro, stancante e noioso. È dal 12 marzo 1934 che sto qua a girarmi i pollici!»

«Deve averne viste da allora…»

«Come no, potrei scrivere un libro! Ho assistito a tanti di quei funerali, sepolture, pianti (per lo più di coccodrillo) e visite ai defunti da morire di noia. Mi è cresciuta la barba e non so più come far passare il tempo.»

«Non dategli retta. È bugiardo come un epitaffio!» tuonò d’un tratto una voce alle spalle di Abbondio, che dissimulò lo spavento mentre si voltava per vedere chi avesse parlato.

Notò un tipo dall’aspetto imponente e dallo sguardo affilato. Si sarebbe detto un uomo d’altri tempi.

«Scusatemi, ma… sono sempre stato impetuoso» confessò il nuovo venuto. «D’altra parte, le mie arringhe erano famose per il calore con cui le pronunciavo. Lasciate che mi presenti. Sono – anzi, ero – l’avvocato Italo Romualdo Martinelli. Fui un principe del foro e un uomo politico al servizio della cittadinanza e della patria. Sono invero lieto di conoscervi!»

«Il piacere è mio» bisbigliò Abbondio.

«Badate, quel tipo lì è un autentico gaglioffo» disse l’avvocato additando con disprezzo il Pinìn. «In vita era un gigolò e un gabbamondo e da morto continua a mentire. Passa il suo tempo a importunare le vedove che vengono a pregare sulla tomba dei mariti defunti. Altro che annoiarsi!»

«È vero» confermò una voce femminile affiorata da dietro una tomba ingentilita dalla bella statua di un angelo «ma non si può negare che qui ci si annoi a morte.»

«E lei chi è?» domandò Abbondio, il cui sguardo si affisse su una figura femminile slanciata, non priva di un’eleganza leggiadra che faceva pensare a una farfalla.

«Oh, chiedo venia per i modi. Mi chiamo Rosalba Frangi in Trombetta e sono sepolta qui accanto dal 1955. Nonostante siano trascorsi solo cinque anni da allora, mi sento oppressa dal tedio. Signore, qui non succede mai nulla!»

«Sì, è così. Ci si annoia da morire» fece eco una quarta voce.

E poi una quinta, una sesta, una settima e via di seguito.

Nel volgere di pochi minuti, si levò un concento di voci e Abbondio Noseda si ritrovò circondato da una folla di spiriti di trapassati a metà che volevano dire la loro e presentarsi. (continua)


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