giovedì 29 agosto 2013

Quando il "Davide" comasco abbattè il "Golia" genoano

Il tempo cambia gli uomini ma spesso non ne placa le passioni, soprattutto se ci legano ai ricordi dell’infanzia. Avevo dieci anni quando il nonno materno mi portò per la prima volta allo stadio Sinigaglia per vedere una partita del Calcio Como. Erano gli anni Sessanta, e il gioco del calcio era romantico, diverso da oggi. Da allora non ho mai smesso di amare e seguire il Como 1907, la squadra della mia città. 
La mia passione non si è affievolita, non è mai scemata e ancora oggi – nonostante l’età matura e i miei tanti interessi – riconosco che il risultato che i biancoblu hanno ottenuto sul campo condiziona il mio stato d’animo. Si ama e si soffre per la propria squadra del cuore e vai a spiegarlo a quelli che scherniscono la sindrome del tifoso che non sei immaturo o stupido se una squadra di calcio suscita in te forti emozioni. Sei semplicemente legato a ciò che quella squadra rappresenta per te, ai vissuti, alle persone, alla tua terra. Per quanto sia lontano il tempo in cui andavo regolarmente allo stadio in casa e in trasferta e non mi separavo mai dal mio bandierone cucito con amore da mia nonna (l’ho sventolato per tanti anni, nella buona e cattiva sorte), la passione e la fede nella maglia della mia squadra, la più bella del mondo, sono così vive in me da avermi ispirato uno dei racconti del mio nuovo libro. 
Nel quinto racconto de Il cantico del pesce persico, infatti, rivive una gloriosa pagina sportiva del Calcio Como. In Undici leoni narro di come il Davide lariano affrontò e abbatté con una fiondata irresistibile il Golia genoano nella finale della Coppa Volta, che fu disputata al neonato stadio Sinigaglia di Como nel 1927. Parlo di un football eroico e la mia storia è intessuta di quei piccoli-grandi gesti che rendono un uomo degno d’essere chiamato tale e la sua impresa un’epopea. Questo racconto è il mio gesto d’affetto e gratitudine per le grandi emozioni che il Como 1907 ha saputo darmi in quarantotto stagioni calcistiche in cui il mio cuore ha pompato nelle vene sangue azzurro, quasi blu. 
Ma ecco l’incipit del racconto, roboante come una battaglia…


L’11 settembre 1927, nei saloni di Villa Olmo, una delle più belle residenze lariane, Quirino Majorana apriva il Congresso Internazionale di Fisica, cui partecipavano sessantuno fisici di fama mondiale, fra cui Guglielmo Marconi, Enrico Fermi e non pochi premi Nobel. Mancava all’appello per motivi politici solo Albert Einstein. Tre giorni prima, a Brunate, l’altura che domina Como e il primo bacino del lago, era stato inaugurato il Faro Voltiano. Nei giardini pubblici in riva al lago svettava il Tempio Voltiano, un mausoleo in stile palladiano in cui erano stati raccolti i cimeli e i memorabilia di Volta.

In quei giorni si celebrava in pompa magna il centenario della morte di Alessandro Volta, forse il figlio più illustre della città, e le manifestazioni indette per ricordarlo erano tali che gli organizzatori confidavano di superare l’eco della prima, famosa Esposizione Voltiana del 1899.

Anche lo sport era chiamato a fare la sua parte per onorare lo scopritore della pila e del gas metano. Il 4 settembre, il nuovo stadio di Como, costruito con i piedi nel lago là dove fino a poco tempo prima si trovava il terreno acquitrinoso detto Prà Pasquée, era stato inaugurato con un incontro internazionale. Il Vienna aveva raccolto la sfida della Rappresentativa Lombarda e l’aveva battuta con un perentorio 3-0. Quell’incontro, tuttavia, era solo l’anteprima di un altro avvenimento che avrebbe dovuto rendere omaggio a Volta e insieme significare gli sforzi compiuti per fare crescere il movimento calcistico a Como. Era, infatti, in cartello il torneo “Coppa Volta”, nel quale si sarebbero affrontate quattro squadre: il Genoa, l’Internazionale di Milano, l’U.S. Milanese e la compagine locale, cioè l’A.C. Comense.

Quest’ultima era, almeno sulla carta, la formazione più debole. Per altro, era appena stata fondata. L’anno precedente, le due squadre della città di Como, l’A.C. Como e l’Esperia F.C., fin lì divise da una grande rivalità, si erano fuse dando vita a una nuova società che militava in Prima Divisione, categoria da non confondere con la serie A, in cui brillavano il blasonato Genoa e l’ambiziosa Internazionale.

Per una strana coincidenza, il torneo si doveva svolgere l’11 settembre. Era domenica e i comaschi furono incerti fino all’ultimo se recarsi a Villa Olmo per visitare la seconda Esposizione Voltiana o allo stadio Sinigaglia per seguire le sfide calcistiche.

Il maltempo scoraggiò le passeggiate sul lago ma non gli sportivi. Qualcuno, come il podestà Carlo Baragiola, prese parte all’inaugurazione del Congresso Internazionale di Fisica, evento di maggiore rilevanza rispetto a un torneo sportivo ma meno avvincente, tuttavia non mancò di assistere ai momenti salienti della Coppa Volta, programmata nell’arco di una sola giornata, per cui furono disputati quattro incontri. La mattina si disputavano le semifinali, nel pomeriggio la finale per il terzo posto e la finalissima.

Quel giorno, un dispettoso Giove pluvio si era piccato di smentire la fama del settembre lariano, che solitamente è una piacevole appendice estiva. Pioveva in maniera fastidiosa, come se tutti i putti del Paradiso avessero deciso di svuotare la loro vescica sulla città di Como. Nonostante ciò, un pubblico caldo e appassionato riempì le tribune del Sinigaglia fin dal mattino. Lo stadio era ancora un cantiere e il settore curve non era finito. Se non altro, la tettoia dell’impianto sportivo, già ultimata, costituì un provvidenziale riparo dalla pioggia.

Il Genoa affrontò l’U.S. Milanese e la sconfisse 3-0, come da pronostico. Nell’altra semifinale, invece, le previsioni furono disattese perché i padroni di casa prevalsero inaspettatamente sui più titolati avversari.

I tifosi lariani non credevano ai loro occhi e andarono in visibilio. La Comense, col suo gioco sbarazzino e l’audacia di chi non ha nulla da perdere, aveva battuto l’Internazionale, già vincitrice di due scudetti, con lo stesso punteggio del primo incontro. Avevano segnato Gay, Agostinelli e Cetti.

Nel primo pomeriggio fu disputata la finale per il terzo e quarto posto e l’Internazionale si consolò della sconfitta subita dai lariani umiliando l’altra squadra milanese. Finì 6-1 e una delle reti dei neroazzurri fu messa a segno da un promettente attaccante di diciassette anni che faceva il suo esordio in prima squadra. Il giovanotto aveva seguito la sfida con la Comense a bordo campo, apprezzando l’ardore con cui Antonio Cetti, mezzala e capitano dei lariani, aveva tenuto testa al pari ruolo Conti, un pilastro della Nazionale Italiana. Questo Cetti, un ventisettenne che vantava già 111 presenze e 56 gol con la maglia della squadra cittadina, aveva coronato la sua prestazione realizzando su calcio di rigore la terza rete della Comense.

Poco prima dell’inizio della finale, il giovane interista, che Conti aveva appena apostrofato col titolo “balilla”, incrociò negli spogliatoi Cetti e gli si avvicinò. Era uno di quei ragazzi, oggi rari, che alla presenza di una persona più anziana e autorevole si fa cogliere da una sorta di deferenza, per cui si mostra timido, quasi impacciato. Ma tale era la sua voglia di entrare a far parte del mondo degli adulti che vinse la ritrosia e rivolgendosi al calciatore comasco disse: «Scusatemi se sono sfacciato, ma ci volevo dire che avete una bella castagna».

Il Cetti, stupito da quel complimento e quasi infastidito, fu sul punto di mandare il ragazzino a Baggio a suonare l’organo, come si usava allora, ma intuendo che le sue parole erano dettate dal candore dell’età, spese la stessa, generosa moneta. «Neanche te scherzi quando hai la palla al piede. Com’è che fai di nome?»

«Meazza Giuseppe, detto Pepin» rispose l’esordiente.

«Adesso però ti saluto che devo cambiarmi. Buona fortuna, bagaj!»

«Anche a voi signor Cetti.»

(continua)

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