domenica 18 agosto 2013

Storia di un eroe misconosciuto e di un noto rompicoglioni

Del terzo racconto de Il cantico del pesce persico è protagonista primario un esuberante, intrepido adolescente che si trovò coinvolto nella battaglia risorgimentale di San Fermo, in cui i volontari garibaldini sconfissero gli austriaci. Invano si cercherà il suo nome negli annali della storia. Di Giuseppe Bianchi, detto “Zufranell”, non v’è traccia. Non potrebbe essere diversamente perché è un personaggio di fantasia. Reale, invece, e certamente carismatico, era il rompicoglioni per eccellenza intorno al quale ruotò quel cruento e vittorioso episodio militare. Mi riferisco a Giuseppe Garibaldi, di cui sono un ammiratore come lo era Zufranell e di cui lo storico inglese A.J.P. Taylor ha giustamente scritto che è “il personaggio più degno di ammirazione nella vita pubblica del XIX secolo”.  Lungi da me parlarne male, come oggi va di moda, sia al Nord che al Sud, fra gli ignoranti e gli ingrati. Il fatto è che a Garibaldi è attribuita questa frase:  “Io son fatto per romper i coglioni a mezza umanità, e l’ho giurato. Sì, ho giurato per Cristo! Di consacrar la mia vita all’altrui perturbazione, e già qualcosa ho conseguito, ed è nulla a paragon di ciò che spero, se mi lasciano fare, o se non possono impedirmi di farlo”. 
Era fatto così l’eroe dei due mondi, aveva un carattere spigoloso e lo sapeva. Già, ma cosa accadde esattamente a San Fermo della Battaglia, e in particolare nella Valfresca, e come s’intrecciarono il destino dell’eroe misconosciuto e del generale rompicoglioni? Lo scoprirete leggendo Viva Garibaldi!, viva l’Italia!, un racconto commovente  che inizia così…


Per un attimo, la mattina del 27 maggio 1859, Giuseppe Bianchi detto “Zufranèll” temette che il cuore gli schizzasse fuori dal petto da quanto batteva forte. Il suo datore di lavoro gli aveva chiesto di fare una cosa che avrebbe voluto salire sui tetti per gridarla all’intera città. Purtroppo, gli aveva anche imposto di non parlarne a nessuno. Per uno come lui, irrequieto e mobile come l’uccello sulla frasca, la richiesta di Annibale Cressoni era un premio più che un’incombenza carica di rischi. Da tempo aspettava un’occasione così ghiotta. Gli avrebbe portato l’acqua con gli orecchi, figuriamoci se poteva dire di no.

Giuseppe Bianchi aveva appena compiuto quindici anni e da poco meno di due lavorava come garzone presso la bottega di Annibale Cressoni, libraio e fondatore dell’unico giornale di Como – Il Corriere del Lario – del quale era editore, direttore, redattore, cronista e correttore di bozze. Questo Cressoni era un uomo che sapeva farsi voler bene, un vero patriota che nel 1848 era sceso in piazza per scacciare gli odiati austriaci e che, pur continuando a cullare sogni insurrezionali, si occupava dei problemi degli operai ed elargiva sussidi alle madri lattanti povere. Era un idealista con il cuore in mano.

Quella mattina era eccitato come non mai e contagiò il suo giovane collaboratore, la cui indole era suggerita dallo strano soprannome che il nonno paterno gli aveva affibbiato fin dalla più tenera età. Si poteva credere che “Zufranèll”, cioè zolfanello, rimarcasse che fosse alto e magro e con la testa grossa, simile alla capocchia di uno spillo o di un fiammifero, per l’appunto. Tutto vero. In più, Giuseppe era un ragazzo che si accendeva facilmente, come un fiammifero al fosforo bianco. Bastava una parola di troppo o l’invito ad agire per sfregarlo e provocarne la combustione.

«Sta arrivando Garibaldi!» annunciò il Cressoni.

«Ne siete certo?»

«Certissimo! Ieri i suoi intrepidi Cacciatori delle Alpi hanno liberato Varese e si apprestano a marciare su Como.»

«E gli austriaci?»

«È dall’alba che la guarnigione cittadina è in fermento. La brigata Rupprecht è rientrata a Como sconfitta ma oggi quel diavolo di Von Urban non lascerà nulla d’intentato per riscattarsi e fermare Garibaldi.»

«Avete in animo di scriverne sul giornale?»

«Indubbiamente!»

«Lo sapete che vi è proibito stampare notizie di guerra! Come pensate di farla in barba ai tedeschi?»

«Garibaldi sta per fare la barba e i capelli ai tedeschi!»

«Che avete in mente, dunque?»

«Penso che Garibaldi e i suoi prodi prenderanno la via a sud, quella che passa da Malnate, Binago e Olgiate. È probabile che il diavolo ingaggi la battaglia dalle parti di Lucino, dove intendo recarmi in prima persona per assistere alla pugna e redigerne la cronaca. C’è una seconda possibilità, però. Garibaldi potrebbe decidere di prendere la via a nord per Uggiate e passare da Parè e Cavallasca. In questo caso, lo scontro potrebbe avvenire sulle colline. Te la senti di risalire a piedi la strada del ponte Molinello e appostarti in cima alla Valfresca, nella selva di Vergosa?»

«Se me la sento? Contate su di me!» rispose Zufranèll.

«Figliolo, questo non è un gioco» lo ammonì il Cressoni. «Ti affido una missione molto pericolosa. Conto su di te ma stai in campana e limitati a osservare i fatti. Se avrai la buona sorte di trovarti nel posto giusto al momento giusto dovrai essere i miei occhi e i miei orecchi. Hai capito bene?»  

«Ciusca!»

Eccome se aveva capito bene. Con un briciolo di fortuna, avrebbe assistito a una vera battaglia e l’avrebbe raccontata per filo e per segno al Cressoni, che forse avrebbe scritto sul giornale che lui, Giovanni Bianchi detto Zufranèll, era stato testimone oculare dei combattimenti. Perché tanti condizionali? Sentiva che quel giorno sarebbe stato speciale e che al suo ritorno gli amici lo avrebbero osannato come un eroe reduce da un’impresa. Anche le ragazze, perché no, lo avrebbero ammirato con occhi nuovi. Anche la Teresina di Borgovico, che non lo degnava di uno sguardo. (continua)

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