lunedì 23 settembre 2013

E se la democrazia fosse il peggiore inganno della storia?

Mastico un dubbio amletico e voglio esternarlo, conscio, così facendo, di allinearmi con la specie umana meno prevedibile, quella che se ne frega di essere politically correct. In verità, mi vanto di essere politicamente scorretto. Guai se non lo fossi in un Paese dove la politica è un insulto all’intelligenza e all’etica. Il bastiano contrario è un virtuoso in mezzo agli Arlecchino servi di due padroni ed io, che non sono servo né padrone di nessuno, vado fiero della mia indipendenza. Ecco il dubbio: e se la democrazia fosse un inganno? Se non fosse la migliore forma di governo possibile, come ci hanno insegnato a scuola ma costituisse una forzatura della natura umana? 
Cominciamo a chiarire che la parola democrazia, formata da demos “popolo” e kratos “potere”, non è solo il sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall’insieme dei cittadini, cioè il popolo. La democrazia è una forma di pensiero, una dottrina che detta le regole di qualsiasi comunità o consorzio umano basandosi sul principio che tutti gli esseri umani sono uguali, hanno gli stessi diritti e che il numero, vale a dire la maggioranza, impone la sua volontà. La democrazia è un’invenzione dei greci e molti ritengono che la Grecia meriti una gratitudine eterna per questo dono. Ma quanti sanno che nell’antica Atene la parola democrazia nacque come espressione dispregiativa? La utilizzavano gli avversari politici di Pericle. Il vero significato della parola kratos, infatti, non è “potere” ma “forza materiale”, e la democrazia sorse e s’impose come “dittatura del popolo”. Le sue connotazioni non erano così linde e perfettine. I greci conoscevano i rischi del sistema democratico, che è fragile e facilmente degenera, figliando la dittatura della maggioranza, la corruzione, il clientelismo. La democrazia si muta in dispotismo, metteva in guardia Platone. La concezione attuale di democrazia è figlia dell’illuminismo. A partire dal Settecento, abbiamo dunque eletto la democrazia come sistema di gestione più virtuoso e funzionale. Siamo certi che sia così? Siamo sicuri che sia giusto premiare la quantità e non la qualità? Perché è questo il cardine del concetto democratico; deve comandare chi ha raccolto più preferenze o sostegno e non necessariamente o’ aristos, cioè “il migliore”. La democrazia è anche fondata sulla forza e non sulla giustizia. Lo aveva intuito il filosofo e matematico Pascal, il quale si spinse ad affermare che “non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto”. La democrazia poggia sulla forza dei numeri. Il popolo si illude di essere sovrano, invece è servo sciocco dei propri rappresentanti, che una volta eletti gettano la maschera e mostrano la vera vocazione dell’homo politicus: trarre profitto e manipolare. E poi si criticano i re e i dittatori! Sono forse migliori di loro i trafficanti che scelgono la politica come corsia preferenziale per raggiungere il proprio fine anziché concepirla come servizio alla comunità cui appartengono? 
C’è una frase di Pirandello che dovrebbe indurci a riflettere: “La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano di uno solo, quest’uno sa d’essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa, la tirannia mascherata da libertà”. 
I casi sono due: o Pirandello era un profeta, ha immaginato lo scenario dell’Italia di oggi, dove la tirannia è mascherata da libertà, oppure la democrazia è immutabile nel tempo. 
Qualcuno si chiederà come io possa dubitare di essa. Rispondo coi fatti. Se considerassimo la democrazia un albero, dovremmo chiederci quali frutti produca. E se passassimo dall’universale al particolare, cioè dal sistema democratico nel mondo a quello in vigore nella nostra povera patria, dovremmo riconoscere che i frutti nazionali sono marci. Tutti, fuorché uno, che ci distingue e definisce. La democrazia ha fatto sì che l’Italia diventasse una patetica Repubblica delle banane. Ci è riuscita senza ricorrere a despoti, generali rampanti o dittatori figli del populismo. Siamo il paese dei satrapi eletti democraticamente. Sono tanti e godono di privilegi inaccettabili, stipendi e pensioni da nababbi. Ognuno di loro si cura del proprio, prospero orticello e se ne frega del bene comune. Ma sono democratici, tengono a precisare! 
Finché fu in vita e scrisse, non mi perdevo gli editoriali di Indro Montanelli. Ricordo una frase emblematica: “La democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità”. Se fosse qui, oggi scriverebbe che i mediocri sono invincibili e il nostro Paese è sotto un regime che fa della democrazia uno strumento coercitivo. Il paradosso è che ogni volta che si vuole mettere a tacere chi non si conforma, lo si bolla con il marchio infamante di antidemocratico. Sono passati sessantotto anni dalla fine della guerra e dalla liberazione e ancora ci preoccupiamo del fascismo. Io credo che il regime attuale, un sistema in cui le ideologie non contano più nulla e importa solo vessare il cittadino e spartirsi la torta, sia più fascista del fascismo in orbace. Dal dopoguerra ad oggi, la democrazia ha prodotto sul suolo italico tanta di quella spazzatura che si colmerebbe la Fossa delle Marianne se potessimo stoccarla in mare. Ha tagliato le gambe agli onesti e agli idealisti, favorendo l’ascesa al potere degli arrivisti, degli incapaci, dei buffoni. Non produciamo statisti da tempo indefinito ma solo piccoli uomini politici faziosi, avvinti agli interessi e alle ambizioni di parte, e vantiamo la peggiore classe partitica europea, la più arrogante, statica e imbelle. La democrazia nostrana ha ucciso il merito e premiato i clientes, come nell’antica Roma, assegnando ai Cacasenno di turno cariche e prebende pubbliche. Mi chiedo, ad esempio, quali requisiti avessero la Kyenge e la Boldrini, delle quali, fino a pochi mesi, non avevo mai sentito parlare, per assurgere ad alte cariche dello Stato e insieme concorrere per il premio Nobel dell’odiosità. La democrazia ha imposto l’annichilimento dell’industria nazionale e dell’economia e ha lacerato il tessuto sociale. Ha indotto alla prostituzione la cultura e imposto il “pensiero unico”. Ha distrutto il sistema sanitario e la scuola, per tacere dei servizi pubblici. Ha permesso alla magistratura di diventare un dio pagano prevaricatore, un orco della Terra di Mezzo. Ha generato un sistema fiscale aberrante, schiavizzando il lavoratore e dissanguandolo. La democrazia ha fatto tutto questo grazie alla sua endemica labilità. Dunque? 
Lo so, ora il lettore, soprattutto quello che si è indignato leggendo il mio sfogo, si chiederà cosa propongo come alternativa credibile al sistema democratico. Un’idea ce l’avrei ma non vorrei essere frainteso né offrire il fianco. Anzi, faccio un mezzo passo indietro, la mia era sostanzialmente una provocazione. Quel che è certo, e datemi pure del qualunquista, è che in queste ore mi tornano in mente le parole che ripeteva spesso mia nonna, classe 1906. Diceva che si stava meglio quando si stava peggio. Ha vissuto dignitosamente sotto la monarchia, la dittatura fascista e la Repubblica. Pensava che il re e il duce avessero le loro colpe ma che il peggio l’aveva visto in regime di democrazia, cristiana e post-cristiana. Meno male che ha raggiunto gli antenati prima di assistere all’apoteosi del grande inganno.

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