domenica 8 settembre 2013

Siamo la patria del dottor Jekyll e di Mr. Hyde

Oggi cade il settantesimo anniversario di un evento triste, uno dei più nefandi nella storia d’Italia. L’8 settembre 1943 fu scritta una pagina vergognosa. Quel giorno, infatti, morì la patria e con essa il nostro senso di appartenenza alla nazione. I fatti sono arcinoti ed è impossibile rimuoverli dalla memoria collettiva, per quanto moltissimi giovani ignorino ciò che accadde. Avvenne che un proclama dell’allora Capo del Governo italiano, il maresciallo Pietro Badoglio, annunciò l’armistizio con gli anglo-americani, firmato segretamente cinque giorni prima nella cittadina di Cassibile, in Sicilia. Quel patto formalizzò l’uscita dalla guerra del nostro Paese e comportò l’abbandono dell’alleato tedesco, che interpretò il nostro gesto come un tradimento e occupò militarmente il nostro territorio. Ciò che rende vergognosa quella data non fu, a mio avviso, la decisione di non “continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”. Ci sta che una nazione logorata della guerra e ormai sconfitta si arrenda per salvare il salvabile. E ci sta che la sua decisione penalizzi un alleato. Mors tua vita mea, no? La politica e la guerra sono faccende luride e la storia si è spesso divertita a mettere gli alleati gli uni contro gli altri e a riformulare amicizie e inimicizie a secondo degli interessi del momento. Quello che rende scellerato l’8 settembre 1943 è il modo in cui il disimpegno fu gestito. È un’ignominia che il re e i vertici militari siano fuggiti da Roma e abbiano lasciato la nazione in balia degli eventi. È come se il comandante di un transatlantico che sta affondando si mette in salvo su una scialuppa anziché restare sulla tolda della nave e condividerne la sorte. Vi pare dignitoso? Il comportamento dei Savoia costituisce una macchia indelebile sul loro onore e meno male che si sono tolti di mezzo, salvo imporci, di tanto in tanto, le performances televisive di Emanuele Filiberto, il principe gioppino. Ancora più gravi furono la superficialità, il cinismo e l’inettitudine che affiorarono in chi doveva tutelare la popolazione e i nostri soldati, lasciati allo sbando. Mi riferisco al nostro stato Maggiore, ai nostri generali, ai nostri funzionari statali. Non furono i capi ma le semplici pedine a dare il buon esempio. Si credette che la guerra fosse finita, ma non era così e il regio esercito, orfano di guide e ordini precisi, andò allo sbando. Più della metà dei soldati italiani in servizio gettarono le divise alle ortiche e tornarono alle loro case indossando abiti civili. Tutti a casa, il commovente film di Comencini interpretato da Alberto Sordi, racconta quell’esodo disordinato meglio di tanti resoconti e cronache. La ritorsione tedesca fu tremenda e più di 600.000 militari italiani furono catturati e inviati nei lager in Germania. Chiunque serba un ricordo personale di quei giorni ignobili o ha approfondito l’argomento sui libri di storia, sa che la sciagura indotta dall’armistizio fece affiorare i peggiori difetti del nostro popolo ma anche le sue qualità. Codardia e coraggio, meschinità e dignità si mischiarono e diedero vita a un autentico dramma. 
Nel ricordare questo anniversario, che pesa sulla coscienza di ogni italiano, anche di chi non era ancora nato, mi è venuto spontaneo fare due considerazioni. La prima è che l’Italia è la patria del dottor Jekyll e di mister Hyde. La seconda è che la storia non ci ha insegnato nulla; saremmo pronti a concedere il bis qualora se ne presentasse l’occasione. 
Mi chiedo: e se lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson si fosse ispirato alla vicenda di un amico italiano per scrivere il suo celebre romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde? La vicenda è troppo famosa perché la racconti. Tutti sanno che sperimentando su di sé una pozione, il dottor Jekyll subisce una trasformazione e dà vita al mostro che è latente nella sua psiche. In lui, il bene e il male finiscono per convivere a corrente alterna. Quando l’effetto della pozione termina, Hyde scompare e ritorna Jekyll. Noi italiani siamo così. L’abbiamo dimostrato settant’anni fa e continuiamo a dimostrarlo: abbiamo due nature. Le nostre qualità sono straordinarie, la nostra ambiguità pure.  Siamo uno dei popoli più creativi, ingegnosi, generosi, imprevedibili, intraprendenti e pacifici. Siamo buoni, secondo il luogo comune “italiani brava gente”, e sappiamo cavarci da ogni impiccio. Ma siamo anche uno dei popoli più meschini, opportunisti, egoisti, scontati, attendisti e litigiosi. Quando vogliamo, siamo furbi e abili come pochi a ficcare gli altri nei guai. Com’è possibile che in noi convivano la grandezza e la virtus degli antichi romani e la grettezza dei camorristi, l’estro di Leonardo da Vinci e la sciaguratezza di Maramaldo, l’amore universale di San Francesco e la perversa crudeltà dei Borgia? Com’è possibile che siamo capaci di gesti di eroismo puro ma anche di vigliaccheria estrema? Ci manca l’equilibrio, evidentemente. Abbiamo un DNA difettoso. Siamo incoerenti e irresponsabili, confusi ed eternamente incerti fra la luce e il buio. Vorremmo volare in alto ma ci piace troppo strisciare. Hemingway diceva che il più grande istinto degli italiani è l’istinto di conservazione. Come dargli torto? Assomigliamo a Ercolino sempre in piedi, il pupazzo gonfiabile che la Galbani dava in omaggio negli anni Sessanta a chi accumulava i punti dei formaggini. Lo riempivi di pugni, lui si fletteva, oscillava ma poi tornava eretto. Ne andavo pazzo. Confesso che non mi piace questa qualità italica, questa capacità di adattamento a oltranza. La mia nonna mi ha insegnato che è meglio spezzarsi anziché piegarsi. Ora capisco perché gli piaceva il Duce e stimava i tedeschi. Immagino che se fosse ancora in vita vomiterebbe bile a vedere com’è ridotta l’Italia odierna. Si tapperebbe il naso per non respirare i cattivi odori che emana. Viviamo in tempi in cui le cloache sono a cielo aperto e chi ci governa assomiglia a chi ci consegnò ai tedeschi. In fondo, non l’hanno forse rifatto? Ci hanno consegnato alle banche tedesche ed europee. A settant’anni di distanza dall’onta, saremmo capaci di ripetere gli stessi errori perché non siamo cambiati. 
Che ve ne pare di una nazione che nomina ministro una Kyenge qualunque, un’incapace dedita allo sproloquio la cui arroganza mi fa venire la mosca la naso, e poi costringe i suoi plurilaureati, i suoi talenti migliori a cercare fortuna all’estero, perché da noi non vai da nessuna parte se non sei raccomandato? Cosa ne pensate dell’accanimento giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi, che ha certamente le sue colpe ed è giusto che paghi ma non è un serial killer e non si è certo arricchito coi soldi dei contribuenti, come hanno fatto intere generazioni di magnaccia dediti alla res publica? Come giudicate un Paese la cui classe politica fa vomitare per la sua pochezza, furfanteria, riottosità, e che ricorda le sanguisughe che i medici utilizzavano per i salassi? E quale sensazioni vi dà una società che mantiene così tanti nomadi e clandestini da meritare il titolo di “paese del Bengodi”, ma poi costringe a rubare nei supermercati le madri indigenti e fa morire di fame i vecchi o di crepacuore gli artigiani che hanno la colpa d’essere italiani? Siamo diventati un Paese misero e miserabile, dove lo Stato non tutela il cittadino ma lo sevizia, e vi assicuro che per uno come me – ho l’inno di Mameli come suoneria del telefono e il tricolore che sventola in giardino – è un dolore ammetterlo. Credo, tuttavia, che siamo ancora una nazione viva, tenace e gloriosa, che resiste nonostante tutto e risorgerà, come l’araba fenice. Prima, però, bisogna che bruci. Magari venisse un altro 8 settembre per terremotare il sistema politico, finanziario e sociale di questa povera Italia vilipesa! Mister Hyde (il malvagio) darebbe il meglio di sé nei giorni del caos ma dopo emergerebbe il dottor Jekyll (il buono). Perché noi siamo fatti così. Dobbiamo toccare il fondo e sprofondarci per ritornare a galla.

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