venerdì 25 ottobre 2013

Quando l'aria del lago di Como faceva venire i grilli in testa

L’aria del Lario è salubre ma fa venire strane idee. Chi vive sulle sue sponde lo sa bene, dietro la calma apparente e le abitudini di sempre, gli animi sono irrequieti e si scaldano con troppa facilità. I laghée – la gente del lago – sono intraprendenti e per quanto amino i loro borghi e le montagne che guardano loro le spalle, hanno sempre sentito il richiamo dell’avventura. Certamente avventurosa è la storia di un laghée del II secolo dell’era cristiana, protagonista del racconto La voce strozzata, ottava perla del mio nuovo libro di racconti Il cantico del pesce persico. Il giovane farmacista comasco Aulo Geminio Giusto si scalda ascoltando un discorso di Plinio il Giovane durante un convivio di aristocratici. Partirà per cercare il silfio o laserpizio, una pianta medicinale ma anche d’uso culinario, creduta estinta. Andrà in Cirenaica e la sua vicenda assumerà contorni suggestivi e drammatici. Questo Giusto, archetipo dell’uomo che aspira a lasciare un segno del proprio transito terreno, riesce quanto meno a lasciare un’impronta indelebile nel cuore del lettore. Ma ecco l’incipit…
Aveva l’impressione che il sole ruotasse su se stesso come un girarrosto. In realtà era fisso in un cielo senza respiro, a perpendicolo sulla terra. I suoi raggi incandescenti lo rosolavano a fuoco lento, infilzato com’era su uno spiedo fatto di sabbia e pietre. Non c’era scampo a quel tormento e l’arsura prosciugava anche l’alveo dove i suoi pensieri amavano scorrere.
Non di pensieri ma di pulsioni assillanti si era nutrita nelle ultime ore la mente di Aulo Geminio Giusto. Disperso nelle lande desertiche della Cirenaica, in cui si trascinava senza cognizione né speranza, sentiva il bisogno disperato di dissetarsi e anelava d’imbattersi in un’oasi o una semplice polla d’acqua.
Mai avrebbe immaginato che il suo corpo potesse inaridirsi come un tralcio reciso. Sembrava uno scherzo del fato; era nato sulle rive di un lago dalle acque limpide, rigenerate da un fiume generoso e dai ruscelli che vi confluivano, stava morendo in un catino remoto, arido come un cuore di pezza.
L’ironia della sorte era crudele. Il seme della follia in cui si era lanciato a capofitto senza demandare ad altri, più tagliati di lui all’improbo esercizio della ricerca avventurosa, era stato messo a dimora nel suo animo in una bella giornata primaverile del XVII anno del principato di Traiano, il 111 d.C. Lui e suo padre, un ricco possidente comense, erano stati invitati a un convivio che il senatore Gaio Plinio Cecilio aveva voluto tenere nella sua splendida villa di Lenno, la Comoedia. Plinio aveva ricevuto la notizia della nomina a “legatus Augusti pro praetore”, cioè di governatore della Bitinia, e voleva festeggiare con gli amici più intimi. Aveva accolto il ricco prosuocero Calpurnio Fabato, l’agiato Caninio Rufo, il cavaliere Romazio Firmo, il decurione Calvisio Rufo e alcuni membri delle gens locali più importanti: i Virii, gli Attilii, i Betizii, i Geminii. Era una compagnia piacevole e complice il vino che i commensali avevano gustato sui triclini sistemati in modo che gli ospiti godessero la vista del lago, impagabile dal promontorio di Lavedo, i discorsi si fecero sempre più “gastronomici”.
Romazio Firmo, che era coetaneo di Plinio, con cui aveva in comune gli studi presso lo stesso grammatico, si lamentò che il prezzo del succo di laser, indispensabile per insaporire le salse di pesce, le verdure e gli arrosti, fosse salito alle stelle. «Una volta si pagava con il corrispettivo del suo peso in denari ma adesso vale come l’oro!» esclamò. Calvisio Rufo, amico fedelissimo ma anche consulente in questioni d’affari del munifico padrone di casa, rimarcò a sua volta che il laserpizio, la pianta da cui si ricavava il prelibato succo resinoso, era ormai introvabile. Plinio disse che quel “prezioso regalo della natura” – come l’aveva definito suo zio e tutore Plinio il Vecchio – si era estinto e che ci si doveva accontentare dell’assafetida della Siria, della Media e del regno dei parti. Ne nacque una discussione erudita e insieme accesa. Ognuno voleva dire la sua. Oggetto della conversazione fu per l’appunto il laserpizio e il suo prezioso derivato culinario, il laser o succus cyrenaicus, che gli eruditi preferivano chiamare silfio. Con questo nome era noto ai greci.
Il silfio era una pianta spontanea che cresceva solo in una fascia di territorio parallela alle coste della Cirenaica, in Libia. Erodoto scrive che si estendeva dall’isola di Platea fino all’imboccatura del golfo della Sirte. Stava scomparendo. Forse la pianta era già estinta, come sosteneva Plinio, per cui si ricorreva ai succedanei. Ciò era motivo di stizzito rammarico fra i romani, i principali importatori e utenti del portentoso “argento vegetale” il cui aspetto faceva pensare a un finocchio gigante.
Oltre a essere impiegato in cucina come spezia prelibata per via delle sue proprietà aromatiche, il silfio era apprezzato come medicinale. Il suo uso nella farmacopea era antichissimo e risaliva ai tempi di Ippocrate, che ne consigliava l’uso come purgante, contro la febbre, per i disturbi ginecologici e in caso di dolori addominali. Fra i romani, che lo conservavano nel tesoro dell’Urbe, accanto alle riserve d’oro, godeva di una fama terapeutica tale da essere ritenuto una panacea. Era un potente digestivo e agiva efficacemente sullo stomaco e sul colon. Curava i disturbi circolatori, i dolori articolari, la gotta, la sciatica, l’asma, il mal di gola, la tosse acuta e cronica, l’idropisia, l’itterizia, l’epilessia, le verruche e la caduta dei capelli. Veniva impiegato nei colliri mescolato a resina di lentisco o gomma ammoniaca per curare la cataratta e i disturbi della vista. Plinio il Vecchio ne aveva esaltato le virtù, sostenendo che fosse un ottimo rimedio contro le pleuriti e le polmoniti ma anche contro il veleno dei serpenti e le frecce. Si credeva che curasse l’impotenza e i disturbi ginecologici e avesse proprietà estrogeniche. Per tale ragione, i medici lo prescrivevano alle donne come contraccettivo o per interrompere la gravidanza. Queste qualità, vere o presunte che fossero, avevano esaltato il silfio al punto che lo si credeva capace di fare starnutire le capre e addormentare le pecore. Il suo valore di mercato rifletteva un’eccellenza gastronomica e medicinale senza pari. Purtroppo, la panacea sembrava misteriosamente scomparsa, non la trovava più nemmeno al mercato nero.
«Amici, rassegnatevi» disse Plinio. «Come ha scritto mio zio, già al tempo di Nerone il silfio era rarissimo in Cirenaica. Se ne ricavò un solo fusto da inviare all’imperatore. Da anni, ormai, Cirene non ci fornisce più il dono di Apollo e ciò ha contribuito alla sua crisi economica. Il laser di cui facciamo uso in cucina e in farmacia è ricavato da una ferula che cresce in Oriente.»
Ci fu un mormorio fra gli astanti. Alcuni si limitarono a scuotere la testa ma altri chiesero al padrone di casa chi o cosa avesse determinato la fine del laserpizio o silfio che dir si voglia.  Plinio sorrise, compiaciuto del fatto che gli ospiti riconoscessero il suo carisma. In realtà, egli non era autorevole né sapiente come suo zio, che lo aveva adottato dopo la morte di suo padre Lucio Cecilio. Non pochi, pur attribuendogli qualità retoriche e letterarie non comuni, pur rilevando che aveva fatto un eccellente cursum honorum e rimarcandone l’agiatezza, bisbigliavano che in fondo era un uomo mediocre, futile, fatuo, vanitoso e portato al compromesso. Difetti, per altro, compensati dalla mitezza, la dirittura morale indiscutibile, il temperamento affabile e l’amore per il bello che tutti gli riconoscevano. L’ombra dello zio, che si era sacrificato in nome della scienza durante l’eruzione del Vesuvio, gravava su di lui e ne offuscava la luce.
«Chi può dirlo con certezza?» disse Plinio. «Ci sono varie ipotesi. La più accreditata è che la sua scomparsa sia dovuta all’eccessivo sfruttamento. Si pensa altresì che i pastori libici abbiano peggiorato la situazione con i loro armenti, permettendogli di pascolare nel territorio in cui cresceva la pianta selvatica e facendone tabula rasa. Si erano accorti che la carne del bestiame che si nutriva di silfio è più soave e morbida. Ancora oggi, le terre dove un tempo cresceva il silfio sono utilizzate per il pascolo delle pecore. Mi è stato riferito che tempo fa, i contadini addetti alla raccolta della pianta hanno distrutto le piante per protestare contro i loro datori di lavoro, che pare li sfruttassero. Anche i nomadi del deserto fecero diverse razzie e sradicarono le piante.»
«Qualcuno dice che la causa principale della scomparsa del laserpizio sia l’avidità dei nostri governanti» gettò l’offa Fabato. Un risolino si diffuse allora fra gli astanti, curiosi di conoscere il commento del senatore Plinio.
«Amici, lo sapete che la cupidigia ha talmente occupato la mente degli uomini che ben si direbbe che non possiedono le ricchezze ma che da esse siano posseduti» rispose Plinio.
«Sappiamo a chi ti riferisci» annuì il prosuocero, orgoglioso che il marito di sua figlia fosse stato eletto dall’imperatore in persona e non dal senato romano per sostituire in Bitinia Vareno Rufo, accusato di cattiva amministrazione. «La corruzione dei nostri governatori è stata ampiamente documentata da Cicerone e da allora le cose non sono migliorate.»
«Hai ragione Calpurnio, i governatori della provincia di Creta e Cirene hanno preteso il massimo profitto imponendo ai contadini della Cirenaica di dissodare i terreni e intensificare la produzione di silfio. Anche i tempi e i modi della raccolta del rizoma non sono stati più rispettati. L’avidità, che per sua natura è sbagliata, si è rivelata un errore maggiore. Non si è tenuto conto che il silfio è una pianta selvatica. La brama di sfruttarlo e coltivarlo in modo intensivo ne ha provocato l’esaurimento.»
Aulo Geminio Giusto aveva seguito la discussione in silenzio, con grande attenzione. Era il più giovane fra i partecipanti di quel simposio, aveva solo ventinove anni appena compiuti. Era anche l’unico convitato che nutrisse un reale interesse per il silfio e la sua sorte. Difatti, era un farmacista. Ruppe gli indugi e si rivolse a Plinio, che di anni ne aveva invece quasi cinquanta, e che egli considerava una sorta di zio acquisito giacché i Plinii e i Geminii erano imparentati oltre che amici. Parlò con la stessa impudenza di una recluta che metta in discussione gli insegnamenti del suo istruttore. «Sono convinto che il silfio non sia scomparso del tutto.» Plinio accennò una smorfia, più per lo stupore che per contrarietà. Gli astanti pensarono che Geminio avesse ingollato troppo Falerno. (continua)

giovedì 17 ottobre 2013

Appartenere o non appartenere al mondo, questo è il problema

“Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone” ha scritto Stephen King. In effetti, ci sono canzoni, vecchie o nuove, che hanno questo magico potere. Ieri ne ho ascoltata alla radio una nuova, bellissima. Si intitola Io non appartengo più e il suo autore ed esecutore è Roberto Vecchioni, un cantautore che ha resistito all’usura del tempo e ai cambi generazionali. Ne voglio parlare perché questa canzone non solo apre gli occhi della memoria, ma pone i giovani di una volta di fronte a un dubbio amletico. Io sono un giovane di una volta, come Vecchioni. Appartengo alla generazione del “tutti a letto dopo Carosello” e mi riconosco nello stato d’animo che ha dettato il testo musicale. La canzone è una triste presa di coscienza e un lamento dignitoso. “Io non appartengo più alle cose del mio tempo, non mi riconosco più” confessa Vecchioni. E poi specifica: ”Io non appartengo al tempo del delirio digitale, del pensiero orizzontale, di democrazia totale” e “io non appartengo a un tempo che non mi ha insegnato niente tranne che puoi essere uomo ma non diventare gente”. La vena poetica di Vecchioni non è estinta, e nemmeno la sua rabbia, che in questa canzone è disincantata. Vi si legge una forte nostalgia, quella nostalgia che altro non è se non “la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”, come ha scritto Milan Kundera.
Voler ritornare indietro è un male sottile dell’anima, che ogni tanto anche io avverto e cerco di arginare. È un male antico. Orazio usò un’espressione splendida per definire chi si fa prendere da questa nostalgia al punto di rifiutare il presente: laudator temporis acti. Voglio precisare che non sono un “lodatore del tempo passato”, anche se lo rivisito spesso con la memoria. Di solito, chi lo fa è tacciato d’essere incapace di accettare le innovazioni del presente e di adeguarsi al progresso. Non è il mio caso, non ho preclusioni e non oppongo resistenza al nuovo che avanza. Pur tuttavia, mi ritrovo, come Vecchioni, a riflettere su quanto sia difficile, oggi più che mai, appartenere al mondo, fare parte di un consorzio umano che vorresti mandare a cagare sulle ortiche per come si è ridotto. Non è facile riconoscersi in un tempo che ha calpestato i valori umani e soffocato gli ideali. Faccio fatica a vivere in una società mediocre e meschina, che considera la vera cultura e il merito retaggi di un mondo obsoleto, che calpesta i diritti e misconosce i doveri, che ribalta le logiche e cerca di imporre stili di vita osceni e regole destabilizzanti. Mi è difficile accettare l’imbarbarimento della società, la sua deriva. E pensare che lo chiamano progresso! Affanculo il progresso e i progressisti se il prezzo da pagare è la perdita dell’humanitas nella sua accezione etica originaria. Affanculo se è normale essere stupidi, ignoranti, cattivi, disonesti, furbi e non assumersi le proprie responsabilità. 
La vignetta che correda questo scritto è emblematica: siamo spettatori ebeti e cinici delle disgrazie altrui. Questo è il quadro, in cui l’alienazione fa da cornice all’indifferenza. Ci sono giorni in cui non vorrei alzarmi dal letto. Non perché sia stanco o pigro, è che non ho voglia di esporre la mia mente al frullatore mediatico che rovescia nelle nostre case solo immondizia. Quando senti una notizia confortante ti chiedi se per caso non si siano sbagliati. Pare che giornali e televisioni facciano a gare per disgustarci. In realtà, sono i megafoni di un mondo e di un’epoca all’insegna del delirio, come dice Vecchioni. Ripeto, non sono contro le innovazioni, specialmente quelle che migliorano la vita. Sono contro la decadenza spacciata per innovazione. Sono contro il terribile andazzo che in ogni ambito della vita, dalla politica alla cultura, dall’economia alla sfera sociale, ha reso i nostri tempi squallidi ed effimeri. Sono contro il massacro dell’etica, che troppa gente considera un ostacolo alla propria libertà, un peso morto. Il malessere è diffuso e contagioso in ogni strato sociale, non è una prerogativa dei poveracci. Fortunatamente esistono ancora molte persone che si oppongono alla dissoluzione ed ergono le barricate contro la fiumana di liquami che ci ammorba. Ma quanti sono quelli che hanno scelto di salire sulla nave dei folli? Tanti, troppi.
Lo ammetto, ho nostalgia di come si viveva trent’anni fa. E chi se ne frega se non c’erano gli i-Phone, i tablet e il Gps. C’erano tante altre cose che sono scomparse, c’era un’Italia che guardava al futuro con fiducia, c’era tanta voglia di fare e la possibilità di riuscire. Forse io non appartengo più, come Vecchioni, e il pensiero corre ai miei genitori, e prima di loro ai mie nonni. Immagino che ogni generazione, giunta a una certa età, sia entrata in crisi. Si è sentita invecchiare, non per gli acciacchi fisici e la minore energia psicofisica, ma a causa dei cambiamenti che avvenivano intorno ad essa. Non è dunque una novità avvertire i morsi della nostalgia e sentirsi parzialmente estranei al mondo. Eppure, c’è una grande differenza da annotare. Negli ultimi trent’anni, il mondo ha fatto passi da gigante ed è diventato irriconoscibile. Sono avvenute trasformazioni a 360° quali non erano avvenute nei cento anni precedenti. Pensiamo, ad esempio, all’indice dei cambiamenti scientifico-tecnologici e al terremoto socio-culturale che ha sconquassato un patrimonio millenario di tradizioni, principi morali e valori. È come se sul pianeta fossero esplose cento bombe atomiche e noi tutti fossimo sotto l’effetto delle radiazioni. Appartenere o non appartenere al nuovo mondo è il vero problema di chi non accetta un cambiamento globale che evoca la deforestazione dell’Amazzonia. Che ne sarà di noi, quando anche l’ultima pianta sarà stata abbattuta? 
Da parte mia, faticosamente, ho scelto di resistere recitando la mia parte nel mondo ma senza esserne partecipe, se ciò significa rinnegare se stessi. La mia scelta è in gran parte dettata dal fatto che ho tre figlie e tre nipotine, fra poco quattro. È per loro che devo continuare a tenere duro in un mondo al quale non appartengo più. Guai se abbassassi la guardia, se mi conformassi e uniformassi. Mi sentirei colpevole di non avere protetto chi amo. Mi sentirei simile a chi naviga scaricando in mare ogni tipo di porcheria e veleno. Tanto, chi se importa di chi verrà dopo di noi! Potrà sempre inebetirsi rovistando tra le macerie. Non ragiono così. Io la penso diversamente, all'antica. Penso che dobbiamo rivendicare il nostro diritto a un posto dignitoso nel mondo, purché sia un mondo che ci assomigli, non che ci annichilisca.

martedì 15 ottobre 2013

Meno male che non possiedo un'arma

Non amo raccontare i fatti miei, ma oggi voglio fare un’eccezione. Due notti fa, qualcuno ha scavalcato il cancello del mio giardino e mi ha rubato un’automobile, una Volkswagen modello Golf. È stato un gioco da ragazzi riuscirci perché l’auto non era chiusa a chiave e al suo interno c’era il telecomando del cancello. Devo recitare il mea culpa. Sono troppo ingenuo, facevo affidamento sul fatto di vivere in un tranquillo sobborgo residenziale della mia città. Inoltre, pensavo che i ladri si limitano a rubare le auto lasciate incustodite sulla strada o nei parcheggi. Evidentemente, non mi sono reso conto che il mondo è cambiato. Oggi ti entrano in casa mentre dormi, com’è successo ai miei consuoceri, e devi ringraziare il cielo se si limitano a sottrarti un’auto anziché svaligiarti la casa. Confesso che al mattino, quando ho trovato il cancello aperto e la Golf non c’era più, ho provato una forte rabbia. Non per la sottrazione che ho subito ma per la violenza psicologica. Ciò che rende inaccettabile un fatto come quello capitatomi è la violazione della sfera privata, la minaccia alla sicurezza e alla libertà personale. Ciò che mi rattrista è riscontrare che oggi nessuno è realmente al sicuro. Viviamo in una società dove chiunque può subire un furto o un’aggressione, nel qual caso devi sperare di non pagarne le conseguenze fisiche. 
Temo che l’Italia si avvii a diventare il Bronx dell’Europa. Se la delinquenza, e in particolare la microcriminalità, è in costante crescita anche in regioni e città dove fino a dieci anni fa si viveva in santa pace, è perché lo Stato è deficitario in uno dei suoi compiti primari: tutelare i cittadini. Già, ma perché? Perché lo Stato italiano, attraverso le forze dell’ordine, non è più in grado di garantire la legalità e in alcune sacche regionali (il profondo Sud) ha addirittura abdicato in favore delle organizzazioni criminali di stampo mafioso? Il discorso è complesso e a secondo delle prospettive chiama in causa ragioni differenti, a volte inconciliabili. Mi vengono in mente due frasi del film Batman Begins. La prima recita: “crea la fame e chiunque diventerà un delinquente”. La seconda è un monito: “il crimine non può essere tollerato, i delinquenti sguazzano nella comprensiva indulgenza della nostra società”. Queste due frasi ci offrono una chiave di lettura molto interessante. I falsi buonisti (quanti ce ne sono a sinistra?) tendono a giustificare un certo tipo di illegalità, che per loro è sempre figlia del bisogno. L’esempio più eclatante è come difendono a spada tratta i poveri migranti clandestini, le cavallette che una volta sbarcate a Lampedusa o in altri lidi italici, come prima cosa sputano sul piatto dove mangiano e poi sciamano in ordine sparso come sbandati. Molti sono solo dei disperati in cerca di lavoro e di una vita dignitosa, andrebbero aiutati, ma tanti sono autentici delinquenti – anzi, lasciatemi sfogare chiamandoli pezzi di merda – cui non sembra vero di poter fare i propri comodi. Una marmaglia sempre più prepotente che sguazza nell’indulgenza e approfitta del politically correct va ad alimentare il triste fenomeno sociale in atto: lo sgretolamento delle mura difensive della nostra comunità. Siamo sempre più indifesi e le forze dell’ordine impotenti. Parlate con un poliziotto o un carabiniere. Vi dirà, con tono sconsolato, che ha le mani legate e che contrastare i delinquenti venuti da lontano è come insaccare vento. Ma anche quelli locali, sia chiaro. Non v’è certezza della pena in un Paese dove i governanti calano le brache, dove si vorrebbero abolire i reati anziché punirli. 
Ma tu sei razzista! – insorgerà qualcuno. No, non ancora, ma ci manca poco. Mi stanno facendo diventare razzista, non per una questione di pelle o di dialetti. Se mai accadrà è perché non sopporto più la vil razza dannata che ha svaccato l’Italia con il permissivismo, il relativismo e il progressismo, tre piaghe di proporzioni pantagrueliche. Non si può permettere ai malviventi di nuocere e vivere impuniti. La legalità non può essere un concetto relativo. Le leggi vanno rispettate, punto e basta. È così semplice e condivisibile, no? Si può discutere, caso mai, sulle pene. Io, ad esempio, perdonerei chi mi ha rubato lauto se l’avesse fatto per disperazione. Ma se l’avesse fatto perché è un manovale del racket che spedisce le vetture rubate nel Maghreb o in Romania, gli riserverei un trattamento adeguato. Lo so, spesso i balordi sono made in Italy. Per loro vale lo stesso ragionamento. Paradossalmente, accade che nel nostro Paese, antica culla del Diritto, chi ruba una mela finisca in carcere e chi stupra una donna o uccide un bambino perché guidava ubriaco se ne vada in giro beatamente. Ma che giustizia è? Cosa c’è nella testa di certi giudici, sociologi e intellettuali? Segatura, nella migliore delle ipotesi. Sapete come definì la giustizia il prode Garibaldi? “Santa parola prostituita, derisa dai potenti della terra”. Due secoli dopo, a deriderla continuano ad essere i potenti (fra cui i politici) ma la schiera si è infoltita. Ci si illude che nelle aule dei tribunali si faccia giustizia mentre si applicano le leggi, il più delle volte male. Il modo di applicarle dipende dall’estro e dagli interessi di chi dovrebbe essere super partes ma difficilmente lo è. Le organizzazioni criminali se ne infischiano delle leggi e ridono dell’inettitudine dello Stato. Gli zingari ringraziano e continuano imperterriti a rubare nelle case. Con maggiore sollievo perché la Kyenge ha detto che non è vero, ce lo siamo immaginati che rubano e la colpa è nostra. 
Ignoro se a entrare nella mia proprietà sia stato un rom, un tunisino o un calabrese. Magari è stato un lombardo doc. Ma so che questa volta mi è andata bene. Nelle stesse ore, a poca distanza da casa mia, una famigliola composta da padre, madre e bimba di tre anni, rientrando a casa ha trovato i ladri ad attenderli. Il padre è stato minacciato con un cacciavite. In altri casi, cogliere i ladri in flagrante comporta, oltre al danno, la beffa di essere malmenati e violentati. È questa l’Italia che sognavano i padri della Costituzione? Penso proprio di no. Penso che in Italia corriamo un rischio. Quale? La corsa alle armi. Come in America, dove possedere un revolver o un fucile è la cosa più normale del mondo. Mi sono chiesto come mi comporterei se avessi un fucile in casa, il colpo in canna, e domani mi accorgessi che nella mia abitazione sono entrati dei malintenzionati. Ho riflettuto a lungo e mi sono dato la risposta. Meno male che non possiedo un’arma. Mi hanno insegnato che a una persona civile non serve. Tuttavia, mi viene il dubbio che Al Capone non avesse tutti i torti. Ve la ricordate la scena de Gli intoccabili, in cui Robert De Niro dice: “Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola che con una parola gentile e basta”? 
Il dubbio si trasforma in rigurgito. So usare le parole e so essere gentile (mica sempre) ma temo che senza una pistola non potrei dissuadere un ospite indesiderato.

giovedì 10 ottobre 2013

Il cantico del pesce persico si ascolta a Lenno

Venerdì 18 ottobre presenterò alla Biblioteca di Lenno il mio ultimo libro “Il cantico del pesce persico”. Sarò lieto di farlo perché il racconto che dà il titolo al libro è una storia a metà via tra il sogno e la realtà che si svolge sulle acque del Lario. Lenno, splendido borgo adagiato in una profonda insenatura del lago, è la meta del sacerdote che sale su un barchino nel porto di Como e con l’aiuto di due giovani e audaci barchiroo decide di sfidare la burrasca pur di raggiungere il Santuario della Beata Vergine del Soccorso, di cui è il vicario. L’ultimo piroscafo è partito. Può confidare solo nella forza dei due aitanti barcaioli e nella Madonna. La storia è avventurosa e connotata da un fatto miracoloso. La vita stessa di Don Pagani e il suo ministero al Sacro Monte di Ossuccio, che giace su un dirupo, di fronte all’isola Comacina, è di per sé romanzesca. La vicenda, tratta da un episodio reale, ha un altro protagonista: il pesce persico. Quella volta, era il lontano 1906, il persico del lago non fu primattore in cucina ma strumento della misericordia divina. Ecco l’incipit…


Il persico reale è un pesce d’acqua dolce che vanta caratteristiche ben note ai pescatori e ai barcaioli. Tra di esse c’è quella di essere muto. Come tutti i pesci, per altro. Eppure, nel tardo pomeriggio del 21 luglio 1906, tre uomini in barca (come direbbe Jerome K. Jerome) lo sentirono cantare. In verità, a cantare furono almeno venti esemplari di persico del lago di Como e non uno solo. Facevano parte di un coro ittico inverosimile che si esibì nel tratto di lago fra Torriggia e Brienno per almeno dieci minuti.

Impossibile – si dirà, il pesce persico non canta, al massimo boccheggia e fa rumore guizzando nell’acqua. Non è mica un fringuello e neanche una sirena! Lo pensavano anche i tre uomini in barca, che non parlarono mai di ciò che capitò loro per non essere tacciati di ubriachezza se non di pazzia. Ma uno di loro, che era prete, riportò l’accaduto nel suo diario, che è tornato alla luce. Perciò sappiamo come andarono realmente le cose e se qualcuno insisterà a dire che il pesce persico non canta è perché non crede ai miracoli.



L’acquazzone era stato violento. L’acqua era scesa a catini sulla città e per una buona mezz’ora le vie e le piazze si erano svuotate. Fortunatamente, il temporale non aveva fatto gravi danni, salvo strappare un po’ di rami agli alberi con molte fronde e sradicare un platano sul lungolago. La gente che si era riparata dalla pioggia sotto i portici riguadagnò la strada.

Come sovente accade dopo le buriane estive, si era levato un forte vento di tramontana che aveva cominciato a infierire sulla superficie del lago con la stessa malagrazia di un batticarne su una scaloppa di vitello.

La fine del temporale aveva dunque dato inizio a quello che i laghèe, la gente che vive sulle sponde del lago, chiamano l’ora in cui “bala la stria”.

In Piazza Cavour c’era fin troppa agitazione. La Riva – è in questo modo che i comaschi chiamavano la piazza divenuta il polmone della città verso il lago oltre che il suo porto turistico – era sottosopra e chi ci lavorava non era rimasto certo con le mani in mano da quando aveva smesso di piovere.

Nel mezzo della piazza spiccava un giardinetto con quattro lampioni, dove le balie erano solite amoreggiare con i soldati della guarnigione comasca, in particolare i fanti di stanza nella caserma De Cristoforis. C’erano anche le coltivazioni municipali in mezzo alle quali si rincorrevano come tarantolati i ragazzini. C’era stato un tempo in cui il cuore della piazza era occupato da una fontana detta dell’oca che era stata smantellata nel 1891. Se la ricordavano in tanti la fontana; aveva venticinque getti di acqua potabile ed era ricca di statue e decori di pietra. C’erano sirene, cavalieri acquatici, conchiglie marine, mostri pelagici e puttini. L’oca che assegnava il nome alla fontana era in realtà un cigno dal lungo collo teso e dal cui becco usciva un poderoso zampillo. Poi, qualcuno aveva deciso che bisognava eliminarla.

Il centro della piazza era vuoto. Nessuno la attraversava o vi sostava a causa del forte vento che soffiava. Lungo il perimetro della Riva era tutto un affaccendarsi. Vi erano ben sei alberghi – Italia, Barchetta, Svizzera, Bella Vista, Volta e Plinius – e tre ristoranti, il Frasconi, lo Sbodio e il Plinio. Camerieri e inservienti si davano da fare per legare fra loro i tavolini all’aperto ed evitare che il vento trascinasse via le sedie. Gli alberghi erano stracolmi di turisti, soprattutto il Volta. Quest’ultimo era stato costruito là dove per due secoli e mezzo aveva fatto bella mostra di sé l’Albergo dell’Angelo, presso il quale avevano soggiornato ospiti illustri e famosi. C’era da trafficare anche lungo le quattro gradinate riservate all’approdo di barche e barchini e lungo i pontili di attracco dei piroscafi della Lariana. Era proprio a bordo lago che i lavoratori si affaccendavano più alacremente. Bisognava assicurare le cime e svolgere ogni altra incombenza resa necessaria dal maltempo.

La Lariana società anonima di navigazione a vapore nel Lago di Como, nata nel 1884 dalla fusione delle due imprese di navigazione esistenti, aveva una flotta di diciotto piroscafi e un rimorchiatore. Il piroscafo più vecchio, il glorioso Unione, era stato varato nell’ormai lontano 1857. Il più recente, il Milano, era entrato in servizio il 28 agosto 1904 compiendo il viaggio da Como fino a Colico. Nel pomeriggio del 21 luglio 1906, alcuni piroscafi della Lariana stavano navigando, altri erano fermi, qualcuno era appena approdato ai pontili di Como o era partito per il centro lago o l’alto lago per l’ultima corsa della giornata. Di alcune corse minori era stata decisa la cancellazione a causa del cattivo tempo. Ovviamente i turisti erano rintanati in albergo o nei caffè. Non era la giornata giusta per una gita in battello.

Non era neanche il giorno ideale per noleggiare un barchino e concedersi un po’ di sano diporto nel primo bacino del lago, in compagnia di amici o della morosa. Presso l’imbarcadero della Besana, che a chiunque ne facesse richiesta forniva imbarcazioni d’ogni tipo, con o senza rematori, ci si lamentava per i magri affari della giornata. La Besana, una signora nota in città per le sue forme giunoniche, impartiva ordini ai suoi dipendenti col piglio con cui Orazio Nelson diede disposizioni sulla tolda della Victory durante la battaglia navale di Trafalgar. Per sua fortuna, non c’erano tiratori francesi che potessero prenderla di mira. Il vento faceva volare di tutto fuorché le pallottole. Ella sapeva come gestire l’emergenza. La sua flotta era di piccolo pescaggio ma contava più unità della Lariana. Fra batèj, navet, gondole e lucie aveva da gestire una raggiera di almeno quaranta scafi.

Quando si accorse che un batel di legno di castagno stava sbattendo contro uno spalto in muratura, cacciò un grido che fece sobbalzare i gabbiani. Un barchiröo di nome Pierluigi si affrettò a risolvere il problema prima che la padrona tirasse giù dal piedistallo i santi ai quali era solita rivolgersi la mattina, quando apriva il suo “negozio” all’aria aperta, con i piedi nell’acqua, chiedendo al cielo che il lago fosse docile e il sole splendesse così caldo e luminoso sì che la gente cercasse refrigerio in barca.

All’improvviso, sul lungolago passò il tram e la Besana si soffermò ad ammirarlo. I comaschi avevano a lungo sostenuto questa novità, concretizzatasi da poco. La linea internazionale che univa la Funicolare alla stazione ferroviaria San Giovanni, passando per piazza Cavour, era stata inaugurata l’1 gennaio 1906 e da allora il passaggio del tramway elettrico della Stec (Società Tram Elettrici Comensi) era divenuto una vera attrattiva oltre che una comodità.

Lo sguardo della Besana restò piantato solo pochi istanti sulla vettura elegante della Stec, la cui parte superiore era dipinta di giallo tenue e l’inferiore mostrava una grande fascia rossa con lo stemma della città. La vettura era semivuota. In altri momenti sarebbe stata piena zeppa e sul lungolago le avrebbe fatto la posta un nugolo di bambini che all’apparire del tram non potevano esimersi dal recitare la cantilena venuta di moda. “L’è scià, l’è scià, l’è scià. L’è scià ul tramvai ch’el va. El va che par minga vera. Tirum, tiram, tirera. Sta atent de stravacà. Tirum, tiram, tirà!”

Il tram passò davanti al baracchino della Besana, dunque, la quale stava distogliendo lo sguardo ma subito ci ripensò, fiondandolo davanti a sé perché un uomo in sottana nera, con una borsa sotto il braccio, correva trafelato verso le banchine. Pareva che fosse inseguito dai creditori o da un branco di lupi famelici. L’uomo raggiunse la biglietteria della Lariana che era mezzo bagnato per il temporale e mezzo sudato per la corsa. Fu chiaro che doveva prendere il piroscafo e quando alzò le mani in cielo per poi appoggiarle sulla testa canuta in segno di disperazione, fu altrettanto chiaro che l’aveva perso. l’Elvezia e il Vittoria erano appena partiti. Il primo da un quarto d’ora, l’altro da appena cinque minuti.

«E adesso come faccio!» si lasciò scappare l’uomo.

Si guardò intorno e incontrò lo sguardo indagatore della Besana. I due si conoscevano. Chi non conosceva il povero don Antonio Pagani? Era uno dei sacerdoti più strambi e chiacchierati della diocesi. Subito si avvicinò alla Besana e tradusse in una richiesta formale la sua improvvisa intuizione.

«Sciura Cleofe, ho perso il piroscafo e devo tornare a casa! Domani devo celebrare la messa. Mi fareste portare a Sala con una delle vostre barche?»

«Siete fuori di testa?» chiese la Besana. «Non vedete che il lago l’è rabiaa!»

«Sì, lo vedo ma io devo tornare al Santuario della Madonna del Soccorso. Vi scongiuro, per l’amore di Dio, datemi una delle vostre barche…»

Cleofe Besana fece una smorfia eloquente. Avrebbe risposto “ma va a ciapà i ratt” a chiunque le avesse fatto una richiesta così insulsa ma l’uomo che la stava supplicando non era chiunque. Con quel prete sempre frettoloso e spesso in ritardo, dall’aspetto trasandato ma tale da suscitare rispetto, giacché incarnava l’ideale del sacerdozio prima maniera, aveva scambiato due parole più di una volta. Era amabile ed era impossibile negargli un favore, per quanto ultimamente circolassero voci maligne sul suo conto. (continua)