giovedì 17 ottobre 2013

Appartenere o non appartenere al mondo, questo è il problema

“Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone” ha scritto Stephen King. In effetti, ci sono canzoni, vecchie o nuove, che hanno questo magico potere. Ieri ne ho ascoltata alla radio una nuova, bellissima. Si intitola Io non appartengo più e il suo autore ed esecutore è Roberto Vecchioni, un cantautore che ha resistito all’usura del tempo e ai cambi generazionali. Ne voglio parlare perché questa canzone non solo apre gli occhi della memoria, ma pone i giovani di una volta di fronte a un dubbio amletico. Io sono un giovane di una volta, come Vecchioni. Appartengo alla generazione del “tutti a letto dopo Carosello” e mi riconosco nello stato d’animo che ha dettato il testo musicale. La canzone è una triste presa di coscienza e un lamento dignitoso. “Io non appartengo più alle cose del mio tempo, non mi riconosco più” confessa Vecchioni. E poi specifica: ”Io non appartengo al tempo del delirio digitale, del pensiero orizzontale, di democrazia totale” e “io non appartengo a un tempo che non mi ha insegnato niente tranne che puoi essere uomo ma non diventare gente”. La vena poetica di Vecchioni non è estinta, e nemmeno la sua rabbia, che in questa canzone è disincantata. Vi si legge una forte nostalgia, quella nostalgia che altro non è se non “la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”, come ha scritto Milan Kundera.
Voler ritornare indietro è un male sottile dell’anima, che ogni tanto anche io avverto e cerco di arginare. È un male antico. Orazio usò un’espressione splendida per definire chi si fa prendere da questa nostalgia al punto di rifiutare il presente: laudator temporis acti. Voglio precisare che non sono un “lodatore del tempo passato”, anche se lo rivisito spesso con la memoria. Di solito, chi lo fa è tacciato d’essere incapace di accettare le innovazioni del presente e di adeguarsi al progresso. Non è il mio caso, non ho preclusioni e non oppongo resistenza al nuovo che avanza. Pur tuttavia, mi ritrovo, come Vecchioni, a riflettere su quanto sia difficile, oggi più che mai, appartenere al mondo, fare parte di un consorzio umano che vorresti mandare a cagare sulle ortiche per come si è ridotto. Non è facile riconoscersi in un tempo che ha calpestato i valori umani e soffocato gli ideali. Faccio fatica a vivere in una società mediocre e meschina, che considera la vera cultura e il merito retaggi di un mondo obsoleto, che calpesta i diritti e misconosce i doveri, che ribalta le logiche e cerca di imporre stili di vita osceni e regole destabilizzanti. Mi è difficile accettare l’imbarbarimento della società, la sua deriva. E pensare che lo chiamano progresso! Affanculo il progresso e i progressisti se il prezzo da pagare è la perdita dell’humanitas nella sua accezione etica originaria. Affanculo se è normale essere stupidi, ignoranti, cattivi, disonesti, furbi e non assumersi le proprie responsabilità. 
La vignetta che correda questo scritto è emblematica: siamo spettatori ebeti e cinici delle disgrazie altrui. Questo è il quadro, in cui l’alienazione fa da cornice all’indifferenza. Ci sono giorni in cui non vorrei alzarmi dal letto. Non perché sia stanco o pigro, è che non ho voglia di esporre la mia mente al frullatore mediatico che rovescia nelle nostre case solo immondizia. Quando senti una notizia confortante ti chiedi se per caso non si siano sbagliati. Pare che giornali e televisioni facciano a gare per disgustarci. In realtà, sono i megafoni di un mondo e di un’epoca all’insegna del delirio, come dice Vecchioni. Ripeto, non sono contro le innovazioni, specialmente quelle che migliorano la vita. Sono contro la decadenza spacciata per innovazione. Sono contro il terribile andazzo che in ogni ambito della vita, dalla politica alla cultura, dall’economia alla sfera sociale, ha reso i nostri tempi squallidi ed effimeri. Sono contro il massacro dell’etica, che troppa gente considera un ostacolo alla propria libertà, un peso morto. Il malessere è diffuso e contagioso in ogni strato sociale, non è una prerogativa dei poveracci. Fortunatamente esistono ancora molte persone che si oppongono alla dissoluzione ed ergono le barricate contro la fiumana di liquami che ci ammorba. Ma quanti sono quelli che hanno scelto di salire sulla nave dei folli? Tanti, troppi.
Lo ammetto, ho nostalgia di come si viveva trent’anni fa. E chi se ne frega se non c’erano gli i-Phone, i tablet e il Gps. C’erano tante altre cose che sono scomparse, c’era un’Italia che guardava al futuro con fiducia, c’era tanta voglia di fare e la possibilità di riuscire. Forse io non appartengo più, come Vecchioni, e il pensiero corre ai miei genitori, e prima di loro ai mie nonni. Immagino che ogni generazione, giunta a una certa età, sia entrata in crisi. Si è sentita invecchiare, non per gli acciacchi fisici e la minore energia psicofisica, ma a causa dei cambiamenti che avvenivano intorno ad essa. Non è dunque una novità avvertire i morsi della nostalgia e sentirsi parzialmente estranei al mondo. Eppure, c’è una grande differenza da annotare. Negli ultimi trent’anni, il mondo ha fatto passi da gigante ed è diventato irriconoscibile. Sono avvenute trasformazioni a 360° quali non erano avvenute nei cento anni precedenti. Pensiamo, ad esempio, all’indice dei cambiamenti scientifico-tecnologici e al terremoto socio-culturale che ha sconquassato un patrimonio millenario di tradizioni, principi morali e valori. È come se sul pianeta fossero esplose cento bombe atomiche e noi tutti fossimo sotto l’effetto delle radiazioni. Appartenere o non appartenere al nuovo mondo è il vero problema di chi non accetta un cambiamento globale che evoca la deforestazione dell’Amazzonia. Che ne sarà di noi, quando anche l’ultima pianta sarà stata abbattuta? 
Da parte mia, faticosamente, ho scelto di resistere recitando la mia parte nel mondo ma senza esserne partecipe, se ciò significa rinnegare se stessi. La mia scelta è in gran parte dettata dal fatto che ho tre figlie e tre nipotine, fra poco quattro. È per loro che devo continuare a tenere duro in un mondo al quale non appartengo più. Guai se abbassassi la guardia, se mi conformassi e uniformassi. Mi sentirei colpevole di non avere protetto chi amo. Mi sentirei simile a chi naviga scaricando in mare ogni tipo di porcheria e veleno. Tanto, chi se importa di chi verrà dopo di noi! Potrà sempre inebetirsi rovistando tra le macerie. Non ragiono così. Io la penso diversamente, all'antica. Penso che dobbiamo rivendicare il nostro diritto a un posto dignitoso nel mondo, purché sia un mondo che ci assomigli, non che ci annichilisca.

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