giovedì 10 ottobre 2013

Il cantico del pesce persico si ascolta a Lenno

Venerdì 18 ottobre presenterò alla Biblioteca di Lenno il mio ultimo libro “Il cantico del pesce persico”. Sarò lieto di farlo perché il racconto che dà il titolo al libro è una storia a metà via tra il sogno e la realtà che si svolge sulle acque del Lario. Lenno, splendido borgo adagiato in una profonda insenatura del lago, è la meta del sacerdote che sale su un barchino nel porto di Como e con l’aiuto di due giovani e audaci barchiroo decide di sfidare la burrasca pur di raggiungere il Santuario della Beata Vergine del Soccorso, di cui è il vicario. L’ultimo piroscafo è partito. Può confidare solo nella forza dei due aitanti barcaioli e nella Madonna. La storia è avventurosa e connotata da un fatto miracoloso. La vita stessa di Don Pagani e il suo ministero al Sacro Monte di Ossuccio, che giace su un dirupo, di fronte all’isola Comacina, è di per sé romanzesca. La vicenda, tratta da un episodio reale, ha un altro protagonista: il pesce persico. Quella volta, era il lontano 1906, il persico del lago non fu primattore in cucina ma strumento della misericordia divina. Ecco l’incipit…


Il persico reale è un pesce d’acqua dolce che vanta caratteristiche ben note ai pescatori e ai barcaioli. Tra di esse c’è quella di essere muto. Come tutti i pesci, per altro. Eppure, nel tardo pomeriggio del 21 luglio 1906, tre uomini in barca (come direbbe Jerome K. Jerome) lo sentirono cantare. In verità, a cantare furono almeno venti esemplari di persico del lago di Como e non uno solo. Facevano parte di un coro ittico inverosimile che si esibì nel tratto di lago fra Torriggia e Brienno per almeno dieci minuti.

Impossibile – si dirà, il pesce persico non canta, al massimo boccheggia e fa rumore guizzando nell’acqua. Non è mica un fringuello e neanche una sirena! Lo pensavano anche i tre uomini in barca, che non parlarono mai di ciò che capitò loro per non essere tacciati di ubriachezza se non di pazzia. Ma uno di loro, che era prete, riportò l’accaduto nel suo diario, che è tornato alla luce. Perciò sappiamo come andarono realmente le cose e se qualcuno insisterà a dire che il pesce persico non canta è perché non crede ai miracoli.



L’acquazzone era stato violento. L’acqua era scesa a catini sulla città e per una buona mezz’ora le vie e le piazze si erano svuotate. Fortunatamente, il temporale non aveva fatto gravi danni, salvo strappare un po’ di rami agli alberi con molte fronde e sradicare un platano sul lungolago. La gente che si era riparata dalla pioggia sotto i portici riguadagnò la strada.

Come sovente accade dopo le buriane estive, si era levato un forte vento di tramontana che aveva cominciato a infierire sulla superficie del lago con la stessa malagrazia di un batticarne su una scaloppa di vitello.

La fine del temporale aveva dunque dato inizio a quello che i laghèe, la gente che vive sulle sponde del lago, chiamano l’ora in cui “bala la stria”.

In Piazza Cavour c’era fin troppa agitazione. La Riva – è in questo modo che i comaschi chiamavano la piazza divenuta il polmone della città verso il lago oltre che il suo porto turistico – era sottosopra e chi ci lavorava non era rimasto certo con le mani in mano da quando aveva smesso di piovere.

Nel mezzo della piazza spiccava un giardinetto con quattro lampioni, dove le balie erano solite amoreggiare con i soldati della guarnigione comasca, in particolare i fanti di stanza nella caserma De Cristoforis. C’erano anche le coltivazioni municipali in mezzo alle quali si rincorrevano come tarantolati i ragazzini. C’era stato un tempo in cui il cuore della piazza era occupato da una fontana detta dell’oca che era stata smantellata nel 1891. Se la ricordavano in tanti la fontana; aveva venticinque getti di acqua potabile ed era ricca di statue e decori di pietra. C’erano sirene, cavalieri acquatici, conchiglie marine, mostri pelagici e puttini. L’oca che assegnava il nome alla fontana era in realtà un cigno dal lungo collo teso e dal cui becco usciva un poderoso zampillo. Poi, qualcuno aveva deciso che bisognava eliminarla.

Il centro della piazza era vuoto. Nessuno la attraversava o vi sostava a causa del forte vento che soffiava. Lungo il perimetro della Riva era tutto un affaccendarsi. Vi erano ben sei alberghi – Italia, Barchetta, Svizzera, Bella Vista, Volta e Plinius – e tre ristoranti, il Frasconi, lo Sbodio e il Plinio. Camerieri e inservienti si davano da fare per legare fra loro i tavolini all’aperto ed evitare che il vento trascinasse via le sedie. Gli alberghi erano stracolmi di turisti, soprattutto il Volta. Quest’ultimo era stato costruito là dove per due secoli e mezzo aveva fatto bella mostra di sé l’Albergo dell’Angelo, presso il quale avevano soggiornato ospiti illustri e famosi. C’era da trafficare anche lungo le quattro gradinate riservate all’approdo di barche e barchini e lungo i pontili di attracco dei piroscafi della Lariana. Era proprio a bordo lago che i lavoratori si affaccendavano più alacremente. Bisognava assicurare le cime e svolgere ogni altra incombenza resa necessaria dal maltempo.

La Lariana società anonima di navigazione a vapore nel Lago di Como, nata nel 1884 dalla fusione delle due imprese di navigazione esistenti, aveva una flotta di diciotto piroscafi e un rimorchiatore. Il piroscafo più vecchio, il glorioso Unione, era stato varato nell’ormai lontano 1857. Il più recente, il Milano, era entrato in servizio il 28 agosto 1904 compiendo il viaggio da Como fino a Colico. Nel pomeriggio del 21 luglio 1906, alcuni piroscafi della Lariana stavano navigando, altri erano fermi, qualcuno era appena approdato ai pontili di Como o era partito per il centro lago o l’alto lago per l’ultima corsa della giornata. Di alcune corse minori era stata decisa la cancellazione a causa del cattivo tempo. Ovviamente i turisti erano rintanati in albergo o nei caffè. Non era la giornata giusta per una gita in battello.

Non era neanche il giorno ideale per noleggiare un barchino e concedersi un po’ di sano diporto nel primo bacino del lago, in compagnia di amici o della morosa. Presso l’imbarcadero della Besana, che a chiunque ne facesse richiesta forniva imbarcazioni d’ogni tipo, con o senza rematori, ci si lamentava per i magri affari della giornata. La Besana, una signora nota in città per le sue forme giunoniche, impartiva ordini ai suoi dipendenti col piglio con cui Orazio Nelson diede disposizioni sulla tolda della Victory durante la battaglia navale di Trafalgar. Per sua fortuna, non c’erano tiratori francesi che potessero prenderla di mira. Il vento faceva volare di tutto fuorché le pallottole. Ella sapeva come gestire l’emergenza. La sua flotta era di piccolo pescaggio ma contava più unità della Lariana. Fra batèj, navet, gondole e lucie aveva da gestire una raggiera di almeno quaranta scafi.

Quando si accorse che un batel di legno di castagno stava sbattendo contro uno spalto in muratura, cacciò un grido che fece sobbalzare i gabbiani. Un barchiröo di nome Pierluigi si affrettò a risolvere il problema prima che la padrona tirasse giù dal piedistallo i santi ai quali era solita rivolgersi la mattina, quando apriva il suo “negozio” all’aria aperta, con i piedi nell’acqua, chiedendo al cielo che il lago fosse docile e il sole splendesse così caldo e luminoso sì che la gente cercasse refrigerio in barca.

All’improvviso, sul lungolago passò il tram e la Besana si soffermò ad ammirarlo. I comaschi avevano a lungo sostenuto questa novità, concretizzatasi da poco. La linea internazionale che univa la Funicolare alla stazione ferroviaria San Giovanni, passando per piazza Cavour, era stata inaugurata l’1 gennaio 1906 e da allora il passaggio del tramway elettrico della Stec (Società Tram Elettrici Comensi) era divenuto una vera attrattiva oltre che una comodità.

Lo sguardo della Besana restò piantato solo pochi istanti sulla vettura elegante della Stec, la cui parte superiore era dipinta di giallo tenue e l’inferiore mostrava una grande fascia rossa con lo stemma della città. La vettura era semivuota. In altri momenti sarebbe stata piena zeppa e sul lungolago le avrebbe fatto la posta un nugolo di bambini che all’apparire del tram non potevano esimersi dal recitare la cantilena venuta di moda. “L’è scià, l’è scià, l’è scià. L’è scià ul tramvai ch’el va. El va che par minga vera. Tirum, tiram, tirera. Sta atent de stravacà. Tirum, tiram, tirà!”

Il tram passò davanti al baracchino della Besana, dunque, la quale stava distogliendo lo sguardo ma subito ci ripensò, fiondandolo davanti a sé perché un uomo in sottana nera, con una borsa sotto il braccio, correva trafelato verso le banchine. Pareva che fosse inseguito dai creditori o da un branco di lupi famelici. L’uomo raggiunse la biglietteria della Lariana che era mezzo bagnato per il temporale e mezzo sudato per la corsa. Fu chiaro che doveva prendere il piroscafo e quando alzò le mani in cielo per poi appoggiarle sulla testa canuta in segno di disperazione, fu altrettanto chiaro che l’aveva perso. l’Elvezia e il Vittoria erano appena partiti. Il primo da un quarto d’ora, l’altro da appena cinque minuti.

«E adesso come faccio!» si lasciò scappare l’uomo.

Si guardò intorno e incontrò lo sguardo indagatore della Besana. I due si conoscevano. Chi non conosceva il povero don Antonio Pagani? Era uno dei sacerdoti più strambi e chiacchierati della diocesi. Subito si avvicinò alla Besana e tradusse in una richiesta formale la sua improvvisa intuizione.

«Sciura Cleofe, ho perso il piroscafo e devo tornare a casa! Domani devo celebrare la messa. Mi fareste portare a Sala con una delle vostre barche?»

«Siete fuori di testa?» chiese la Besana. «Non vedete che il lago l’è rabiaa!»

«Sì, lo vedo ma io devo tornare al Santuario della Madonna del Soccorso. Vi scongiuro, per l’amore di Dio, datemi una delle vostre barche…»

Cleofe Besana fece una smorfia eloquente. Avrebbe risposto “ma va a ciapà i ratt” a chiunque le avesse fatto una richiesta così insulsa ma l’uomo che la stava supplicando non era chiunque. Con quel prete sempre frettoloso e spesso in ritardo, dall’aspetto trasandato ma tale da suscitare rispetto, giacché incarnava l’ideale del sacerdozio prima maniera, aveva scambiato due parole più di una volta. Era amabile ed era impossibile negargli un favore, per quanto ultimamente circolassero voci maligne sul suo conto. (continua)

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