martedì 15 ottobre 2013

Meno male che non possiedo un'arma

Non amo raccontare i fatti miei, ma oggi voglio fare un’eccezione. Due notti fa, qualcuno ha scavalcato il cancello del mio giardino e mi ha rubato un’automobile, una Volkswagen modello Golf. È stato un gioco da ragazzi riuscirci perché l’auto non era chiusa a chiave e al suo interno c’era il telecomando del cancello. Devo recitare il mea culpa. Sono troppo ingenuo, facevo affidamento sul fatto di vivere in un tranquillo sobborgo residenziale della mia città. Inoltre, pensavo che i ladri si limitano a rubare le auto lasciate incustodite sulla strada o nei parcheggi. Evidentemente, non mi sono reso conto che il mondo è cambiato. Oggi ti entrano in casa mentre dormi, com’è successo ai miei consuoceri, e devi ringraziare il cielo se si limitano a sottrarti un’auto anziché svaligiarti la casa. Confesso che al mattino, quando ho trovato il cancello aperto e la Golf non c’era più, ho provato una forte rabbia. Non per la sottrazione che ho subito ma per la violenza psicologica. Ciò che rende inaccettabile un fatto come quello capitatomi è la violazione della sfera privata, la minaccia alla sicurezza e alla libertà personale. Ciò che mi rattrista è riscontrare che oggi nessuno è realmente al sicuro. Viviamo in una società dove chiunque può subire un furto o un’aggressione, nel qual caso devi sperare di non pagarne le conseguenze fisiche. 
Temo che l’Italia si avvii a diventare il Bronx dell’Europa. Se la delinquenza, e in particolare la microcriminalità, è in costante crescita anche in regioni e città dove fino a dieci anni fa si viveva in santa pace, è perché lo Stato è deficitario in uno dei suoi compiti primari: tutelare i cittadini. Già, ma perché? Perché lo Stato italiano, attraverso le forze dell’ordine, non è più in grado di garantire la legalità e in alcune sacche regionali (il profondo Sud) ha addirittura abdicato in favore delle organizzazioni criminali di stampo mafioso? Il discorso è complesso e a secondo delle prospettive chiama in causa ragioni differenti, a volte inconciliabili. Mi vengono in mente due frasi del film Batman Begins. La prima recita: “crea la fame e chiunque diventerà un delinquente”. La seconda è un monito: “il crimine non può essere tollerato, i delinquenti sguazzano nella comprensiva indulgenza della nostra società”. Queste due frasi ci offrono una chiave di lettura molto interessante. I falsi buonisti (quanti ce ne sono a sinistra?) tendono a giustificare un certo tipo di illegalità, che per loro è sempre figlia del bisogno. L’esempio più eclatante è come difendono a spada tratta i poveri migranti clandestini, le cavallette che una volta sbarcate a Lampedusa o in altri lidi italici, come prima cosa sputano sul piatto dove mangiano e poi sciamano in ordine sparso come sbandati. Molti sono solo dei disperati in cerca di lavoro e di una vita dignitosa, andrebbero aiutati, ma tanti sono autentici delinquenti – anzi, lasciatemi sfogare chiamandoli pezzi di merda – cui non sembra vero di poter fare i propri comodi. Una marmaglia sempre più prepotente che sguazza nell’indulgenza e approfitta del politically correct va ad alimentare il triste fenomeno sociale in atto: lo sgretolamento delle mura difensive della nostra comunità. Siamo sempre più indifesi e le forze dell’ordine impotenti. Parlate con un poliziotto o un carabiniere. Vi dirà, con tono sconsolato, che ha le mani legate e che contrastare i delinquenti venuti da lontano è come insaccare vento. Ma anche quelli locali, sia chiaro. Non v’è certezza della pena in un Paese dove i governanti calano le brache, dove si vorrebbero abolire i reati anziché punirli. 
Ma tu sei razzista! – insorgerà qualcuno. No, non ancora, ma ci manca poco. Mi stanno facendo diventare razzista, non per una questione di pelle o di dialetti. Se mai accadrà è perché non sopporto più la vil razza dannata che ha svaccato l’Italia con il permissivismo, il relativismo e il progressismo, tre piaghe di proporzioni pantagrueliche. Non si può permettere ai malviventi di nuocere e vivere impuniti. La legalità non può essere un concetto relativo. Le leggi vanno rispettate, punto e basta. È così semplice e condivisibile, no? Si può discutere, caso mai, sulle pene. Io, ad esempio, perdonerei chi mi ha rubato lauto se l’avesse fatto per disperazione. Ma se l’avesse fatto perché è un manovale del racket che spedisce le vetture rubate nel Maghreb o in Romania, gli riserverei un trattamento adeguato. Lo so, spesso i balordi sono made in Italy. Per loro vale lo stesso ragionamento. Paradossalmente, accade che nel nostro Paese, antica culla del Diritto, chi ruba una mela finisca in carcere e chi stupra una donna o uccide un bambino perché guidava ubriaco se ne vada in giro beatamente. Ma che giustizia è? Cosa c’è nella testa di certi giudici, sociologi e intellettuali? Segatura, nella migliore delle ipotesi. Sapete come definì la giustizia il prode Garibaldi? “Santa parola prostituita, derisa dai potenti della terra”. Due secoli dopo, a deriderla continuano ad essere i potenti (fra cui i politici) ma la schiera si è infoltita. Ci si illude che nelle aule dei tribunali si faccia giustizia mentre si applicano le leggi, il più delle volte male. Il modo di applicarle dipende dall’estro e dagli interessi di chi dovrebbe essere super partes ma difficilmente lo è. Le organizzazioni criminali se ne infischiano delle leggi e ridono dell’inettitudine dello Stato. Gli zingari ringraziano e continuano imperterriti a rubare nelle case. Con maggiore sollievo perché la Kyenge ha detto che non è vero, ce lo siamo immaginati che rubano e la colpa è nostra. 
Ignoro se a entrare nella mia proprietà sia stato un rom, un tunisino o un calabrese. Magari è stato un lombardo doc. Ma so che questa volta mi è andata bene. Nelle stesse ore, a poca distanza da casa mia, una famigliola composta da padre, madre e bimba di tre anni, rientrando a casa ha trovato i ladri ad attenderli. Il padre è stato minacciato con un cacciavite. In altri casi, cogliere i ladri in flagrante comporta, oltre al danno, la beffa di essere malmenati e violentati. È questa l’Italia che sognavano i padri della Costituzione? Penso proprio di no. Penso che in Italia corriamo un rischio. Quale? La corsa alle armi. Come in America, dove possedere un revolver o un fucile è la cosa più normale del mondo. Mi sono chiesto come mi comporterei se avessi un fucile in casa, il colpo in canna, e domani mi accorgessi che nella mia abitazione sono entrati dei malintenzionati. Ho riflettuto a lungo e mi sono dato la risposta. Meno male che non possiedo un’arma. Mi hanno insegnato che a una persona civile non serve. Tuttavia, mi viene il dubbio che Al Capone non avesse tutti i torti. Ve la ricordate la scena de Gli intoccabili, in cui Robert De Niro dice: “Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola che con una parola gentile e basta”? 
Il dubbio si trasforma in rigurgito. So usare le parole e so essere gentile (mica sempre) ma temo che senza una pistola non potrei dissuadere un ospite indesiderato.

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