venerdì 25 ottobre 2013

Quando l'aria del lago di Como faceva venire i grilli in testa

L’aria del Lario è salubre ma fa venire strane idee. Chi vive sulle sue sponde lo sa bene, dietro la calma apparente e le abitudini di sempre, gli animi sono irrequieti e si scaldano con troppa facilità. I laghée – la gente del lago – sono intraprendenti e per quanto amino i loro borghi e le montagne che guardano loro le spalle, hanno sempre sentito il richiamo dell’avventura. Certamente avventurosa è la storia di un laghée del II secolo dell’era cristiana, protagonista del racconto La voce strozzata, ottava perla del mio nuovo libro di racconti Il cantico del pesce persico. Il giovane farmacista comasco Aulo Geminio Giusto si scalda ascoltando un discorso di Plinio il Giovane durante un convivio di aristocratici. Partirà per cercare il silfio o laserpizio, una pianta medicinale ma anche d’uso culinario, creduta estinta. Andrà in Cirenaica e la sua vicenda assumerà contorni suggestivi e drammatici. Questo Giusto, archetipo dell’uomo che aspira a lasciare un segno del proprio transito terreno, riesce quanto meno a lasciare un’impronta indelebile nel cuore del lettore. Ma ecco l’incipit…
Aveva l’impressione che il sole ruotasse su se stesso come un girarrosto. In realtà era fisso in un cielo senza respiro, a perpendicolo sulla terra. I suoi raggi incandescenti lo rosolavano a fuoco lento, infilzato com’era su uno spiedo fatto di sabbia e pietre. Non c’era scampo a quel tormento e l’arsura prosciugava anche l’alveo dove i suoi pensieri amavano scorrere.
Non di pensieri ma di pulsioni assillanti si era nutrita nelle ultime ore la mente di Aulo Geminio Giusto. Disperso nelle lande desertiche della Cirenaica, in cui si trascinava senza cognizione né speranza, sentiva il bisogno disperato di dissetarsi e anelava d’imbattersi in un’oasi o una semplice polla d’acqua.
Mai avrebbe immaginato che il suo corpo potesse inaridirsi come un tralcio reciso. Sembrava uno scherzo del fato; era nato sulle rive di un lago dalle acque limpide, rigenerate da un fiume generoso e dai ruscelli che vi confluivano, stava morendo in un catino remoto, arido come un cuore di pezza.
L’ironia della sorte era crudele. Il seme della follia in cui si era lanciato a capofitto senza demandare ad altri, più tagliati di lui all’improbo esercizio della ricerca avventurosa, era stato messo a dimora nel suo animo in una bella giornata primaverile del XVII anno del principato di Traiano, il 111 d.C. Lui e suo padre, un ricco possidente comense, erano stati invitati a un convivio che il senatore Gaio Plinio Cecilio aveva voluto tenere nella sua splendida villa di Lenno, la Comoedia. Plinio aveva ricevuto la notizia della nomina a “legatus Augusti pro praetore”, cioè di governatore della Bitinia, e voleva festeggiare con gli amici più intimi. Aveva accolto il ricco prosuocero Calpurnio Fabato, l’agiato Caninio Rufo, il cavaliere Romazio Firmo, il decurione Calvisio Rufo e alcuni membri delle gens locali più importanti: i Virii, gli Attilii, i Betizii, i Geminii. Era una compagnia piacevole e complice il vino che i commensali avevano gustato sui triclini sistemati in modo che gli ospiti godessero la vista del lago, impagabile dal promontorio di Lavedo, i discorsi si fecero sempre più “gastronomici”.
Romazio Firmo, che era coetaneo di Plinio, con cui aveva in comune gli studi presso lo stesso grammatico, si lamentò che il prezzo del succo di laser, indispensabile per insaporire le salse di pesce, le verdure e gli arrosti, fosse salito alle stelle. «Una volta si pagava con il corrispettivo del suo peso in denari ma adesso vale come l’oro!» esclamò. Calvisio Rufo, amico fedelissimo ma anche consulente in questioni d’affari del munifico padrone di casa, rimarcò a sua volta che il laserpizio, la pianta da cui si ricavava il prelibato succo resinoso, era ormai introvabile. Plinio disse che quel “prezioso regalo della natura” – come l’aveva definito suo zio e tutore Plinio il Vecchio – si era estinto e che ci si doveva accontentare dell’assafetida della Siria, della Media e del regno dei parti. Ne nacque una discussione erudita e insieme accesa. Ognuno voleva dire la sua. Oggetto della conversazione fu per l’appunto il laserpizio e il suo prezioso derivato culinario, il laser o succus cyrenaicus, che gli eruditi preferivano chiamare silfio. Con questo nome era noto ai greci.
Il silfio era una pianta spontanea che cresceva solo in una fascia di territorio parallela alle coste della Cirenaica, in Libia. Erodoto scrive che si estendeva dall’isola di Platea fino all’imboccatura del golfo della Sirte. Stava scomparendo. Forse la pianta era già estinta, come sosteneva Plinio, per cui si ricorreva ai succedanei. Ciò era motivo di stizzito rammarico fra i romani, i principali importatori e utenti del portentoso “argento vegetale” il cui aspetto faceva pensare a un finocchio gigante.
Oltre a essere impiegato in cucina come spezia prelibata per via delle sue proprietà aromatiche, il silfio era apprezzato come medicinale. Il suo uso nella farmacopea era antichissimo e risaliva ai tempi di Ippocrate, che ne consigliava l’uso come purgante, contro la febbre, per i disturbi ginecologici e in caso di dolori addominali. Fra i romani, che lo conservavano nel tesoro dell’Urbe, accanto alle riserve d’oro, godeva di una fama terapeutica tale da essere ritenuto una panacea. Era un potente digestivo e agiva efficacemente sullo stomaco e sul colon. Curava i disturbi circolatori, i dolori articolari, la gotta, la sciatica, l’asma, il mal di gola, la tosse acuta e cronica, l’idropisia, l’itterizia, l’epilessia, le verruche e la caduta dei capelli. Veniva impiegato nei colliri mescolato a resina di lentisco o gomma ammoniaca per curare la cataratta e i disturbi della vista. Plinio il Vecchio ne aveva esaltato le virtù, sostenendo che fosse un ottimo rimedio contro le pleuriti e le polmoniti ma anche contro il veleno dei serpenti e le frecce. Si credeva che curasse l’impotenza e i disturbi ginecologici e avesse proprietà estrogeniche. Per tale ragione, i medici lo prescrivevano alle donne come contraccettivo o per interrompere la gravidanza. Queste qualità, vere o presunte che fossero, avevano esaltato il silfio al punto che lo si credeva capace di fare starnutire le capre e addormentare le pecore. Il suo valore di mercato rifletteva un’eccellenza gastronomica e medicinale senza pari. Purtroppo, la panacea sembrava misteriosamente scomparsa, non la trovava più nemmeno al mercato nero.
«Amici, rassegnatevi» disse Plinio. «Come ha scritto mio zio, già al tempo di Nerone il silfio era rarissimo in Cirenaica. Se ne ricavò un solo fusto da inviare all’imperatore. Da anni, ormai, Cirene non ci fornisce più il dono di Apollo e ciò ha contribuito alla sua crisi economica. Il laser di cui facciamo uso in cucina e in farmacia è ricavato da una ferula che cresce in Oriente.»
Ci fu un mormorio fra gli astanti. Alcuni si limitarono a scuotere la testa ma altri chiesero al padrone di casa chi o cosa avesse determinato la fine del laserpizio o silfio che dir si voglia.  Plinio sorrise, compiaciuto del fatto che gli ospiti riconoscessero il suo carisma. In realtà, egli non era autorevole né sapiente come suo zio, che lo aveva adottato dopo la morte di suo padre Lucio Cecilio. Non pochi, pur attribuendogli qualità retoriche e letterarie non comuni, pur rilevando che aveva fatto un eccellente cursum honorum e rimarcandone l’agiatezza, bisbigliavano che in fondo era un uomo mediocre, futile, fatuo, vanitoso e portato al compromesso. Difetti, per altro, compensati dalla mitezza, la dirittura morale indiscutibile, il temperamento affabile e l’amore per il bello che tutti gli riconoscevano. L’ombra dello zio, che si era sacrificato in nome della scienza durante l’eruzione del Vesuvio, gravava su di lui e ne offuscava la luce.
«Chi può dirlo con certezza?» disse Plinio. «Ci sono varie ipotesi. La più accreditata è che la sua scomparsa sia dovuta all’eccessivo sfruttamento. Si pensa altresì che i pastori libici abbiano peggiorato la situazione con i loro armenti, permettendogli di pascolare nel territorio in cui cresceva la pianta selvatica e facendone tabula rasa. Si erano accorti che la carne del bestiame che si nutriva di silfio è più soave e morbida. Ancora oggi, le terre dove un tempo cresceva il silfio sono utilizzate per il pascolo delle pecore. Mi è stato riferito che tempo fa, i contadini addetti alla raccolta della pianta hanno distrutto le piante per protestare contro i loro datori di lavoro, che pare li sfruttassero. Anche i nomadi del deserto fecero diverse razzie e sradicarono le piante.»
«Qualcuno dice che la causa principale della scomparsa del laserpizio sia l’avidità dei nostri governanti» gettò l’offa Fabato. Un risolino si diffuse allora fra gli astanti, curiosi di conoscere il commento del senatore Plinio.
«Amici, lo sapete che la cupidigia ha talmente occupato la mente degli uomini che ben si direbbe che non possiedono le ricchezze ma che da esse siano posseduti» rispose Plinio.
«Sappiamo a chi ti riferisci» annuì il prosuocero, orgoglioso che il marito di sua figlia fosse stato eletto dall’imperatore in persona e non dal senato romano per sostituire in Bitinia Vareno Rufo, accusato di cattiva amministrazione. «La corruzione dei nostri governatori è stata ampiamente documentata da Cicerone e da allora le cose non sono migliorate.»
«Hai ragione Calpurnio, i governatori della provincia di Creta e Cirene hanno preteso il massimo profitto imponendo ai contadini della Cirenaica di dissodare i terreni e intensificare la produzione di silfio. Anche i tempi e i modi della raccolta del rizoma non sono stati più rispettati. L’avidità, che per sua natura è sbagliata, si è rivelata un errore maggiore. Non si è tenuto conto che il silfio è una pianta selvatica. La brama di sfruttarlo e coltivarlo in modo intensivo ne ha provocato l’esaurimento.»
Aulo Geminio Giusto aveva seguito la discussione in silenzio, con grande attenzione. Era il più giovane fra i partecipanti di quel simposio, aveva solo ventinove anni appena compiuti. Era anche l’unico convitato che nutrisse un reale interesse per il silfio e la sua sorte. Difatti, era un farmacista. Ruppe gli indugi e si rivolse a Plinio, che di anni ne aveva invece quasi cinquanta, e che egli considerava una sorta di zio acquisito giacché i Plinii e i Geminii erano imparentati oltre che amici. Parlò con la stessa impudenza di una recluta che metta in discussione gli insegnamenti del suo istruttore. «Sono convinto che il silfio non sia scomparso del tutto.» Plinio accennò una smorfia, più per lo stupore che per contrarietà. Gli astanti pensarono che Geminio avesse ingollato troppo Falerno. (continua)

Nessun commento:

Posta un commento