sabato 30 novembre 2013

La storia del bambino che non passò per il camino

Il decimo e ultimo racconto de Il cantico del pesce persico è, con ogni probabilità, il più commovente. Si intitola Il tesoro di Giacobbe Levi ed è ambientato nell’anno 2010, per quanto ripercorra una vicenda che ha avuto inizio nel 1944. Ne sono protagonisti un bambino ebreo deportato ad Auschwitz insieme con la sua famiglia e un commercialista comasco che riporta alla luce una “scatola del tesoro” sepolta nel giardino della sua nuova casa. Da quel momento, il commercialista è come colto da una strana febbre che fa nascere in lui il desiderio di scoprire la sorte del bambino. Andrà alla ricerca di ogni traccia che possa condurlo a lui e affronterà una moderna Odissea prima di scoprire che… 
Sarebbe quanto meno indelicato svelare il finale. Come tutte le storie che emozionano, anche quella di Giacobbe Levi è per il lettore una sorta di viaggio interiore, una riscoperta dei buoni sentimenti e dei valori. Nonostante non sia una delle tante storie sulla Shoah scritte da testimoni diretti, ma una rivisitazione contemporanea, non manca di ricordarci l’attualità delle parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Ma ecco l’incipit…

Mentre la pala meccanica iniziò a scavare nel giardino di Villa dei Tigli, Adrian Popescu, l’operaio rumeno che manovrava la benna con destrezza sopraffina, come fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra, anzi, di più, un’appendice del suo corpo, mai avrebbe pensato di riportare alla luce una cassa del tesoro. In realtà non era un vero forziere, come quelli che i pirati seppellivano nelle isole dei Caraibi, ma una scatola di latta di medie dimensioni che portava i segni dello scorrere del tempo.
Adrian riuscì a recuperarla senza rovinarla e la consegnò al capocantiere, il Pino, che fu incuriosito dall’oggetto e lo ripulì alla bell’e meglio. Sebbene l’umidità avesse danneggiato l’immagine litografata sulla latta, il Pino seppe distinguere il disegno di un elegante unicorno e la scritta Wamar. Pur tuttavia non fu in grado di riconoscere la natura e l’età della scatola. A dire il vero, quante persone al mondo avrebbero riconosciuto una scatola che il Biscottificio Wamar di Torino aveva messo in commercio negli anni ’30 del XX secolo e tanto più potevano sapere che l’unicorno era stato disegnato da Leonetto Cappiello, uno dei più grandi illustratori della prima metà del Novecento?
La scatola era sigillata ermeticamente e il capocantiere fu tentato di aprirla. L’avrebbe certamente fatto, perché la curiosità è un prurito difficile da curare, se non fosse che proprio in quel momento sopraggiunse Giovanni Molteni, il committente dei lavori edili e nuovo proprietario di Villa dei Tigli, che si impadronì della scatola e anziché aprirla davanti a tutti, la ripose con finta noncuranza nel bagagliaio della sua automobile.
«Su, tornate al lavoro!» ordinò con un tono che non ammetteva repliche.
Non fu per egoismo che agì in questa maniera antipatica ma per una sorta di felice intuizione. Ebbe come sentore che la scatola custodisse un segreto, più che un tesoro, e che svelarlo pubblicamente avrebbe significato dissacrare un rituale che era stato certamente compiuto con affidamento e riservatezza.
Era, infatti, plausibile che chi aveva seppellito la scatola intendesse nascondere qualcosa o, forse, proiettare qualcosa di sé nel futuro. Il ritrovamento non rendeva necessariamente partecipi di una rivelazione chi lavorava alla ristrutturazione di Villa dei Tigli. Era una faccenda privata, che riguardava solo l’attuale proprietario dell’antica casa di villeggiatura e dei suoi annessi e connessi. Compresi i suoi segreti.
La curiosità è una delle forme del coraggio femminile, sosteneva Victor Hugo. Martina, la moglie di Giovanni, era una donna curiosa e insieme coraggiosa e non perse tempo quando suo marito arrivò a casa con la misteriosa scatola ritrovata nel sottosuolo del giardino della casa in cui contavano di trasferirsi di lì a qualche mese. Non che servisse del coraggio per aprirla, sia chiaro, ma l’eccitazione che la colse fu tale da rendere prioritaria e affannata l’incombenza.
Che cosa conteneva la misteriosa scatola di latta?  Quando era stata sepolta? E perché?
Martina e Giovanni si scoprirono trepidanti mentre la loro mente elaborava ipotesi fantasiose. Quando l’avventura bussa alla nostra porta, di solito ci precipitiamo sull’uscio. In questo caso si prefigurava di modeste dimensioni, eppure provarono emozioni della stessa natura di quelle che dovette avvertire l’archeologo Howard Carter il giorno in cui scoprì la tomba del faraone Tutankhamon e maggiormente nell’istante in cui violava il suo sarcofago.
La scatola fu aperta senza riserve. Conteneva diversi oggetti in buono stato di conservazione: alcune biglie di vetro raccolte in un sacchetto di tela color senape, una ventina di soldatini di piombo, un modellino di locomotore a vapore della Hornby-Railways, una Citroen di latta, un coltellino svizzero multiuso, un mazzetto di figurine di carta, una piccola trottola, alcuni album di fumetti – fra cui il Vittorioso, l’Intrepido e Audace – dieci vecchie fotografie in bianco e nero, una croce di Davide in argento e smalto, una menorah lignea, una Torah tascabile e una busta chiusa.
La scoperta deluse Martina ma non Giovanni, che maturò una certezza. Gli oggetti contenuti nella scatola erano appartenuti a un bambino ebreo vissuto negli anni della seconda guerra mondiale, come rivelavano le date di pubblicazione dei fumetti e i personaggi delle figurine, fra cui il Feroce Saladino. Anche le fotografie in bianco e nero suggerivano un periodo storico preciso. La disanima del tesoro accreditò l’ipotesi che il padrone dei beni avesse voluto nasconderli.
Perché? Fu questa la prima domanda che Giovanni si fece. Altre domande che premevano nella sua mente furono messe da parte e prevaricate dall’azione. La busta poteva contenere utili informazioni non solo sulle ragioni dell’occultamento del tesoro infantile ma anche sull’identità del possessore del tesoro stesso. Per questa ragione fu letta con emozione crescente. (continua)

sabato 23 novembre 2013

I libri servono ancora? Dipende.

Si narra che un giorno, una giovane donna chiese a Mark Twain quale fosse il valore dei libri. “È inestimabile” rispose lo scrittore americano. “D’accordo, ma a cosa servono?” insistette la donna. “Dipende. Un libro rilegato in pelle è eccellente per affilare il rasoio. Un libro piccolo, conciso, come ne scrivono i francesi, serve a meraviglia per la gamba più corta di un tavolino. Un libro antico rilegato in pergamena è un ottimo proiettile per il gatti. Mentre un atlante, coi suo fogli larghi, può offrirci la carta adatta per sostituire i vetri rotti”.
Questo aneddoto si presta a una riflessione alla luce dei dati più recenti del mercato editoriale. Il 2012 è stato l’annus horribilis dell’editoria, con un calo delle vendite del 6,3%. Ciò nonostante, sono stati pubblicati 61.000 titoli per un totale di 220 milioni di copie stampate.  Nel 2013, le vendite dei libri sono ulteriormente crollate e sarebbe semplicistico imputare le cause della disfatta alla crisi economica. Nonostante la recessione, non conoscono flessioni di fatturato gli iPhone o i prodotti informatici, e nemmeno i cosmetici. Allora perché si comprano meno libri e se ne leggono ancora meno? Già, forse perché il paradosso di Twain non è poi così irreale. Forse i libri (la maggior parte dei 61.000 titoli) sono inutili o, nella migliore delle ipotesi, diversamente utili. Tra l’altro, molti volumi sono acquistati per essere regalati e ciò non garantisce che saranno letti, soprattutto i junk books, i libri spazzatura che gli editori pubblicano nella speranza di fare breccia nell’utenza più sprovveduta e superficiale, quella dei lettori occasionali e meno acculturati, che mettono il naso in libreria solo quando si diffonde la notizia che la finta cuoca Benedetta Parodi, il politico presenzialista, il comico di turno o lo sportivo rampante hanno dato alle stampe il loro vangelo. Di libri se ne vendono sempre meno – solo il 46% degli italiani legge almeno un libro all’anno – e per quelli di cui ci si ricorderà è in uso il contagocce. Ne consegue che il mondo dei libri soffre di dispnea e la letteratura è con l’acqua alla gola. 
Mi sono posto una domanda inquietante: ma i libri servono ancora? In ogni caso, a chi e perché? La sensazione è che lo zoccolo duro dei lettori intelligenti sia in forte calo. Non è il caso di meravigliarsi, si tratta di una diminuzione fisiologica. Purtroppo, le persone muoiono. Il fatto grave è che i grandi lettori di una volta non sono stati sostituiti adeguatamente. Lo stesso vale per gli scrittori e i dirigenti delle case editrici. Il cambio generazionale ha penalizzato il mercato editoriale, sempre più ondivago e soggetto alle mode e all’effimero, oltre che il popolo dei lettori di buoni libri. Anche il fatto che le librerie indipendenti stiano scomparendo, e con esse la figura del libraio amico che aveva un rapporto confidenziale con il cliente e sapeva consigliargli il libro giusto, ha il suo peso nella decadenza del libro, è una concausa della sua trasformazione da oggetto sentimentale a merce priva d’anima. Non si spiegherebbe altrimenti che nelle classifiche dei libri più venduti nelle librerie uniformate dal franchising figurino prodotti editoriali che mi rifiuto di considerare libri. Sono solo merce dozzinale o dopata. È il marketing a dirigere le danze. L’arte si è inchinata alle perverse logiche commerciali. Ma torniamo alla domanda iniziale. Personalmente, nella duplice veste di scrittore e lettore, rispondo senza esitazioni. I libri non servono se sono brutti e inutili. Prendiamo i libri di Fabio Volo, ad esempio. Non potrebbero espletare nemmeno le funzioni alternative descritte da Mark Twain. E che dire dell’osannato Saviano, la grande bufala campana, o della volgarissima Littizzetto? Non servono i libri brutti, insulsi e sgrammaticati, i libri che lasciano un cattivo profumo, che ci fanno rimpiangere il tempo in cui gli scrittori corteggiavano la lingua italiana e facevano sognare i lettori. Quando ammiro i volumi della mia biblioteca e ritrovo i nomi dei grandi scrittori italiani del Novecento, da Gadda a Calvino, da Buzzati a Pavese, da Silone a Vittorini, mi sento come colui che avendo viaggiato in contrade meravigliose oggi si ritrova costretto a passeggiare nel cortile di casa. Sono pochi i libri degli autori italiani degli ultimi vent’anni che stimo degni di stare accanto alle opere dei mostri sacri. Per questa ragione, sospetto che i libri non servano più. Possiamo farne a meno. In fondo, non c’è nulla che non sia già stato scritto. E poi, non viviamo forse in un’epoca in cui la parola scritta soccombe di fronte all’immagine e al suono? Se Dante Alighieri fosse in vita e decidesse di presentare un nuovo capolavoro non riempirebbe gli stadi, come fanno le rock star, né incasserebbe come un film di Checco Zalone o un cinepanettone di Natale. Eppure… 
Appartengo alla razza di chi considera i libri fondamentali e insostituibili. Sono come i personaggi di Fahrenheit 451 e se in un futuro non auspicale il Grande Fratello decidesse di mettere al bando tutti i libri, ne imparerei uno a memoria per preservarlo. A proposito, questo romanzo di fantascienza di Ray Bradbury non finisce mai di stupirmi e colmarmi di amore per i libri. Vi si legge una frase paradigmatica: i libri “rivelano i pori sulla faccia della vita.” Purtroppo, viviamo in una società edonistica, sedotta dall’estetica del vuoto, dove farsi le unghie finte conta più della sapienza e frequentare una palestra è più gratificante della ginnastica mentale. È forse questo il motivo per cui la gente non sente il bisogno di leggere un buon libro e tutt’al più acquista quelli mediocri pompati dai mass media? La risposta è in Fahrenheit 451. “La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive”. Non so cosa succederà in futuro e dove andrà a parare l’industria editoriale per evitare il karakiri. Quel che è certo, a mio modesto parere, è che dei cattivi libri non sappiamo che farcene ma i buoni libri ci servono, eccome se ci servono. Avremo sempre bisogno di nuovi libri capaci di emozionarci e arricchirci, di sottrarci alla mediocrità e banalità del quotidiano. Cosa distingue il libro buono da quello inutile? Fermo restando che il libro di valore è scritto bene, potrei rispondere citando ancora una volta Ray Bradbury. “I buoni scrittori toccano spesso la vita, i mediocri la sfiorano con la mano fuggevole, i cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano”. Quando mi chiedono come riconoscere il valore di un libro e di chi l’ha scritto, rispondo che è facile. Dobbiamo chiederci se le parole che abbiamo letto e la storia che abbiamo seguito, ci hanno toccato, semplicemente sfiorato oppure sedotto e abbandonato. Le vicende che ci hanno emozionato e arricchito, lo stile che ci ha riconciliato con la bellezza dell’espressione linguistica, gli autori che vorremmo avere come amici… sono questi gli elementi che devono farci amare un libro e riconoscerlo come necessario. Altrimenti, possiamo tranquillamente farne a meno. 
Ecco la mia risposta, in definitiva. I libri servono ancora, purché ci aprano la mente e riscaldino il cuore, purché ci rendano migliori. Servono a chi sente il bisogno di sapere, vedere e scoprire, cioè non smettere di crescere. Nei panni di Mark Twain potrei aggiungere: una pigna di libri solidi, di sostanza, può fungere da basamento per sollevarci dalla nuda terra. I buoni libri sono uno sgabello per osservare il mondo dallalto.

lunedì 18 novembre 2013

La profezia che Leonardo da Vinci volle ignorare

Nel nono racconto del mio ultimo libro Il cantico del pesce persico narro una storia che susciterà più di una domanda in chi, come me, è affascinato dalla figura di Leonardo da Vinci. Il racconto si intitola La profezia e fonde nel crogiolo narrativo realtà e immaginazione, seminando un atroce dubbio nel lettore. Dove termina la realtà storica e inizia il ricamo della fantasia? 
È storicamente vero che nel dicembre 1493, un corteo sforzesco partito da Milano e diretto nel Tirolo sostò a Como. Ne facevano parte il duca Gian Galeazzo e la moglie Isabella d’Este, ma anche Ludovico il Moro, Beatrice d’Este, molti cortigiani, la giovane Bianca Maria Sforza unitasi in matrimonio per procura con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (da cui si recava) e forse Leonardo da Vinci, che a quel tempo risiedeva a Milano ed era legato alla corte ducale. Non c’è prova insindacabile che fece quel viaggio “cortese” ma molti indizi ci inducono a crederlo. E qui, la fantasia ha iniziato a sferruzzare. Ho infatti immaginato che il genio toscano, che aveva 41 anni ed era nel pieno della sua vitalità, fosse ospitato dalla nobile famiglia Giovio e che approfittò del suo breve soggiorno sulle rive del Lario per visitare alcuni luoghi, fra cui un eremo. È in questo eremo, detto di San Donato, che si svolge la vicenda, ricca di umori umanistici e insieme spirituali.
È una storia ai confini della realtà, di stampo sovrannaturale, perché Leonardo fa un incontro che mette dura prova il suo raziocinio. Il frate con cui conversa in una grotta dall’aura mistica gli farà dono di una profezia che presto scorderà. Sarà solo negli ultimi anni di vita, al suo capezzale francese nella valle della Loira, che si ricorderà delle parole profetiche che aveva rimosso. Ecco l’incipit…

L’attesa era stata lunga ma ne era valsa la pena. Quando l’araldo annunciò che gli ospiti erano in vista della Cà Merlata, l’entusiasmo si diffuse come un contagio tra le fila del comitato civico uscito da Como per accogliere il corteo ducale. Alla vista del baldacchino sotto il quale avanzava la sposa, il giubilo si fece ancor più caloroso nonostante i rigori invernali. Parve allora che i capi delle famiglie nobili comasche, i membri del collegio dei dottori e delle principali corporazioni, le autorità ecclesiastiche, i maggiorenti e anche il popolino dei casali posti ai piedi del castello Baradello, saltassero fuori dalla pelle. Il loro gaudio era giustificato, non capitava tutti i giorni che un’altezza imperiale onorasse la città con la sua visita.

L’emozione era dipinta sul volto di Benedetto Zobio, che aveva ventidue anni ed era lì col padre, il notaio e causidico Luigi, un patrizio originario dell’Isola Comacina già decurione del municipio di Como. I due avevano lo sguardo infisso sul magnifico corteo e si sforzavano di riconoscere le figure più importanti, che taluni additavano e osannavano. I loro nomi erano noti, acclarati. In quel superbo corteo partito da Milano il giorno precedente, il 3 dicembre 1493, e fermatosi per il pernottamento a Meda e al castello di Carimate, c’era il fior fiore della nobiltà e del potere sforzesco.

C’era la graziosa Bianca Maria Sforza. Tre giorni prima, si era unita in matrimonio per procura con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo nel Duomo di Milano. Era stata una festa sontuosa oltre che il coronamento dell’astuta politica del Moro. Adesso, Bianca Maria era in viaggio per il Tirolo, dov’era attesa dal marito. Como era una tappa iniziale del suo trasferimento in Germania.

C’erano anche i signori di Milano con le loro consorti. Gli astanti non esitarono a riconoscere il duca Gian Galeazzo, sua moglie Isabella d’Aragona e il fratello Ermes. Si accorsero anche di Bona di Savoia, la madre della sposa e applaudirono con particolare calore Ludovico il Moro e sua moglie Beatrice d’Este. Intorno a loro si muovevano, compatti come acini di un grappolo, l’arcivescovo di Milano Guido Antonio Arcimboldi, il giureconsulto Giasone del Maino e una pletora di cortigiani, dignitari, gentiluomini e ambasciatori, fra cui Pietro Guicciardini, e i tre procuratori dell’imperatore: Melchiorre vescovo di Bressanone, il conte Wolkenstein e Gualtiero Stadio.

Esauriti i convenevoli, il corteo ducale e quello comense imboccarono la Strada Regina e in prossimità della basilica di San Carpoforo iniziarono la discesa verso la città murata, che era pavesata a festa. L’imperatrice procedeva lentamente sotto il baldacchino, che avanzò in pompa magna, tra canti e manifestazioni di affetto, fino al cuore di Como, la piazza del Duomo. I cittadini erano in sollucchero e ciò che li mandò maggiormente in visibilio fu la vista di una lunga teoria di damigelle in sella a cavalli finemente bardati e paggi che indossavano una sgargiante veste di colore scarlatto.

Il cardinale Antonio Trivulzio, vescovo di Como, accolse la sposa e i suoi familiari davanti alla porta maggiore del Duomo. Una messa fu officiata per celebrare l’evento, poi Francesco da Rho, podestà e commissario ducale di Como, si occupò degli aspetti logistici e organizzativi. Il corteo era fastoso e bisognava pensare agli alloggiamenti e alle feste che si sarebbero svolte nella serata e nel giorno seguente.

Bianca Maria Sforza, sua madre Bona e i legati imperiali furono ospitati nel palazzo vescovile. Gli altri furono distribuiti nelle ricche dimore dei patrizi comaschi, che rivaleggiarono fra loro per accaparrarsi gli ospiti dai nomi più altisonanti. Il duca Gian Galeazzo e sua moglie Isabella d’Aragona furono accolti nel grande palazzo di Francesco Rusca. Ludovico il Moro e Beatrice d’Este trovarono ospitalità nella casa del ministro del sale, Giacomo degli Albricci.

I familiari, gli altri ottimati e gli accompagnatori trovarono alloggio nelle case degli aristocratici lariani più in vista. Ogni famiglia importante si ritagliò la sua fetta di gloria: i Sangiuliani, i Mugiasca, i Pantera, i Tridi, i Bonanomi, gli Odescalchi, i Natta, gli Olginati, i Raimondi, i de’ Orchi, i Volpi, i Lucini, i Peregrini, i Muralto. Ogni casata fece la sua parte, com’era stato convenuto. Anche la famiglia di Luigi Zobio ebbe l’onore di accogliere nella propria dimora – un bel palazzo con la fronte di marmo bianco e nero e il giardino situato nella piazzetta di San Sisto, presso le mura orientali – gli ospiti che i maestri del protocollo ducale avevano assegnato loro.

Fra essi, si distingueva Leonardo da Vinci, artista e ingegnere ducale la cui nomea era ormai consolidata. (continua).

sabato 9 novembre 2013

Ecco la vera ragione per cui cadde l'Impero Romano d'Occidente




Alessandro Cerioli, un amico di cui ammiro la passione per la storia antica e l’arte, che ha voluto e saputo elevare a mission professionale attraverso il suo Studio Tablinum, mi ha invitato a esprimere le mie opinioni in merito alle cause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Lo faccio con piacere perché amo la storia romana e mi sono chiesto più volte se il crollo dell’impero dei Cesari fosse evitabile, oltre a interrogarmi sulle cause che lo indussero. 
Gli studiosi hanno fornito diverse risposte ma senza trovare un accordo. Sostanzialmente, si riconoscono due generi di cause, quelle esterne e quelle interne. La causa esterna preponderante è l’invasione dei barbari. Resta da chiarire se le terribili ondate barbariche furono a tutti gli effetti veri e propri attacchi politico-militari a Roma o se, invece, furono ondate migratorie molto violente. Non dimentichiamoci, infatti, che i popoli neolatini attribuiscono a quel periodo l’etichetta “invasioni barbariche” ma che altri popoli europei (tedeschi, inglesi e slavi) lo chiamano “età delle migrazioni”. In effetti, i barbari che assalirono i confini dell’impero erano per lo più popoli in fuga. Da cosa? Dal grande esodo degli Unni dall’Asia verso l’Europa. Per non cadere sotto il loro giogo, molte tribù sciamarono verso occidente e inevitabilmente cozzarono contro i limes romani. Alcuni di loro, come i Visigoti, furono accolti. Ma dopo che i Goti ebbero inflitto una terribile sconfitta alle legioni romane nella battaglia di Adrianopoli (378), fu più facile per i barbari esercitare la prepotenza grazie alla quale violarono e distrussero l’impero. Attualmente, la Comunità Europea sembra avviata allo stesso destino, soprattutto a causa della forte pressione islamica. Ravviso una profonda analogia fra quello che accadde nel tardo IV secolo e poi nel V secolo nelle province romane e quello che sta accadendo oggi nel mondo occidentale. I nuovi barbari non hanno bisogno di combattere, gli basta invaderci pacificamente e disgregarci dall’interno. Gli attuali flussi migratori mi ricordano l’inizio della fine. 
Ma torniamo all'antica Roma. Molti studiosi sono più portati a credere che le cause primarie della decadenza e del crollo del più splendido impero mai edificato dall’uomo siano prevalentemente interne. E qui, si chiamano in causa varie ragioni, tutte plausibili. A determinare la crisi irreversibile dell’Aquila (o, se preferite, della Lupa) furono i grandi cambiamenti che mutarono e indebolirono le sue strutture socio-economiche e le istituzioni politiche del Tardo Impero. L’elenco è lungo e molti addebitano al Cristianesimo una forte percentuale di colpa. La lettura di Draco, l'ombra dell'imperatore, un bellissimo romanzo di Massimiliano Colombo, ci aiuta a capire la forza disgregatrice che la Chiesa esercitò al tempo dell’imperatore Giuliano. La rinuncia alla religio pagana indebolì l’animo dei romani, li trasformò in perdenti. Molti altri fattori critici resero fiacco e incapace di resistere alle trasformazioni epocali una civiltà che stava andando in frantumi a causa della globalizzazione. Come oggi, d’altronde. Chi avesse visitato e analizzato lo status quo dell’Impero alla vigilia del suo crollo avrebbe infatti rimarcato che i romani, vittime dell’anarchia, avevano rinnegato se stessi. Si erano già arresi prima d’essere invasi. A determinare il declino e la capitolazione furono molteplici elementi: le divisioni interne, le continue guerre civili, il dispotismo, l’imbarbarimento e indebolimento dell’esercito, la disgregazione delle province, il fiscalismo opprimente, la corruzione e la crisi economica e sociale (che produsse la fine della schiavitù e determinò la fuga delle campagne, la svalutazione monetaria e una forte inflazione), cui si aggiunsero altre cause minori. Infine, non va sottovalutata l’opinione degli storici che ritengono non ci fu una vera e propria caduta ma una lenta, progressiva trasformazione involutiva senza soluzione di continuità. Insomma, l’impero non sarebbe caduto, avrebbe cambiato fisionomia e nel fare ciò si è disgregato. 
Personalmente, trovo valide tutte queste ragioni. L’Impero Romano d’Occidente non era una castello di carte, non poteva certo crollare a causa di uno starnuto. Ma per quanto fu l’insieme dei fattori dissolutivi che ho elencato a determinarne la sorte, vorrei fare un’ulteriore considerazione, frutto delle mie riflessioni personali. Credo che per spiegare il “default” dell’antica Roma bisogna evocare altre due cause sottili. La prima è la decadenza dei costumi, e quindi la morte della virtus. La virtù dei romani (fortezza, temperanza, pietas, valore militare, austerità, rispetto delle leggi, ecc) era la loro vera forza, il loro propellente. Fu la forza dell’animo che i grandi valori della latinitas nutrivano a trasformare un piccolo villaggio del Lazio in caput mundi. Quando i romani hanno rinunciato ad essa per lassismo e perché il vizio aveva ormai eroso la loro coscienza civile, sono crollate le difese immunitarie. Roma è diventata vulnerabile quando la virtus ha ceduto il posto al malcostume e alla fiacchezza. Il Mos maiorum aveva reso i romani un alto faro di civiltà, ma nel momento in cui rinunciarono ai costumi degli antenati divennero vulnerabili e rovinarono al suolo. Concludo con la riflessione che vuole essere la mia risposta al quesito postomi da Alessandro Cerioli. Condivido, più o meno, tutte le ipotesi che gli studiosi hanno formulato ma propongo una tesi che fa da collante e va oltre. Credo che la caduta dell’Impero Romano d’Occidente sia stata fisiologica. Roma è scomparsa semplicemente perché era vecchia e decrepita. Aveva esaurito la sua forza vitale, i suoi organi erano logori e malati, la sua capacità di rigenerarsi esaurita. Il Tardo Impero era un vecchio esausto e per certi aspetti rimbambito, litigioso, incapace di leggere il futuro, arrogante e insieme fragile. Era malato gravemente eppure si rifiutava di riconoscere i segni della sua dissoluzione psico-fisica. Era un malato terminale e la sua fine fu inevitabile. Ci si può chiedere, a questo punto, perché Roma si afflosciò e scomparve dopo una terribile agonia mentre la nuova Roma, cioè Costantinopoli-Bisanzio, resistette. Ma questa è un’altra storia. L’Impero Romano d’Oriente era più giovane e vitale, più scaltro e meno vulnerabile. Soffriva di mali simili, da cui, però, seppe guarire o quanto meno difendersi. Caro Alessandro, la mia tesi è forse semplicistica ma penso che la vera ragione per cui l’Impero Romano d’Occidente scomparve fu la sua senilità. Roma invecchiò male e morì malamente, per cause naturali ma anche per effetto di una malattia incurabile. Era come certi vecchi che si credono immortali e non intuiscono il proprio crepuscolo. Avrebbe vissuto più a lungo se avesse preso le medicine giuste. Roma, purtroppo, non fu il fortunate senex di cui parla Virgilio. Nessuno, nella città eterna, si ricordò delle parole di Terenzio: Senectus ipse est morbus. Nessuno si preoccupò del fatto che la Storia è impietosa con i vecchi malati.