lunedì 18 novembre 2013

La profezia che Leonardo da Vinci volle ignorare

Nel nono racconto del mio ultimo libro Il cantico del pesce persico narro una storia che susciterà più di una domanda in chi, come me, è affascinato dalla figura di Leonardo da Vinci. Il racconto si intitola La profezia e fonde nel crogiolo narrativo realtà e immaginazione, seminando un atroce dubbio nel lettore. Dove termina la realtà storica e inizia il ricamo della fantasia? 
È storicamente vero che nel dicembre 1493, un corteo sforzesco partito da Milano e diretto nel Tirolo sostò a Como. Ne facevano parte il duca Gian Galeazzo e la moglie Isabella d’Este, ma anche Ludovico il Moro, Beatrice d’Este, molti cortigiani, la giovane Bianca Maria Sforza unitasi in matrimonio per procura con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (da cui si recava) e forse Leonardo da Vinci, che a quel tempo risiedeva a Milano ed era legato alla corte ducale. Non c’è prova insindacabile che fece quel viaggio “cortese” ma molti indizi ci inducono a crederlo. E qui, la fantasia ha iniziato a sferruzzare. Ho infatti immaginato che il genio toscano, che aveva 41 anni ed era nel pieno della sua vitalità, fosse ospitato dalla nobile famiglia Giovio e che approfittò del suo breve soggiorno sulle rive del Lario per visitare alcuni luoghi, fra cui un eremo. È in questo eremo, detto di San Donato, che si svolge la vicenda, ricca di umori umanistici e insieme spirituali.
È una storia ai confini della realtà, di stampo sovrannaturale, perché Leonardo fa un incontro che mette dura prova il suo raziocinio. Il frate con cui conversa in una grotta dall’aura mistica gli farà dono di una profezia che presto scorderà. Sarà solo negli ultimi anni di vita, al suo capezzale francese nella valle della Loira, che si ricorderà delle parole profetiche che aveva rimosso. Ecco l’incipit…

L’attesa era stata lunga ma ne era valsa la pena. Quando l’araldo annunciò che gli ospiti erano in vista della Cà Merlata, l’entusiasmo si diffuse come un contagio tra le fila del comitato civico uscito da Como per accogliere il corteo ducale. Alla vista del baldacchino sotto il quale avanzava la sposa, il giubilo si fece ancor più caloroso nonostante i rigori invernali. Parve allora che i capi delle famiglie nobili comasche, i membri del collegio dei dottori e delle principali corporazioni, le autorità ecclesiastiche, i maggiorenti e anche il popolino dei casali posti ai piedi del castello Baradello, saltassero fuori dalla pelle. Il loro gaudio era giustificato, non capitava tutti i giorni che un’altezza imperiale onorasse la città con la sua visita.

L’emozione era dipinta sul volto di Benedetto Zobio, che aveva ventidue anni ed era lì col padre, il notaio e causidico Luigi, un patrizio originario dell’Isola Comacina già decurione del municipio di Como. I due avevano lo sguardo infisso sul magnifico corteo e si sforzavano di riconoscere le figure più importanti, che taluni additavano e osannavano. I loro nomi erano noti, acclarati. In quel superbo corteo partito da Milano il giorno precedente, il 3 dicembre 1493, e fermatosi per il pernottamento a Meda e al castello di Carimate, c’era il fior fiore della nobiltà e del potere sforzesco.

C’era la graziosa Bianca Maria Sforza. Tre giorni prima, si era unita in matrimonio per procura con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo nel Duomo di Milano. Era stata una festa sontuosa oltre che il coronamento dell’astuta politica del Moro. Adesso, Bianca Maria era in viaggio per il Tirolo, dov’era attesa dal marito. Como era una tappa iniziale del suo trasferimento in Germania.

C’erano anche i signori di Milano con le loro consorti. Gli astanti non esitarono a riconoscere il duca Gian Galeazzo, sua moglie Isabella d’Aragona e il fratello Ermes. Si accorsero anche di Bona di Savoia, la madre della sposa e applaudirono con particolare calore Ludovico il Moro e sua moglie Beatrice d’Este. Intorno a loro si muovevano, compatti come acini di un grappolo, l’arcivescovo di Milano Guido Antonio Arcimboldi, il giureconsulto Giasone del Maino e una pletora di cortigiani, dignitari, gentiluomini e ambasciatori, fra cui Pietro Guicciardini, e i tre procuratori dell’imperatore: Melchiorre vescovo di Bressanone, il conte Wolkenstein e Gualtiero Stadio.

Esauriti i convenevoli, il corteo ducale e quello comense imboccarono la Strada Regina e in prossimità della basilica di San Carpoforo iniziarono la discesa verso la città murata, che era pavesata a festa. L’imperatrice procedeva lentamente sotto il baldacchino, che avanzò in pompa magna, tra canti e manifestazioni di affetto, fino al cuore di Como, la piazza del Duomo. I cittadini erano in sollucchero e ciò che li mandò maggiormente in visibilio fu la vista di una lunga teoria di damigelle in sella a cavalli finemente bardati e paggi che indossavano una sgargiante veste di colore scarlatto.

Il cardinale Antonio Trivulzio, vescovo di Como, accolse la sposa e i suoi familiari davanti alla porta maggiore del Duomo. Una messa fu officiata per celebrare l’evento, poi Francesco da Rho, podestà e commissario ducale di Como, si occupò degli aspetti logistici e organizzativi. Il corteo era fastoso e bisognava pensare agli alloggiamenti e alle feste che si sarebbero svolte nella serata e nel giorno seguente.

Bianca Maria Sforza, sua madre Bona e i legati imperiali furono ospitati nel palazzo vescovile. Gli altri furono distribuiti nelle ricche dimore dei patrizi comaschi, che rivaleggiarono fra loro per accaparrarsi gli ospiti dai nomi più altisonanti. Il duca Gian Galeazzo e sua moglie Isabella d’Aragona furono accolti nel grande palazzo di Francesco Rusca. Ludovico il Moro e Beatrice d’Este trovarono ospitalità nella casa del ministro del sale, Giacomo degli Albricci.

I familiari, gli altri ottimati e gli accompagnatori trovarono alloggio nelle case degli aristocratici lariani più in vista. Ogni famiglia importante si ritagliò la sua fetta di gloria: i Sangiuliani, i Mugiasca, i Pantera, i Tridi, i Bonanomi, gli Odescalchi, i Natta, gli Olginati, i Raimondi, i de’ Orchi, i Volpi, i Lucini, i Peregrini, i Muralto. Ogni casata fece la sua parte, com’era stato convenuto. Anche la famiglia di Luigi Zobio ebbe l’onore di accogliere nella propria dimora – un bel palazzo con la fronte di marmo bianco e nero e il giardino situato nella piazzetta di San Sisto, presso le mura orientali – gli ospiti che i maestri del protocollo ducale avevano assegnato loro.

Fra essi, si distingueva Leonardo da Vinci, artista e ingegnere ducale la cui nomea era ormai consolidata. (continua).

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