venerdì 1 novembre 2013

L'Italia è in agonia, prepariamoci a recitare il De profundis

Non mi sono mai piaciuti i giorni dei morti. C’è troppa tristezza e ipocrisia nell’aria. Quest’anno, poi, mi sembrano ancora più tristi. È come se fossimo alla vigilia di un funerale epocale. Il caro estinto non è un parente o un amico. È la nostra Patria, la nostra misera Italia, che soffre di un male incurabile e sta agonizzando. L’Italia è un malato terminale e sarebbe un atto di misericordia praticarle l’eutanasia. Cosa mi fa pensare che non ci sia più nulla da fare? È presto detto, abbiamo varcato la fatidica soglia di non ritorno. Le nostre funzioni vitali sono compromesse. Come a suo tempo avvenne per l’impero romano d’Occidente, la decadenza è stata tale che è utopistico sperare in un salvataggio miracoloso nei tempi supplementari. Ci vorrebbe un miracolo. Temo che presto reciteremo il De profundis e saremo colti da un micidiale senso di colpa che aggraverà il nostro stato depressivo. 
A rendermi così pessimista è l’analisi della “London School of Economics” di Londra, che dopo avere fatto un’attenta disanima della situazione ha sentenziato che dell’Italia non rimarrà nulla, la nazione si dissolverà entro dieci anni. È una visione catastrofica e si sa che le previsioni apocalittiche sono spesso disattese, e poi è stata formulata a Londra ed è pacifico che gli inglesi ci guardino con sospetto da quando Roma, agli inizi del V secolo, abbandonò la Britannia, lasciandola in balia dei barbari invasori. A parte ciò, gli studiosi londinesi sono credibili. Ipotizzano che fra un decennio saremo ridotti a tabula rasa a causa della nostra fragilità e incapacità di arrestare il declino. Non basteranno le riforme, per salvarci dovremmo affidare la gestione del nostro Paese alla Merkel, all’Onu o ai Pleiadiani. Che la fine sia prossima lo suggerisce il fatto che negli ultimi vent’anni abbiamo registrato un regresso dalle conseguenze devastanti, irreparabili. Eravamo una nazione prospera e rispettata, un leader industriale, una realtà invidiabile sotto molti punti di vista. Oggi, dopo avere assistito impassibili al crollo dell’economia nazionale e delle finanze dello Stato, al suicidio della cultura e del tessuto sociale, alla resa delle istituzioni e al prevalere del caos politico, persino alla prostituzione della giustizia e allo stupro della democrazia, ci ritroviamo a osservare basiti uno scenario che ci riporta indietro nel tempo. È come se fossimo retrocessi al primo dopoguerra. Peggio, ricordiamo l’Italia dei secoli bui, l’Italia di “dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello” stigmatizzata da Dante Alighieri. Il realismo è d’obbligo. La nostra ricchezza è stata dilapidata e la popolazione, spremuta da un sistema fiscale mostruoso, depauperizzata. Il numero dei poveri è salito a cinque milioni ed è destinato ad aumentare. Come quello dei disoccupati, per altro. Attualmente, se consideriamo non solo chi non trova un lavoro ma anche chi ha smesso di cercarlo, sono sei milioni. La disoccupazione giovanile è da guinness dei primati (40,4%). La globalizzazione ci sta snaturando. Siamo impauriti, paralizzati, infelici. Ma che le dico a fare queste cose? Lo sfacelo è sotto gli occhi di tutti e ciò che rende maggiormente deprimente il quadro è considerare che lo Stato è vergognosamente correo e i politici sempre più scellerati. Di fronte all’emergenza nazionale, i partiti litigano e si accapigliano come se la priorità fosse affossare o salvare Berlusconi. Buon Dio, chi se ne frega di Berlusconi! Non sono riusciti a farlo fuori democraticamente, ce l’hanno fatta con i colpi bassi. Così va il mondo. Ma invece di fare i Maramaldo, di accanirsi contro un morto che cammina, salvate il soldato Ryan, piuttosto. Fate qualcosa per salvare i lavoratori che perdono il lavoro, le famiglie che perdono la casa, i pensionati che non ce la fanno più a tirare avanti, gli artigiani e i piccoli imprenditori alla canna del gas, la piccola borghesia, un tempo zoccolo duro del Paese, che la pressione fiscale ha annichilito. Salvate i giovani dal vuoto e i vecchi che costruirono un Italia moderna e competitiva dalla disperazione. Salvate quel poco di buono che ancora ci resta, prima che sia distrutto o alienato. Fate un tentativo disperato ma concreto per salvare l’Italia. Quale? Dimettetevi tutti, andate a zappare l’orto. Gli italiani riprenderebbero coraggio se i tanti colpevoli del decadimento fossero messi nella condizione di non nuocere più. Perché ciò avvenga servirebbe una rivoluzione che abbattesse l’intero sistema socio-politico e l’apparato statale. Purtroppo, però, la storia insegna che certi difetti nazionali non sono sradicabili. Fanno parte del nostro DNA. Nel romanzo ottocentesco I Viceré, Federico De Roberto scriveva: “L’Italia è fatta, ora facciamo gli affari nostri”. Attenzione, questo non è il modo di pensare degli affaristi e della delinquenza organizzata. È il ragionamento che fa chiunque, nel nostro Paese, raggiunga una posizione di comando e di prestigio. Vale per i politici ad ogni livello, i dirigenti statali, i burocrati, i sindacalisti, i banchieri e la pletora dei parassiti che vivono sulle spalle altrui. Ogni tanto, mi capita di sentire la solita frase: ci vorrebbe un uomo forte. Io credo che se galleggiamo con la merda liquida alla bocca, se non abbiamo prospettive e ci illudiamo che qualche nuovo guitto della politica ci salverà, è perché non abbiamo ancora capito la lezione. L’aveva capita, invece, un imprenditore umanista come Leo Longanesi. Diceva che “gli italiani non vogliono un dittatore, aspettano un impresario”. Non avete l’impressione che l’Italia della seconda Repubblica sia un teatrino di avanspettacolo, un Bagaglino in cui si sono avvicendati in modo trasversale comici e ballerine? La stagione di un grande mattatore come Berlusconi è ormai giunta alla fine, ma non disperate, in panchina c’è sempre Beppe Grillo a ricordarci che l’importante è ridere delle nostre disgrazie. E poi, abbiamo nuove opzioni in cantiere, nuovi personaggi pronti a farci ridere. Quando guardo Renzi in Tv, penso a Frate Cipolla, uno dei personaggi più arguti e scaltri del Decamerone. E se metto in preventivo che alla prossima tornata elettorale potrebbe spuntarla un PD che è cronicamente incapace di vincere ma qualora ci riuscisse sigillerebbe la nostra lapide sepolcrale, penso che in fondo ci sta, è ragionevole che un’Italia allo sbando possa affidarsi a Stenterello, la tipica maschera dell’arte fiorentina. E se non sarà lui, ci penserà qualche altro impresario (funebre, oltre che comico) a porre fine alla pantomima. Comunque, coraggio, il peggio è alle porte. 
Sarà il clima uggioso, sarà il fatto che i giorni dei morti mi mettono addosso un po’ di tristezza, sarà che ho i diverticoli intrecciati, ma provo un profondo dolore al pensiero che ho conosciuto un’Italia solare, creativa, che aveva fiducia nel futuro, e oggi mi ritrovo a vivere in un’Italia crepuscolare, mortificata, con un grande futuro alle spalle.

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