martedì 5 novembre 2013

Quando "conoscere" era la cosa più appassionante del mondo

Una delle mie amicizie di Facebook ha pubblicato nella sua bacheca una foto che ha subito risvegliato in me vecchi ricordi e rimpianti. La foto raffigura i volumi dell’enciclopedia per ragazzi Conoscere, che per quelli della mia generazione era e resta un mito. Mi rendo conto che a molti dei miei lettori non dirà nulla. Mi dispiace per loro, non sanno cosa si sono persi. Ebbene, ve lo voglio spiegare cosa vi siete persi. Conoscere era un’enciclopedia italiana per ragazzi a fascicoli (e in volumi rilegati) che fu pubblicata dalla casa editrice Fabbri fra il 1958 e il 1963 in sei edizioni. Era venduta con il sistema “porta a porta”. La peculiarità di questa enciclopedia, nata come tutor casalingo per gli studenti delle scuole elementari e medie, era la sua magnifica e immaginifica veste grafica che rendeva ancora più affascinante il contenuto culturale. L’avvicendarsi di voci casuali, non alfabetiche né tematiche, arricchite da illustrazioni così vive e dettagliate da catturare l’interesse dei ragazzi e stimolarne l’immaginazione, faceva sì che la cultura fosse vissuta come un’avventura. L’illustrazione in pagina doppia dell’assedio di un castello medievale era così realistica da fissarsi per sempre nella mente di chi la osservava e spingerlo a volerne sapere di più, a fare le famose “ricerche” scolastiche. Così come la raffigurazione del corpo umano. Quanti medici hanno deciso di diventare tali ammirando le figure anatomiche del Conoscere? Sfogliando l’enciclopedia, l’apprendimento si trasformava in un gioco divertente e appagante. I miei genitori mi avevano regalato il Conoscere e ricordo che me ne innamorai subito. Passavo ore e ore sui suoi volumi rossi, con la sopracopertina nera, e rimanevo incollato alle immagini e ai testi didattici con la stessa, famelica passione con cui, oggi, un ragazzo si appiccica ai videogames. Credo che sia nata lì la mia sete di sapere, il mio amore per lo scibile. 
Che nostalgia! Fortunatamente, possiedo ancora tutti i volumi del mio glorioso Conoscere. Sono intatti e li ho messi da parte per i posteri. Voglio conservarli e chiederò alle mie figlie di fare altrettanto. Perché? Sono una testimonianza dei valori e dei metodi didattici che cinquant’anni fa erano attribuiti al sapere. Farà ridere qualcuno, forse, ma c’è stata un’epoca non lontanissima in cui sapere era un bene primario. Conoscere era una cosa bella e preziosa, un'attività appassionante. Come oggi, vero? A dire il vero, quando la Fabbri pubblicò il Conoscere, chiunque avrebbe condiviso l’insegnamento del filosofo Bacone, secondo il quale “il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza; l’uomo tanto può quanto sa”. A quei tempi, genitori, nonni e maestri insegnavano ai ragazzi che il sapere è la via maestra per avere successo nella vita. Più sai più vali, si diceva. Ci si illudeva che la cultura fosse il viatico migliore per affermarsi. Ci si sbagliava, ahimè. Al giorno d'oggi, l’uomo che sa non è tenuto nella giusta considerazione. Studiare non serve a granché; un raccomandato sarà sempre in pole position rispetto a un plurilaureato senza padrini. Vale solo l’uomo che fa e soprattutto quello che possiede. L’unica conoscenza che conta è conoscere qualcuno che conta. Il vero dominio di un uomo, si correggerebbe Bacone se fosse ancora in vita, consiste nel potere e nella ricchezza. E poi, anche il sapere è cambiato. Oggi non ha alcun senso conoscere le cose, è inutile studiare la realtà e approfondire le fenomenologie. A che pro immagazzinare nozioni – il che comporta una terribile perdita di tempo, impiegabile in amenità meno faticose come trastullarsi con l’i-Phone o la tastiera – quando basta un dito per acquisirle? Basta digitare su Google o Wikipedia per illuderci di sapere le cose. Già, ma come la mettiamo con i voli pindarici? Abbiamo deciso che la fantasia è inutile? Ci basta la realtà virtuale e comunque epidermica generata da un software per sentirci realizzati? 
Sarebbe fin troppo scontato, da parte mia, lamentarmi della decadenza cognitiva di cui siamo spettatori attoniti. Rischio di diventare noioso. Mi limiterò a considerare che finché i giovani hanno creduto che il sapere fosse indispensabile, che quel pedante di Dante avesse ragione a sostenere che non siamo fatti per vivere come bruti ma “per seguir virtute e conoscenza”, era ragionevole confidare in un futuro radioso. Adesso, sono sempre di meno gli educatori che dicono a un ragazzo “studia se vuoi diventare qualcuno nella vita”. Per diventare qualcuno, in un mondo capovoltosi al punto che dovremmo abolire i punti cardinali, serve ben altro. Non vi suggerisco cosa, tanto lo sapete. E sapete che combattere contro i mulini a vento alla maniera di Don Chisciotte è uno sforzo inutile e ridicolo. Meglio illudersi che un giorno l’umanità possa comprendere i propri sbagli e voglia fare retromarcia, sappia riscoprire il valore della conoscenza. Chissà che il Conoscere della mia infanzia non possa essere digitalizzato e magari riscoperto? Chissà che le future generazioni non provino la libidine fanciullesca che si accompagnava al gesto di sfogliare le sue pagine caleidoscopiche con la certezza d’imbattersi in nuovi mondi? 
Si ammira Socrate perché sapeva di non sapere. Che bello sarebbe se le capre che brulicano nelle nostre scuole emulassero Socrate e sentissero il bisogno di attingere alle fonti del sapere anziché rincoglionirsi con la play station o pascolare in strada, fuori dai bar, con un bicchiere in mano. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che solo chi sa è veramente figo.

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