giovedì 12 dicembre 2013

Sette buoni motivi per non smettere di scrivere

Ultimamente – intendo dire dopo la pubblicazione del libro “Il cantico del pesce persico” – le attestazioni di stima nei miei confronti sono cresciute in maniera esponenziale. Molte persone, bontà loro, mi hanno gratificato con parole più che lusinghiere. Sostengono che il libro è bellissimo e che io sono bravissimo. Bontà loro, ripeto, il mondo è alla mercé del relativismo. Ancora più significativa, però, è l’indifferenza dei più (soprattutto i conoscenti e gli addetti ai lavori) verso le mie opere. È un buon segno; potrebbe significare che qualcosa valgono. Quando vali dai fastidio e diventi trasparente, è il prezzo da pagare nella società italiana, che non è meritocratica. Non è forse vero che il silenzio è l’arma più efficace per castigare chi può offuscarci con la sua luce? Lo si riscontra in ogni campo umano ma in ambito artistico è quasi una regola. Per uno scrittore bravo che emerge ce ne sono molti altri che un tacito ostracismo condanna all’anonimato. Per tacere di quelli che non riescono nemmeno a trovare un editore serio che dia loro fiducia e devono accontentarsi di pubblicare con editori marginali che chiedono un contributo economico, o con il sistema on demand. Per contro, l’editoria italiana non smette di osannare autori mediocri e sopravvalutati, meteore senza talento, furbetti che i libri se li fanno scrivere dai ghost writer, volti noti della TV o dello star system che non c’entrano nulla con la letteratura. Quanta spazzatura! Per quanto mi riguarda, pur avendo raggiunto una maturità stilistica che rende ancora ancora più esplosiva la mia creatività – scusate l’immodestia, ma a furia di essere elogiato comincio a credere di sapere scrivere e di poter vendere – non sono ancora riuscito a trovare un agente letterario e tanto più un editore importante che scommetta su di me. Uno su mille ce la fa, direbbe Gianni Morandi. È vero, ma non dispero, sono tenace come un ramarro e confido che il tempo si comporti da galantuomo. Non solo, il tempo affina i metalli preziosi. Nel frattempo, non mastico dubbi amletici. Non smetto di scrivere e di rimpinguare la scorta di manoscritti inediti che ho nel cassetto. Sono il mio tesoretto. Saranno la mia pensione?
Ogni tanto, forse per provocarmi, qualcuno mi chiede con un velo di commiserazione perché perda tempo a scrivere, cosa mi spinga a farlo laddove potrei fare altro, come giocare a bocce o in Borsa. Ecco, oggi mi va di spiegare perché non smetterò mai di scrivere sebbene sia un autore per il momento poco visibile, in attesa del mio talent scout. 
Primo motivo. Scrivo perché è un bisogno fisiologico. Non posso farne a meno. Smettere di scrivere significherebbe per me smettere di respirare. Ma anche smettere di creare, che considero un’esigenza primaria. È la mia cifra umana, lo dimostra il cammino che ho compiuto nella vita, le tante cose originali e innovative che ho costruito partendo da zero, delegando all’immaginazione il potere esecutivo. Scrivo perché non posso né voglio soffocare il mio estro. 
Secondo motivo. Scrivo perché la generosità è un altro dei miei tratti distintivi. Quando vivo un’esperienza significativa provo il desiderio di condividerla, e non solo con chi amo. Considero i miei lettori membri di una famiglia allargata. Provo piacere a offrire loro le mie emozioni, i miei pensieri, il mio intimo sentire, la mia conoscenza e le mie avventure esistenziali (come ne “L’inferno chiamato Afghanistan”). Sono un altruista. Credo che un uomo sia ciò che dona agli altri più che ciò che riceve. Scrivo perché anche dare è un bisogno fisiologico che devo espletare per sentirmi a posto con la mia coscienza. 
Terzo motivo. Scrivo perché sono un sognatore. La realtà fisica non mi basta, non mi appaga. Avverto gli “eroici furori” che furono fatali a Giordano Bruno. Aspiro ai mondi sconosciuti. Come rimarcò Marguerite Duras, “la scrittura è l’ignoto”. L’ignoto mi affascina e solo attraverso il sogno ad occhi aperti, una pratica che mi è familiare fin da bambino, ho sentore di potere accedere alle dimensioni sottili, quelle in cui il nostro corpo astrale esercita la licenza di viaggiare durante il sonno e dove il nostro Sé superiore trae la linfa che sublima l’esistenza. Scrivo perché sono fatto della stessa materia dei sogni e quando invento personaggi e storie costruisco una realtà parallela che da quel momento avrà una sua autonomia nell’universo e che ogni lettore potrà fare sua e trasformare.  
Quarto motivo. Scrivo perché è il mio karma. Veniamo al mondo con un compito specifico e dei talenti potenziali da riscoprire. Credo che il viatico dipenda dalle nostre vite precedenti. Sta di fatto che io ho sentito il bisogno di scrivere fin dalla prima elementare. E pensare che nei temi prendevo mediamente fra il sei e il sette. Mai assaporato un voto alto che mi portasse a credere che avrei potuto diventare uno scrittore o un giornalista. Beh, anche Verdi fu bocciato al Conservatorio! Non posso oppormi al mio karma. Chissà, forse sono stato Guy de Maupassant o più semplicemente un cantastorie. 
Quinto motivo. Scrivo per dare voce alla mia onestà morale. Ho molte cose da dire. La mia vita è stata fino ad oggi un magnifica avventura. Ho accumulato esperienze preziose e voglio raccontare ciò che ho visto, ciò che ho fatto, ciò che ho compreso. Non ho mai smesso di studiare, cercare, sperimentare. Scrivere, per me, è il modo più naturale per produrre vibrazioni positive e veicolare l’energia dell’universo di cui sono un frammento. 
Sesto motivo. Scrivo per amore. Se non amassi la vita non sentirei il bisogno di descrivere la bellezza del creato, raccontare il mio incanto di fronte al Sublime, esaltare l’humanitas e rimpiangere i valori perduti, la bellezza tradita, la nobiltà d’animo rinnegata e vilipesa. Scrivo per illudermi di potere aiutare chi ancora spera nel genere umano, nella sua straordinaria capacità di vedere uno spicchio di cielo anche dal fondo di un pozzo. Siamo caduti in quel pozzo e mi sforzo di descrivere il cielo limpido e la notte stellata. Scrivo perché amo mia moglie, le mie figlie, le mie nipotine e credo nel futuro. 
Infine, il settimo e ultimo motivo. Scrivo perché scrivere mi fa stare bene. Ho la fortuna di poter fare le cose che mi piacciono e nulla mi piace quanto mettermi davanti a una tastiera e rinnovare quella che Vittorini definì “fede in una magia”. Scrivere è la mia magia ancestrale. Mi appaga dare forma e sostanza ai miei pensieri, governare i miei voli pindarici, costruire una realtà virtuale dove potermi rifugiare per dimenticare le miserie del mondo. Mi piace così tanto e mi fa stare così bene da mettere in secondo piano i benefici che potrei ricavarne. 
Spero che il lettore mi perdonerà questo sfogo intimista. Ogni tanto ho bisogno di pensare a voce alta, ho anch’io i miei momenti di debolezza per quanto sia fatto di roccia basaltica. I miei lettori possono stare tranquilli: donerò loro molti altri scritti, altre emozioni, nuovi sogni da vivere abbandonandosi al flusso delle parole. Ho almeno sette buoni motivi per farlo. Gli stessi, immagino, che spingono altri come me a non mollare.

Nessun commento:

Posta un commento