martedì 30 dicembre 2014

Il XXI secolo mi lascia senza fiato



Mi chiedo se la mia percezione del tempo sia cambiata. Gli anni passano più velocemente di una volta o è solo una sensazione soggettiva? Minterrogo a poche ore dalla fine del 2014, con un certo stupore. Sembra ieri quando l’anno emetteva il suo primo vagito. Del nascituro non voglio dire nulla, il 2015 sarà quel che sarà. Voglio, invece, esternare una riflessione. I primi quattordici anni del nuovo millennio sono sfilati davanti a noi con la velocità di una lepre inseguita da una muta di segugi. Nel farlo, ci hanno colto di sorpresa. Di più, ci hanno cambiato la vita perché sono stati destabilizzanti, intensi, fortemente innovativi. Ho voluto fare un esercizio di memoria per sincerarmi di non essere vittima della suggestione. Mi sono accorto che dalla notte in cui salutammo con entusiasmo e un pizzico di apprensione l’inizio del terzo millennio fino ad oggi, sono accaduti eventi così devastanti e rivoluzionari da indurmi a definire “strappafiato” il primo scorcio del XXI secolo. Ne volete la prova? Bene, considerate i dieci avvenimenti più importanti di questi quattordici anni. Vi renderete conto che è successo di tutto e che il secolo in cui viviamo ha il motore truccato. Ecco cosa mi lascia senza fiato… 
Uno, l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Fin dall’esordio, il XXI secolo ha messo in mostra la sua carica deflagrante e quindi trasformatrice. Quell’attacco terroristico ha cambiato tante cose, nella nostra vita, e non solo nell’ambito della sicurezza e della privacy. Ha dato l’avvio a un fenomeno nuovo, una sorta di nuova “guerra fredda” dichiarataci dall’estremismo islamico. Da quel giorno, la nostra visione degli altri è stata inquinata dalla paura, dal sospetto, da norme restrittive che limitano la libertà personale e disturbano il sonno. Da Al Qaeda all’Isis, un filo di sangue scorre nell’immaginario collettivo e lo condiziona. Siamo tutti feriti e ansiosi. 
Due, non sappiano più cos’è la pace. In quattordici anni abbiamo assistito alla guerra in Afghanistan (2001), alla seconda guerra del golfo con l’occupazione dell’Iraq e la caduta di Saddam (2003) e alla primavera araba, con il crollo dei regimi nefasti che sembravano intoccabili (Sadat e Gheddafi). Abbiamo anche assistito, per altro, alla spettacolarizzazione della guerra e non sappiamo più distinguere tra realtà e fiction in uno scenario geopolitico in fibrillazione. 
Tre, il 1 gennaio 2002, iniziò a circolare l’Euro. Da allora, molte cose sono cambiate. Siamo europei di nome ma non di fatto, abbiamo perso la sovranità nazionale e se da un lato abbiamo visto ridimensionarsi lo spettro dell’inflazione, dall’altra siamo diventati i vassalli della Germania, gli schiavi dello spread. La rivoluzione monetaria ha cambiato i nostri stili di vita, ha trasformato l’Italia in un pupazzo avvilito che non diverte più ma infastidisce. 
Quattro, l’avvento e l’apoteosi dei social network. Ma vi rendete conto che Facebook è nata nel 2004 e Twitter nel 2006? Non esistevano quando abbiamo brindato al nuovo millennio. Potevamo farne a meno. Oggi, non più. Per miliardi di esseri umani, i social network sono l’antidoto all’incomunicabilità, alla solitudine, al vuoto. La nostra vita è cambiata radicalmente da quando cliccare e chattare sono diventati bisogni primari. È una dipendenza epocale, un nuovo modo di affacciarsi sul mondo e gridare “esisto!”, illudendosi che gli altri ci credano. 
Cinque, la natura ci ha mostrato quanto siamo inermi nonostante la nostra scienza e i nostri soldi. Lo tsunami nell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004, che ha causato 230.000 morti, ma anche l’uragano Katrina che il 22 agosto 2005 si è abbattuto su New Orleans e il terremoto in Giappone dell’11 marzo 2011 (per tacere di quello all’Aquila del 6 aprile 2009) ci hanno fatto dubitare che il progresso sia reale. Non siamo in grado di prevedere e tanto più evitare i capricci della natura. 
Sei, il crollo della borsa americana avvenuto il 15 settembre 2008. La crisi attuale, la sofferenza cronica da cui non sappiamo risollevarci, è figlia di quel giorno terribile. La crisi finanziaria provocata dai subprime (i prestiti bancari ad alto rischio) ha infatti avuto conseguenze disastrose sull’economia mondiale. Siamo comprimari attoniti della più grave crisi economica moderna dai tempi della “Grande Depressione” scaturita dal crollo di Wall Street nel 1929. Abbiamo imparato che le banche sono associazioni a delinquere e che i soldi sono virtuali. 
Sette, la gran rinuncia di Papa Benedetto XVI. Il nuovo secolo ci ha già dato tre papi e la cosa sconvolgente è che abbiamo visto un pontefice dimettersi. È stato uno choc per i cristiani cattolici ed è capitato in una fase storica in cui il cristianesimo rischia di estinguersi, ma non sotto i colpi intimidatori dell’Islam, come potremmo credere, bensì a causa della rigidezza della Chiesa, del disincanto dei fedeli, del crollo della religiosità tradizionale. È possibile che negli anni a venire vedremo la fine di un sistema fideistico agonizzante, incapace di rinunciare a dogmi artificiali e liturgie obsolete, all’avidità, al potere. 
Otto, la multietnicità. La globalizzazione ha avuto, tra i suoi effetti selvaggi, la migrazione delle masse. Sembra di essere tornati ai tempi del crollo dell’impero romano d’occidente. Orde di vandali, unni e nomadi provenienti da terre povere si stanno insediando nelle terre fertili, attuando un processo inarrestabile di trasformazione etnico-sociale. Questo processo è sempre più rapido e violento e non trova resistenza. L’accoglienza è forzata e produce rancore. La depenalizzazione del reato di clandestinità in Italia è la conferma che ci stiamo arrendendo. 
Nono, il trionfo del Grande Fratello. Mi riferisco alla figura totalitaria profetizzata da Orwell nel romanzo 1984. A distanza di trent’anni dalla sua pubblicazione, possiamo affermare che il mondo è nelle mani di una potentissima oligarchia che ha imposto il suo regime in maniera trasversale. Ma sarebbe più giusto parlare di artigli. Gli stessi governi delle nazioni più potenti del pianeta sono succubi del Grande Fratello, un organo  composto dai plutocrati, dal gruppo Bildenberg, dall’FMI, dalla Banca Mondiale e dal WTO. La concentrazione del denaro e del potere ha condannato al macero i valori, gli ideali, l’illusione d’essere liberi, la stessa democrazia. 
Dieci, lapocalisse del lavoro. La crisi economica, la crisi dello stato sociale e il lassismo del genere umano sono la causa della grande trasformazione del mondo del lavoro in atto. Dal decentramento del lavoro e il tramonto del posto fisso, si passerà quanto prima all’annichilimento. Temo che il XXI secolo sarà ricordato come il secolo in cui l’uomo ha smesso di lavorare, nel senso più tradizionale del termine. Le future generazioni dovranno reinventarsi per sopravvivere in una società dove sarà reintrodotto lo schiavismo. 
Non ricordo tanti cambiamenti così rapidi e disgreganti raccolti in meno di tre lustri. Non credo ci siano precedenti storici paragonabili. In effetti, il nuovo millennio ha prodotto un’accelerazione che lascia senza fiato e fa sbiadire quella avvenuta negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Personalmente, ho l’impressione di essere salito sull’otto volante e mi preoccupa la sua tenuta. Troppo veloce, troppo spericolato. Ci sono momenti in cui rimpiango la relativa lentezza del Novecento e, lo confesso, mi viene voglia di tornare con i piedi per terra.

lunedì 22 dicembre 2014

I miei peggiori auguri di Natale



Non sopporto il buonismo. O si è buoni, oppure si è cattivi. Fingersi buoni quando conviene o lo impongono le circostanze è l’ipocrisia che detesto più di ogni altra forma di doppiezza. Perciò, quest’anno voglio fare auguri sinceri ma cattivissimi. Saranno i miei peggiori auguri di sempre, dedicati a chi ha dimostrato di meritarseli.
Cominciamo. Auguro agli infami e ai traditori che hanno “venduto” l’Italia e hanno contribuito a metterci in ginocchio, di passare le vacanze di Natale in preda al fuoco di Sant’Antonio. Che l’Herpes zoster possa degenerare e provocarvi la paralisi dei nervi cranici, l’encefalomielite e tutte le infezioni secondarie possibili e immaginabili. Ai sordidi politici di professione e ai governanti in mala fede auguro di passare un Natale pantagruelico. Abbuffatevi, mangiate come porci davanti al trogolo abbondante, ingurgitate fino a dilatarvi come palloni aerostatici. So che ne siete capaci. E poi, fatevi cogliere dalle coliche più atroci e dalla diarrea acuta. Asserragliatevi nei vostri bagni, riunitevi in seduta plenaria nei vostri gabinetti e fatemi il piacere di esplodere come i fuochi d’artificio, schizzando escrementi liquidi da ogni parte fino a sprofondarci dentro e affogare. Dateci la soddisfazione di assistere alla vostra metamorfosi, perché merda siete e merda tornerete. Auguro un Natale da tregenda in special modo ai beceri rappresentanti della Sinistra italiana che da sempre predica bene e razzola male, che è comunista dentro e perciò vive ancora d’invidia, odio e rancore, che non gliene frega niente del popolo e tanto più dei poveri, che si crede migliore perché unta dal Signore, e che farà capodanno a Cortina o alle Maldive. Pagherei di tasca mia per farvi passare le vacanze di Natale in un luogo di meditazione, tipo uno dei famosi resort turistici di Stalin o una miniera di rame a cielo aperto in Cile. Quest’ultima sarebbe una meta ideale, a patto che mentre siete lì a riflettere sulla vostra falsità e meschinità, tutti gli uccelli del pianeta sganciassero guano sul fondo della miniera. Auguro alle “dame di carità” come la B. e la K., di cui metto solo le iniziali perché a scrivere per intero il loro nome accuso un reflusso gastrico, di passare un Natale allucinante con i combattenti dell’Isis, discinte e legate come salami di puro suino, in attesa di essere caricate sui dromedari e trasportate in Oman o in Somalia per conoscere il paradiso musulmano. Auguro ai mentecatti che profetizzano che su Roma sventolerà la bandiera dell’Islam, di trascorrere il Natale e Santo Stefano in una porcilaia abusiva, in balia di un’orda di maiali famelici e cinghiali aggressivi. Auguro a quelli che non sono capaci di riportare a casa i nostri due Marò, e a quelli che li denigrano, di passare il Natale in India, possibilmente in uno slum di Calcutta, rovistando tra gli scoli e i rifiuti in cerca di se stessi. Auguro ai funzionari corrotti, romani e non solo, di ricevere per Natale un sacco di mazzette… ops, volevo dire mazzate, purché si tratti di una mazza come quella di Thor. Auguro ai banchieri criminali, agli strozzini e agli speculatori di finire in pasto ai piranha rossi del Pantanal, così da provare l’emozione di essere fatti a brandelli. Lentamente, però, e senza interessi. Auguro ai mafiosi, ai camorristi e ai trafficanti di morte di passare la notte di Natale in un igloo eschimese e accorgersi, all’improvviso, quando la temperatura esterna scende a – 40 °C, che la cupola non è fatta di neve pressata ma di cocaina. Sai che sballo battere i denti a mitraglia mentre hai la visione delle renne in topless! Auguro a quelli che maltrattano gli animali di essere deportati sul pianeta delle scimmie per conoscere l’altra faccia della medaglia, cioè provare sulla loro pelle l’ebbrezza della schiavitù, il piacere delle sevizie, la mistica della crudeltà gratuita. Auguro ai dirigenti della Rai di ficcarsi il canone nel tubo digerente e di trasferirsi sull’isola dei famosi insieme all’inutile corte dei miracoli di cui si circondano. Naturalmente, l’isola la scelgo io. Trattasi dell’isola di Polifemo. In alternativa, per analogia con ciò che la Rai ha messo in onda negli ultimi anni, suggerisco Midden Atoll, “l’isola di plastica”, un atollo sperduto che si trova nell’Oceano Pacifico e dove confluisce gran parte della spazzatura generata dal consumismo planetario. Auguro agli stronzi per vocazione, ai furbi impuniti, agli arroganti sistematici e a quelli che se ne fregano degli altri e delle leggi, di essere accusati ingiustamente di qualche grave reato e subire come pena l’ergastolo. Non in carcere, però, ma nel presepe. Pensate che pacchia fare il pastore o l’asino e il bue di cartapesta per tutta la vita. Auguro ai pedofili e agli stupratori di festeggiare il Capodanno a casa di Vlad III di Valacchia. Allo scoccare della mezzanotte, tutti a subire la raffinata tortura del conte Dracula, cioè l’impalamento! Nel caso in cui non vi fosse ben chiara la dinamica, si cominciava infilzando il condannato con un palo di legno attraverso un orefizio o il perineo. Auguro un Natale da strafogamento ai prelati che hanno rinnegato Dio per il vitello d’oro. Possiate passare le feste annaspando nel forziere del Vaticano, più vasto di quello di Paperon de’Paperoni, prima di essere soffocati dalla crusca del diavolo. Auguro ai signori della guerra e ai promotori occulti della cospirazione globale che vogliono asservire l’umanità, di dividere il desco natalizio con le cinque specie dell’Ebolavirus. Una per ogni senso. Sarebbe un Natale sensazionale! Infine, auguro il peggior Natale della sua vita alla Corte di giustizia Ue, la cui sentenza stabilisce che l’ovulo umano può essere brevettato a fini industriali. Auspico che la mattina di Natale, Frankenstein faccia irruzione nella casa di questi giudici. Il resto lo lascio all’immaginazione del lettore. 
Ho certamente dimenticato qualcuno ma credo basti. Lo so, chi augura il male per gli altri lo chiama per sé. Ma avrete capito, almeno spero, che sono semiserio. Dopo avere fatto i miei peggiori auguri, degni del Cattivik di Bonvi, voglio fare un solo ma immenso augurio di Buon Natale, cioè di pace e felicità. Raggiunga in ogni dove chi mi vuole bene e naturalmente i buoni, i giusti, gli onesti, gli umili, i perseguitati, i sofferenti e i sognatori. Siate sereni, siate fiduciosi. Vi consoli il pensiero che siete meritevoli di maggior fortuna, giustizia, amore e serenità. E se non riuscirete ad avere ciò che vi spetta in questa vita, non disperate. Non finisce qui.

venerdì 12 dicembre 2014

La modernità del mito di Sisifo



Quello che ha come protagonista Sisifo, è uno dei miti greci più famosi e attuali. Sisifo, il più sagace dei mortali, osò sfidare gli dei dell’Olimpo e fu da loro punito. Zeus in persona decise che il reo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base fino alla cima di un monte e che una volta raggiunta la vetta, quel masso sarebbe rotolato nuovamente a valle. Il figlio di Eolo e Anarete,  oltre che fondatore e primo re di Corinto, fu dunque condannato a una pena faticosa ed eterna. Della sua figura, verso la quale è impossibile non provare un sentimento di pena e misericordia, stupisce soprattutto lincredibile modernità. Viviamo, infatti, in un’epoca in cui la maggioranza degli esseri umani ha la sensazione d’essere stata condannata a faticare invano, a dover ruzzare il suo macigno verso l’alto con l’unica certezza che un dio crudele è in agguato, pronto a farsi beffe di noi. Alzi la mano chi non ha questa sensazione. Conosco tanta gente che per quanto si sforzi di migliorare la propria condizione si scontra contro la forza oscura che si prende gioco dei volonterosi. Non si tratta di Zeus, ovviamente, né di Dio comunque lo si voglia chiamare. Chiamiamola, piuttosto “sistema”, imputando alla politica, alle leggi del mercato, alla pseudocultura e alle perverse logiche sociali le principali responsabilità. Ma cosa impedisce alla maggior parte dell’umanità di raccogliere quello che semina, di trasformare la propria fatica in risultati, di porre fine al gioco frustrante di spingere per farsi strada sapendo che tanto non servirà a nulla? La risposta è possibile. A far sì che il successo sia precluso a molti che invece lo meriterebbero è il fatto che costoro sono ancorati al vecchio paradigma del fallimento. Il DNA umano ci lega a questo vecchio paradigma, alimentato da secoli di sventure, lotte titaniche contro forze preponderanti, vite intere in balia dei potenti, della natura, del caso. La nostra genetica ci invita a spingere contro l’energia esterna, che consideriamo avversa, ad opporsi ad essa anziché lasciarsi andare al suo flusso. Siamo fatti in massima parte di acqua ma dell’acqua non condividiamo l’astuzia. Se lo facessimo, arriveremmo in alto e lontano. Viviamo, dunque, assoggettati al paradigma della disfatta, l’incubo dell’insolvenza. Pensate ai contadini di una volta. Dopo avere seminato nei campi, speravano in un buon raccolto. Erano i Sisifo della terra. Bastava la grandine, l’alluvione o la siccità e andavano incontro alla rovina, pur avendo lottando, spinto contro l’energia che ci impedisce di fluire. 
Circolano in rete, in questo momento, insegnamenti e profezie su come sarà il futuro. E benché occorra una buona dose d’incoscienza per dichiararsi ottimisti, sottoscrivo il pensiero di chi afferma che molto presto le cose che tenteremo avranno successo, ma solo se rilasceremo il paradigma dell’aspettativa del fallimento. Non sarà facile. È esattamente questo il problema, siamo così abituati a fallire che ci aspettiamo altri fallimenti, secondo la logica che piove sempre sul bagnato o che i soldi vanno solo dove ce ne sono già tanti. Attenzione, questi non sono luoghi comuni. Sono dinamiche derivanti dalla legge di analogia, una delle forze più misteriose dell’universo, la quale recita che ci capiterà esattamente quello che abbiamo mentalmente attirato e configurato. La verità è che il mondo è pieno di poveri Sisifo che nemmeno riescono a immaginare di poter arrivare sulla cima del monte, posare il loro sasso e fissarlo, in modo che non torni indietro. Cosa fare, dunque, alla vigilia di un anno nuovo e con la certezza che il 2014 è stato deludente, preoccupante, avvilente? Dobbiamo prendere una decisione. O smettiamo di spingere o spingiamo smettendo di pensare che non ce la faremo, lamentandoci che qualcuno o qualcosa ci impedirà di avere successo o, più semplicemente, di migliorare la nostra vita. Solo nel secondo caso le nostre imprese avranno successo, i nostri sogni si realizzeranno e la maledizione di Sisifo si spezzerà.

E se fossimo noi stessi le cause della nostra pena? Personalmente, sono fiducioso. Voglio pensare che il peggio sia passato. Voglio credere che le grandi trasformazioni in atto nel nostro pianeta – e non mi riferisco solo alle scosse di natura economica e sociale ma alla metamorfosi della coscienza umana – ci favoriranno. Nei prossimi tre anni cambieranno tante cose, in meglio. Il passaggio dal vecchio al nuovo mondo non sarà facile né indolore ma abbiamo l’opportunità di porre fine alla nostra atavica sfiga. Smetteremo di emulare Sisifo, di invidiare quelli che ce la fanno senza merito o in maniera scorretta, solo se cambieremo la nostra forma mentis, se ci caricheremo come dinamo di energia creativa, voglia di fare, fiducia. In una parola, se smetteremo di pensare che siamo dei perdenti in un mondo di falsi vincitori.

sabato 22 novembre 2014

Italiani, senz'arte né parte

Ho visto in TV, su Sky Cinema, il film Aspirante Vedovo, interpretato da Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto. È il remake della famosa pellicola Il Vedovo del 1959 diretta da Dino Risi, di cui furono splendidi protagonisti Alberto Sordi e Franca Valeri. La storia è simile. Per il resto, sul piano qualitativo e stilistico, la differenza è abissale. Il film in cui Sordi interpreta l’industriale romano Alberto Nardi, sposato con la spregiudicata milanese Elvira Almiraghi, è un capolavoro rispetto al modestissimo rifacimento del 2013. Ho buttato via una serata, ma ho avuto modo di riflettere su come è cambiata l’Italia, e di quanto siano diventati mediocri e incolori gli italiani negli ultimi trenta/quarant’anni. Non solo in ambito artistico, sia chiaro, ma nell’arco di 360°C. 
Cominciamo, tuttavia, a considerare proprio l’ambito artistico. Le muse sono emigrate altrove. Se pensiamo al cinema di ieri e a quello di oggi, non ci resta che piangere, come direbbe Troisi. Di grandi attori come Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi e Mastroianni non ne abbiamo più, da tempo. Né possiamo pensare che Cristiana Capotondi o Ambra Angiolini siano grandi attrici, come lo erano Anna Magnani, Monica Vitti e Sophia Loren. E che dire dei registi? Per quanto ci siano in Italia alcuni registi di valore indiscusso come Soldini, Amelio, Tornatore, Virzi e Bellocchio, non possiamo certo paragonarli ai mostri sacri De Sica, Visconti, Fellini, Rossellini, Monicelli e Antonioni.
Il cinema non è l’unico ambito in cui abbiamo perso qualità e valore. Consideriamo la letteratura. Qui il confronto è umiliante. Basta leggere l’elenco dei recenti vincitori del Premio Strega e del Campiello, o considerare i dati delle vendite in libreria, per farsi prendere dallo sconforto. L’ultimo grande libro di narrativa scritto in lingua italiana, l’ultima opera di livello letterario mondiale, è Il nome della rosa di Umberto Eco, pubblicato nel 1980. Se confronto i migliori narratori contemporanei (per lo meno quelli che vendono più copie, come Ammaniti, Veronesi, De Carlo, De Luca e i sopravvalutati Saviano e Volo) con i grandi scrittori italiani di un passato nemmeno troppo lontano (Calvino, Moravia, Sciascia, Berto, Morante, ecc), mi viene il latte alle ginocchia. Forse è vero che la letteratura è morta, ma solo in Italia. E scusate se rimpiango i grandi cantautori degli anni Settanta e Ottanta, alcuni dei quali, per nostra fortuna, tengono duro e calcano ancora le scene, magari con le stampelle. Il panorama odierno è avvilente. Se in una ipotetica sfida in stile fantacalcio schierassimo una Nazionale Cantanti composta da Vecchioni, Dalla, De Gregori, Morandi, Venditti, Renato Zero, Celentano, Branduardi, De André, Zucchero e Vasco Rossi, contro i fenomeni della discografia odierna (Fedez, Mengoni, Negramaro, Modà, Emma, Amoroso) non ci sarebbe partita. 
La decadenza dell’italico estro è visibile in ogni campo, non solo in quello artistico. Pensiamo allo sport. Consideriamo quanto valgono oggi in ambito internazionale le nostre squadre di club più titolate. O quanto valgano gli “Azzurri” che negli ultimi due mondiali di calcio hanno sfigurato. Basta mettere a confronto l’Italia che fu battuta in finale dal Brasile più forte di tuti i tempi nel 1970 o quella che trionfò in Spagna nel 1982 con l’Italietta di Prandelli per sentirci piccoli piccoli. In molti altre discipline sportive siamo letteralmente crollati o non siamo più vincenti. Basti pensare all’Atletica Leggera, che di tutti gli sport è quello paradigmatico perché indica l’attitudine atletica di un popolo e la vocazione formativa della scuola. Siamo insignificanti. Eppure, abbiamo avuto campioni come Mennea, Baldini, Bordin, Damilano e grandi atlete come la Simeoni, la Sidoti e la May. E che dire della Ferrari? Non ne azzecca più una da anni, come se i nostri ingegneri e meccanici fossero diventati imbelli e non ci capissero più nulla.
Sono tanti i settori in cui abbiamo alzato bandiera bianca per manifesta incapacità. La nostra resa è palese se analizziamo l’ambito politico ed economico. Non siamo più capaci di produrre uomini politici coraggiosi, amministratori pubblici onesti, statisti e governanti di un certo spessore, dirigenti autorevoli ed efficienti. Affidiamo le cariche istituzionali a gentucola sprovveduta, raccomandata, indegna di rappresentarci. Ricicliamo chi ha fallito nella gestione delle società statali o delle banche, li premiamo anziché prenderli a calci nel culo. Le aziende più floride le facciamo fallire e quelle rappresentative le vendiamo per quattro ghelli agli stranieri, che tanto a chi ci governa non gliene frega niente del futuro del Paese, dei nostri figli e nipoti. Una volta non era così. Avevamo più orgoglio, più dignità, più passione. I nostri errori erano compensati dalle nostre intuizioni, dai nostri successi. Adesso, sappiamo solo lamentarci e subire. A volte, ho come l’impressione che il declino dell’Italia sia inarrestabile, che presto diventeremo una nazione insignificante. Una semplice espressione geografica direbbe il Metternich. La colpa non è sempre e solo di chi sta nella stanza dei bottoni e gioca con le nostre vite, conoscendo, per altro, ununica strategia, quella di affamare il popolo per fiaccarlo, renderlo debole e pusillanime. 
La colpa, mi spiace dirlo, è nostra. Noi italiani siamo cambiati. Il cambiamento è sinonimo di peggioramento. Oggi, molti, troppi italiani sono senz’arte né parte. Non hanno idee, non hanno voglia, non hanno i coglioni. Ma hanno tante pretese, arroganza e invidia. Sono mediocri, meschini, irriconoscibili e si comportano come amebe. Lo so, le attenuanti e le giustificazioni si sprecano. Non è facile vivere e farsi strada in un contesto mortificante, in una realtà dove mancano le forze e la speranza. Ed è vergognoso riscontrare alcuni dati di fatto. La scuola ha fallito. La famiglia ha fallito. La politica ha fallito. Gli italiani che hanno talento scappano all’estero. Al depauperamento delle risorse umane fa da contraltare il fenomeno dell’immigrazione, la multietnicità che anziché rivelarsi una ricchezza si trasforma in un insopportabile gravame. Siamo in un mulinello che ci trascina verso il basso e agitarsi rende ancora più penoso ogni nostro tentativo di metterci in salvo.
Mi chiedo perché. Cosa è successo, di cui nessuno si è accorto, perché avvenisse una metamorfosi così drammatica? Chi o cosa ha tolto vigore, entusiasmo e capacità al popolo italiano, che ha sempre saputo reagire, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, ma che oggi sembra impotente, stremato, avviluppato in una ragnatela come l’ape che ha smesso di produrre miele e ha perso l’orientamento in volo. Non ho la risposta, è ovvio. Ho solo il cuore gonfio di amarezza. Soffro a vedere la mia patria che va alla deriva, e per quanto io confidi nell’infanzia, giacché penso che i bambini nati negli ultimi dieci anni siano speciali e cambieranno il mondo, non riesco a sopportare la decadenza che vedo intorno a me, ovunque, ogni giorno. Senza arte né parte, è impossibile cambiare lo status quo. 
Voglia Iddio che i nostri nipoti crescano forti e sani, ribelli e audaci per abbattere un sistema che è in metastasi e crearne uno nuovo, più giusto, fondato sull’amore, il talento e l’intraprendenza.