martedì 28 gennaio 2014

I treni a vapore e le fitte al cuore

Oggi, 28 gennaio, cade il bicentenario di un avvenimento storico rilevante: l’invenzione della locomotiva a vapore. Il 28 gennaio 1814, infatti, l’ingegnere George Stephenson (1781-1848), da tutti considerato il padre delle ferrovie, progettò la sua prima locomotiva, un motore semovente destinato al trasporto del carbone nella miniera di Killingworth. Questa macchina primitiva soprannominata Blucher, pesava 6 tonnellate ma poteva rimorchiare un carico di 30 tonnellate alla velocità di 4 miglia orarie. In realtà, la prima locomotiva a motore a correre su binari alla testa di un convoglio di merci e passeggeri era stata, nel 1804, la Penydarren di Richard Trevithinck. Il maggior merito di Stephenson e di suo figlio Robert, anch’egli ingegnere, fu di inventare la mitica locomotiva Rocket nel 1829. Quella locomotiva, con cui i Stephenson vinsero la gara d’appalto per la linea ferroviaria Liverpool-Manchester, divenne la macchina più famosa del mondo. La sua fama era tale che Wolfgang Goethe, di cui tutti riconosciamo i grandi meriti letterari, volle regalare ai suoi due nipotini un modello in scala ridotta, perfetta in ogni dettaglio, della Rocket. Fu l’inizio del fenomeno dei trenini, di cui sono stato un beneficiario. Da bambino, infatti, ebbi in regalo da mio padre un enorme plastico ferroviario e un buon numero di motrici e vagoni della Märklin, storica azienda tedesca produttrice di modellini ferroviari. 
La ragione per cui considero con rispetto la data odierna non è solo legata al valore che l’invenzione della locomotiva a vapore ebbe per lo sviluppo industriale e sociale in Europa e poi nel resto del mondo. C’è un’altra ragione, personale, e si rifà proprio alla mia infanzia, per la precisione all’età prescolare. Sulla fine degli anni Cinquanta del XX secolo, mio nonno materno mi portava spesso alla stazione ferroviaria San Giovanni di Como per ammirare l’arrivo e le partenze dei treni. I miei ricordi sono indelebili, all’insegna di un indimenticabile “Ciuff! Ciuff!” che dettava la scansione di quei mostri di ferro e acciaio che mi ammaliavano. Il mio ricordo non è solo visivo ma soprattutto sonoro. Quando i locomotori si mettevano in modo, le mie orecchie sapevano che avrebbero goduto di un potente concerto, una sinfonia fatta di sbuffi e clangori destinata ad aumentare come in un crescendo rossiniano. Il mio nonnino mi aveva insegnato ad accompagnare il movimento e i suoni dei mostri neri come la notte con una filastrocca che recitavo accelerando a ogni ripresa la sua velocità. Era una sorta di traduzione onomatopeica al contrario, un’operazione antropomorfica perché attribuiva al locomotore ansimante, impegnato in uno sforzo erculeo delle bielle, le parole “Spingi un po’ che fo’ fatica”. Era come se il Leviatano a vapore chiedesse aiuto ed io, benché fossi un soldo di cacio, facessi la mia parte, ripetendoo l’incoraggiamento a voce alta, finché il treno non acquistava velocità e usciva dalla stazione, fumante e frenetico, finché l’eco lontana, ma ormai altisonante, non svaniva in direzione di Milano o di Chiasso. Pensavo ingenuamente di avere contribuito a spingere la motrice indolente. Quei locomotori a vapore sbuffanti trine candide erano per me creature viventi, dal cuore incandescente. Erano draghi buoni, che non ti avrebbero fatto del male a condizione di osservarli e basta, senza avvicinarsi troppo. Ho amato quei momenti e li ricordo con tenerezza. Tenevo stretta la mano del mio nonno mentre il treno si metteva in moto e faceva vibrare le corde del mio animo. Provo un po’ di nostalgia per i vecchi treni a vapore e continuo ad avvertire una strana empatia nei loro confronti. A rinnovarla sono soprattutto le magie del Cinema. La settima arte ci ha consegnato ricordi indelebili legati alle locomotive a vapore. Uno dei primi cortometraggi dei fratelli Auguste e Louis Lumière, uno dei primi nella storia della cinematografia poiché risale al 1896, mostra l’arrivo di un treno alla stazione francese di Le Ciotat. Da allora, la locomotiva a vapore è stata spesso protagonista e icona del racconto filmico. Fu una presenza imprescindibile nei film di Buster Keaton, soprattutto The Goat  del 1921 e The General (Come vinsi la guerra) del 1926. Come dimenticare la scena del macchinista Johnnie Gray che rientra alla stazione di Marietta, in Georgia? Molti altri treni a vapore immortalati dal cinema sono codificati nell’immaginario collettivo. Basti pensare al treno di Strelnikov e a quello che conduce il Dottor Zivago verso i monti Urali, verso la sua Lara. Oppure alla “Lison”, la locomotiva a vapore del treno Parigi-Le Havre su cui lavora come macchinista Jean Gabin ne La bête humaine, un capolavoro del 1938 tratto dal romanzo di Emile Zola. Potrei continuare a lungo, citando molti treni a vapore famosi, dall’Orient Express ai treni del Far West presi d’assalto dagli indiani e dai banditi. Chi non possiede almeno un ricordo personale del treno che sbuffa e fa “Ciuff! Ciuff!”?
Il mio rimpianto per il tempo in cui i treni a vapore macinavano la strada ferrata come se nulla e nessuno avrebbe mai potuto arrestarne la corsa – ma osservarne il passaggio suscitava in taluni una fitta la cuore, giacché evocava le tradotte militari e i treni della morte che andavano in Germania – mi ha persino ispirato un romanzo. L’ho scritto alcuni anni fa, è ancora inedito e si intitola “L’ultimo treno”. È una storia surreale, un topos dove tutto può accadere, e mentre scrivevo era come se sentissi risuonare nelle mie stanze il remoto, lamentevole e patetico “Ciuff! Ciuff!” che mi ha ispirato e ricordato il ritornello di mio nonno. Non posso negarlo: la visione di un treno a vapore mi emoziona ancora e chissà che un giorno io non possa riassaporare benevoli fitte al cuore proprio grazie alla mia rivisitazione letteraria…
Paulo Coelho ha scritto che “la vita è il treno, non la stazione ferroviaria”. Che sia questo il vero motivo per cui amo le vecchie locomotive a vapore più che le stazioni, dove oggi dettano legge nuovi mostri iperveloci ma senz’anima?

venerdì 24 gennaio 2014

L'amico degli animali

Ho imparato ad amare gli animali da piccolo. Credo di dover riconoscere questo merito ad Angelo Lombardi, un uomo scomparso nel 1996. Di lui, non può essersi dimenticato chi era un bambino a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Lombardi, ex cacciatore di belve pentito, era uno studioso di zoologia che in quel periodo condusse un programma televisivo sulla Rai. Fu il padre della divulgazione scientifica attraverso il tubo catodico, un precursore di Piero Angela. La sua trasmissione, che andò in onda dal 1956 al 1964, per un totale di 78 puntate, si intitolava “L’amico degli animali” e svelava il mondo degli animali a un pubblico televisivo che non era composta solo da bambini e ragazzi. Mi appassionai agli animali grazie allaffabilità con cui Lombardi comunicava il suo amore per il regno animale. In seguito, dopo la lettura de L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, ho imparato a rispettare ogni animale, anche quello che credevo stupido o inutile. La mia scelta di diventare vegetariano è dipesa da come si è evoluta la mia coscienza, sì da indurmi a pensare che non abbiamo il diritto di togliere la vita a nessun essere vivente. Oggi che non sono più un giovincello, non mi limito a pensare che gli animali vanno rispettati e protetti perché sono i nostri fratelli minori, come ci ha insegnato San Francesco. Oggi ritengo che siano migliori di noi. C’è una famosa frase di Totò che condivido: “Più conosco gli uomini e più amo gli animali“. In realtà, Totò non fu il primo a pronunciare queste parole, attribuite  di volta in volta a Socrate, Platone, Oscar Wilde e Federico II di Prussia. Chiunque abbia osservato per primo che le vere bestie sono gli uomini, ha riconosciuto il vero. Solo gli esseri umani sono capaci di nefandezze non dettate da un bisogno reale. Gli animali uccidono e agiscono in base a istinti primordiali, non per il piacere di fare il male. 
Detto ciò, vengo al dunque. Ho avvertito il bisogno di aggiungere una nuova etichetta nel mio blog. Questo bisogno è figlio dell’amore che ho per gli animali ma anche della mia naturale curiosità. Voglio rendere omaggio ad Angelo Lombardi, che tra l’altro progettò e realizzò il Safari Park di Pombia, dando a questa etichetta il titolo “L’amico degli animali”.  È mia intenzione dedicare di tanto in tanto qualche pezzo agli animali, e lo farò con un taglio originale. Non sono un etologo né uno zoologo, non serve che io racconti gli animali come farebbe chi se ne occupa a livello professionale, con passione e competenza. Mi propongo di raccontare storie curiose, intriganti, attuali. Cercherò di farlo osservando il regno animale da una specola adeguata alle mie attitudini espressive. Per questa ragione, non potrò rinunciare a condire le mie pietanze con intingoli speziati e guarnirle di riferimenti culturali. Scusate ma sono fatto così. Per questa ragione, vi offro un viatico prima di cominciare. O meglio, a offrirvelo è lo scrittore e giornalista americano Walt Whitman, nella cui famosa raccolta di poesie Foglie d’erba, spicca una lirica dal titolo “Canto di me stesso”. In essa, il visionario cantore della libertà ha espresso magnificamente il sentimento che dovrebbe nutrire il nostro afflato verso le cosiddette bestie.

“Penso che potrei andare a vivere con gli animali, sono così placidi e dignitosi/sto a guardarli a lungo, a lungo/non sudano e non piagnucolano sulla loro condizione/non giacciono svegli nel buio e non piangono sui loro peccati/non mi danno la nausea discutendo dei loro doveri verso Dio/nessuno è scontento, nessuno è ridotto alla follia dalla mania di possedere cose/nessuno s’inchina a un altro né ai suoi simili vissuti migliaia d’anni fa/nessuno è rispettabile o infelice su tutta la terra.”

Pensate, queste parole furono scritte prima del 1855, quando uscì la prima edizione di Foglie d’erba. La loro modernità è impressionante.

giovedì 16 gennaio 2014

Non siamo in crisi, siamo in guerra contro il cuore di tenebra

Non siamo semplicemente in crisi. Sarebbe ingenuo pensare che i problemi dell’Italia, e di conseguenza i nostri guai, dipendano solo da una recessione economica senza precedenti, cui fa da contraltare la decadenza morale e del sistema socio-politico. La verità è più complessa. Siamo in guerra. Viviamo un tempo che non passerà alla storia come l’età dell’austerità ma come la prima fase della terza guerra mondiale. A differenza dei due precedenti conflitti, che ebbero un carattere prevalentemente militare, questo terzo conflitto non ricorre alle armi tradizionali ma è più radicale. Si avvale delle leve del potere geo-politico, economico e culturale, ed è una guerra così sottile da rendersi invisibile e così devastante da renderci impotenti.
Guerra? Fra chi e perché? In primis, questa guerra di cui siamo le vittime non è mai stata dichiarata. Non è facile dire quando abbia avuto inizio anche se i primordi coincidono con l’alba del nuovo secolo e se proprio vogliamo scegliere una data, come si usa fare per dividere le ere storiche, l’11 settembre 2001 può essere considerato l’incipit ideale. In realtà, la belligeranza è scoppiata già negli anni Novanta del XX secolo, dopo il crollo del muro di Berlino e l’inizio della globalizzazione, quando alcune persone ricchissime e potenti si sono riunite per disegnare gli scenari del futuro e con essi il triste destino del pianeta. Chi ha letto il mio post “Chi trama nel buio per renderci schiavi” (http://www.giuseppebresciani.com/2011/04/chi-trama-nel-buio-per-renderci-schiavi.html), forse ricorderà che ho già trattato il tema del Nuovo Ordine Mondiale, e quindi la teoria della cospirazione, della setta degli illuminati, del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale. Non voglio ripetermi e a poco serve aggiornare i nomi e le sigle delle potentissime lobbies che stanno manipolando la nostra vita. Se non fosse stato volgarizzato da una trasmissione televisiva, non guasterebbe il riferimento al Grande Fratello di Orwell. Il fatto è che non siamo più liberi da tempo perché il potere dei plutocrati internazionali è tale da avere asservito i governi di molte nazioni e l’Onu, i mass media e le istituzioni, le banche e l’industria. E naturalmente, gli esseri umani. Anche chi si illude di essere un uomo libero. In sostanza, esiste un gruppo di potere trasversale più forte degli stati e più micidiale degli eserciti che padroneggia sulla Terra. 
La profezia di Orwell si è dunque avverata, ma con una variante. Il mondo non è diviso in tre grandi unità territoriali: Oceania, Eurasia ed Estasia, cui va aggiunta la terra di nessuno. Oggi, il pianeta è apparentemente frazionato in una moltitudine di nazioni amiche e nemiche, soggetto a guerre di religione e per il controllo dei beni primari, come il petrolio, il gas e l’acqua, ma se vogliamo comprendere la situazione reale, dobbiamo sgombrare la mente dalle apparenze che ingannano. Siamo sotto il tallone di un piccolo numero di persone di diversa nazionalità che hanno interessi comuni e una comunione d’intenti precisa: il dominio. Queste persone sono rese cieche dal potere e dal denaro, con cui influenzano i governi e i mercati finanziari, determinano gli eventi e agiscono con un fine ignobile. Quale? Asservire il genere umano in nome del progresso, renderlo schiavo di un sistema sempre più aberrante, basato sulla tecnologia, sul controllo dei dati e delle persone, sullo sfruttamento e il degrado della Terra. 
La risposta alla domanda: guerra fra chi e perché, viene da sola. È in atto un conflitto unilaterale tra i fautori e i membri del Nuovo Ordine Mondiale e il consorzio umano, per lo più ignaro d’essere sotto attacco. Una guerra fra un pugno di individui opulenti e avidi e i loro mercenari da una parte e il resto del mondo dall’altra. Lo scopo di questa guerra è trasformare la popolazione in una massa inerme e obbediente, incapace di ribellarsi alle regole di quello che forse un giorno gli storici chiameranno “Impero del male”. La strada perché ciò avvenga è segnata: basta depauperizzare la comunità, radere al suolo le tradizioni millenarie e il patrimonio etico, creare forti dipendenze (la droga, la televisione, le attività ludiche meccaniche) perché un essere umano perda le proprie sicurezze, il discernimento, l’autonomia. Perché accetti, più o meno inconsciamente, il ruolo di servo del sistema, automa, carne da macello pur di sopravvivere. 
Fantascienza? Esagerazioni? Chiedetelo ai greci. Chiederlo ai disperati che fuggono dalle guerre in Africa o ai cinesi schiavizzati nelle fabbriche sommerse è fin troppo facile. E chiedetelo a molti nostri connazionali che si sono ritrovati poveri dall’oggi al domani, magari dopo una vita di fatica e rispetto delle leggi. Non avete anche voi la sensazione d’essere in guerra? Non avete sentore della minaccia costante? Io ce l’ho, questo timore. Non riconosco più la madre patria, che un incantesimo ha trasformato nella cattiva matrigna, e il cuore si accartoccia se penso a come siamo ridotti male. Abbiamo barattato la sovranità nazionale per un piatto di lenticchie, ci siamo fatti condurre al massacro da uomini che la storia bollerà come traditori, abbiamo avvallato con la nostra inedia la scarnificazione del tessuto socio-economico nazionale, non ci siamo accorti che il Nuovo Ordine Mondiale, con la complicità di una classe dirigente vile e collusa, stava mettendo in atto una terrificante strategia ai nostri danni. Quale? Indebolirci, renderci vulnerabili e miserabili, facilmente influenzabili e gestibili. Un uomo benestante e consapevole della sua forza non rinuncerà mai al proprio orgoglio, alla dignità, alla libertà. Ma togliete a un uomo il lavoro, la casa e persino la famiglia. Opprimetelo con tasse inique e con svariate forme di ingiustizia. Toglietegli la fiducia e la speranza nel futuro. Gli avrete rubato l’anima oltre che la capacità di lottare. È quello che sta accadendo in Italia, una nazione che il Grande Fratello ha deciso di declassare, e non solo sul piano finanziario. Siamo in guerra contro un nemico di cui non conosciamo il volto ma che conosce le nostre debolezze e intende stremarci, fare di noi tabula rasa. Siamo stati aggrediti di notte, sistematicamente, con una tattica intelligente e feroce che prevedeva il progressivo logoramento delle risorse pubbliche e dell’iniziativa privata. È una guerra omeopatica. Un po’ di veleno ogni giorno, così da non accorgerci dei suoi effetti, per assuefarci. Un esempio eclatante è offerto dalla pressione fiscale, la cui crescita è stata progressiva ma dosata, affinché non ci accorgessimo in tempo reale del processo di strangolamento attuato. 
La settimana scorsa, recandomi nel municipio della mia città per contestare una cartella esattoriale, ho posto una domanda al funzionario. “Perché vent’anni fa pagavamo molte meno tasse e il debito pubblico dello stato era minore, e i comuni erano ricchi?”. Dopo averci pensato un po’, mi ha risposto: “Lo spreco”. No, se siamo in croce non è solo a causa dello spreco, che certamente è uno dei maggiori fattori critici del nostro declino. Ci sono altre ragioni. Ci hanno costretto a chinare il capo ricorrendo a leggi e provvedimenti incostituzionali, decisioni politiche autolesionistiche, manovre atte a destabilizzare non solo il Paese ma ogni italiano di buona volontà. Degli stronzi collusi coi mandanti, dei responsabili del crollo dell’Italia, è superfluo che parli. La guerra cambia le fortune, c’è gente che ha cavalcato la Caporetto socio-economica per diventare più ricca e arrogante. Alla faccia della brava gente. Rendiamocene conto, dunque, non stiamo vivendo un periodo di crisi passeggera ma un’involuzione organica, inesorabile. Povertà e disoccupazione sono inarrestabili. I giovani agonizzano e il Paese è sempre più vecchio, decrepito. Siamo in guerra e nulla sarà più come prima. L’Italia è devastata sotto ogni punto di vista, incapace di reagire ai continui attacchi esterni e intestini. Ritornare alla normalità è quasi impossibile. Pur tuttavia, non dobbiamo smettere di combattere le nostre battaglie quotidiane, nella speranza che prima o poi possa sorgere un movimento organizzato di resistenza capace di puntare il dito sul mostro e sfidarlo apertamente. Dobbiamo confidare nella nostra creatività, nell’imprevedibilità del popolo italiano per non soccombere del tutto e diventare una semplice espressione geografica. Ma soprattutto… 
Mi viene in mente questa frase del Papa Giovanni Paolo II: “Come al tempo delle lance e delle spade, così anche oggi, nell’era dei missili, a uccidere, prima delle armi, è il cuore dell’uomo”. Dobbiamo trovare la forza di smascherare e trafiggere questo cuore di tenebra, anziché uniformarci al suo battito. Perché il nemico non è solo fuori, capita che si annidi dentro di noi.

domenica 12 gennaio 2014

Le donne tirano fuori le unghie, ma senza graffiare

Per una volta, voglio occuparmi di un argomento frivolo, in apparenza banale. Lo faccio con un secondo fine, stigmatizzare una moda femminile che si è trasformata in un sorprendente boom economico alla faccia della crisi perdurante. Parlo della ricostruzione e applicazione di unghie finte. Mi capita, infatti, di notare sempre più spesso donne molto giovani ma anche mature che sfoggiano unghie improbabili, parossistiche, grottesche. Le mettono in mostra come trofei e gongolano al pensiero di catalizzare sulle proprie mani (o piedi) lo sguardo di altre donne invidiose e degli uomini in generale. Sono fruitrici di una tecnica estetica mirata a ricostruire le unghie naturali rovinate o più facilmente abbellirle e ci mostrano uno spaccato dell’ultima versione della fiera delle vanità. 
Ci si è convinti che nulla sia più importante dell’apparenza e a tale proposito mi viene da riflettere su questo paradosso: cerchiamo di sedurre gli altri con la menzogna e poi pretendiamo chi ci amino per quello che siamo veramente. Così va il mondo! Ma torniamo a noi, cioè ai rostri femminili. Poiché oggi si tende a nobilitare ogni cosa, compresa la cacca che guai a chiamarla col suo vero nome, questa tecnica è spacciata per opera d’ingegno e la si definisce pomposamente “Nail Art”. Pare che il precursore della disciplina – pardon, dell’arte di sublimare le unghie – sia un dentista di Philadelphia, tale Fred Slack, e che le prime unghie tarocche risalgano al 1954. Da allora, la Nail Art ha avuto una crescita lenta ma costante. È solo negli ultimi tempi che il fenomeno è letteralmente esploso. Negli Stati Uniti d’America il 15% delle donne non può fare a meno delle unghie farlocche. In Europa, siamo al 3% e i margini di crescita sono notevoli. Gli ultimi dati relativi al nostro Paese parlano di almeno 1.100 centri specializzati nella cura delle unghie e oltre 10.000 centri estetici che offrono un servizio di manicure e pedicure. Questi numeri sono già stati superati perché il business è in crescita vertiginosa. La velocità con cui nascono ogni giorno nuovi centri di Nail Art più o meno professionali è tale da indurre a credere che le donne siano state colte da una febbre virale. Avere e ostentare unghie finte degne di un dipinto di Klimt o di un gioiello di Swarovski è diventato un must imprescindibile per fare bella figura in società, in discoteca, sul posto di lavoro e ovunque capiti, supermercato compreso. Non ci sarebbe nulla di male in ciò. Ognuno può fare quello che vuole finché non nuoce agli altri e nulla osta che una donna ricorra ai trucchi più appariscenti per sembrare una diva. Che poi lo sia realmente grazie a unghie degne di Mata Hari o artigli da fattucchiera, è un’altra faccenda. Come annotò il prode Casanova, che di donne se ne intendeva, è più facile disfarsi dei vizi che delle vanità. Non ci resta che prendere atto che tirare fuori le unghie è l’ultima espressione della vanità femminile e poco importa se le appendici acriliche possono impedire o comunque ostacolare molti semplici gesti quotidiani. Conosco una donna, una vera principessa del vacuo, che grazie alle sue unghie stratosferiche trova sempre la giustificazione inoppugnabile alla sua inedia cronica. Non muove un dito in casa, ci pensa il marito tuttofare a lavare, pulire, cucinare e via di seguito. Lei, la Narcisa, non può rischiare di rovinarsi le unghie finte. Come darle torto? E come biasimare chi rinuncia ad accarezzare i bambini e gli animali domestici, che sono notoriamente i pericoli pubblici numero uno per chi ha applicato ponteggi sofisticati alle proprie mani? 
Non ci resta che sorridere del sacro impegno con cui oggi molte donne spendono tempo e denaro per “tirare fuori le unghie”, appagando il proprio ego. O forse no, sorridere non basta. Ci si dovrebbe preoccupare, almeno un cicinin. E già, perché, a quanto pare, il fenomeno delle unghie finte non è privo di rischi per la salute. Gli studi scientifici hanno posto l’accento sull’esistenza di numerosi pericoli. Le unghie finte sono fatte in resina e altri materiali che possono provocare allergie da contatto, dermatiti, eczemi, infezioni, distrofia dell’unghia, onicolisi e parestesia. La moda del momento ricorre, infatti, a ingredienti nocivi per la salute umana. Quali? IL Di-Butil-Ftalato, ad esempio, una colla che agisce come distruttore endocrino. O il toluene, un solvente utilizzato negli smalti che può danneggiare i nervi, i reni e il fegato. Un altro ingrediente nocivo delle unghie finte è la terribile formaldeide, un conservante di cui è ampiamente nota la cancerogenicità. Per ultimi ma non ultimi, gli acrilati, che sono la base di colle e materiali usati per le unghie artificiali. Insomma, per quanto le unghie finte possano apparire seducenti e suscitare ammirazione e invidia, sarebbe opportuno domandarsi che prezzo abbia tale concessione alla vanità. È pur vero che molte donne sono cresciute nel falso mito che bisogna soffrire per apparire, ma ne vale la pena? Ci sta che in una società dove i valori sono stati rasi al suolo, sostituiti dall’effimero, dal relativismo e dall’imbecillità imperante, ci si affidi a sofisticati specchietti per le allodole pur di farsi notare, ma non guasterebbe maggiore attenzione. Per tacere del senso della misura, di cui l’edonista è privo. Una cosa è avere cura delle proprie unghie (più che giusto), un'altra è trasformarle in un carro del carnevale di Viareggio.
Personalmente, avendo insegnato alle mie tre figlie che ciò che conta nella vita non è apparire ma essere, non ho dubbi sul fatto che una donna possa tranquillamente fare a meno delle unghie artefatte. In realtà, mi piacciono le donne che tirano fuori le unghie e sanno graffiare, tant’è che ne ho sposata una. Ma questo tipo di donna non ha bisogno di sembrare ciò che non è, non le serve illudersi né illudere per essere apprezzata e amata. Le basta essere se stessa.