martedì 28 gennaio 2014

I treni a vapore e le fitte al cuore

Oggi, 28 gennaio, cade il bicentenario di un avvenimento storico rilevante: l’invenzione della locomotiva a vapore. Il 28 gennaio 1814, infatti, l’ingegnere George Stephenson (1781-1848), da tutti considerato il padre delle ferrovie, progettò la sua prima locomotiva, un motore semovente destinato al trasporto del carbone nella miniera di Killingworth. Questa macchina primitiva soprannominata Blucher, pesava 6 tonnellate ma poteva rimorchiare un carico di 30 tonnellate alla velocità di 4 miglia orarie. In realtà, la prima locomotiva a motore a correre su binari alla testa di un convoglio di merci e passeggeri era stata, nel 1804, la Penydarren di Richard Trevithinck. Il maggior merito di Stephenson e di suo figlio Robert, anch’egli ingegnere, fu di inventare la mitica locomotiva Rocket nel 1829. Quella locomotiva, con cui i Stephenson vinsero la gara d’appalto per la linea ferroviaria Liverpool-Manchester, divenne la macchina più famosa del mondo. La sua fama era tale che Wolfgang Goethe, di cui tutti riconosciamo i grandi meriti letterari, volle regalare ai suoi due nipotini un modello in scala ridotta, perfetta in ogni dettaglio, della Rocket. Fu l’inizio del fenomeno dei trenini, di cui sono stato un beneficiario. Da bambino, infatti, ebbi in regalo da mio padre un enorme plastico ferroviario e un buon numero di motrici e vagoni della Märklin, storica azienda tedesca produttrice di modellini ferroviari. 
La ragione per cui considero con rispetto la data odierna non è solo legata al valore che l’invenzione della locomotiva a vapore ebbe per lo sviluppo industriale e sociale in Europa e poi nel resto del mondo. C’è un’altra ragione, personale, e si rifà proprio alla mia infanzia, per la precisione all’età prescolare. Sulla fine degli anni Cinquanta del XX secolo, mio nonno materno mi portava spesso alla stazione ferroviaria San Giovanni di Como per ammirare l’arrivo e le partenze dei treni. I miei ricordi sono indelebili, all’insegna di un indimenticabile “Ciuff! Ciuff!” che dettava la scansione di quei mostri di ferro e acciaio che mi ammaliavano. Il mio ricordo non è solo visivo ma soprattutto sonoro. Quando i locomotori si mettevano in modo, le mie orecchie sapevano che avrebbero goduto di un potente concerto, una sinfonia fatta di sbuffi e clangori destinata ad aumentare come in un crescendo rossiniano. Il mio nonnino mi aveva insegnato ad accompagnare il movimento e i suoni dei mostri neri come la notte con una filastrocca che recitavo accelerando a ogni ripresa la sua velocità. Era una sorta di traduzione onomatopeica al contrario, un’operazione antropomorfica perché attribuiva al locomotore ansimante, impegnato in uno sforzo erculeo delle bielle, le parole “Spingi un po’ che fo’ fatica”. Era come se il Leviatano a vapore chiedesse aiuto ed io, benché fossi un soldo di cacio, facessi la mia parte, ripetendoo l’incoraggiamento a voce alta, finché il treno non acquistava velocità e usciva dalla stazione, fumante e frenetico, finché l’eco lontana, ma ormai altisonante, non svaniva in direzione di Milano o di Chiasso. Pensavo ingenuamente di avere contribuito a spingere la motrice indolente. Quei locomotori a vapore sbuffanti trine candide erano per me creature viventi, dal cuore incandescente. Erano draghi buoni, che non ti avrebbero fatto del male a condizione di osservarli e basta, senza avvicinarsi troppo. Ho amato quei momenti e li ricordo con tenerezza. Tenevo stretta la mano del mio nonno mentre il treno si metteva in moto e faceva vibrare le corde del mio animo. Provo un po’ di nostalgia per i vecchi treni a vapore e continuo ad avvertire una strana empatia nei loro confronti. A rinnovarla sono soprattutto le magie del Cinema. La settima arte ci ha consegnato ricordi indelebili legati alle locomotive a vapore. Uno dei primi cortometraggi dei fratelli Auguste e Louis Lumière, uno dei primi nella storia della cinematografia poiché risale al 1896, mostra l’arrivo di un treno alla stazione francese di Le Ciotat. Da allora, la locomotiva a vapore è stata spesso protagonista e icona del racconto filmico. Fu una presenza imprescindibile nei film di Buster Keaton, soprattutto The Goat  del 1921 e The General (Come vinsi la guerra) del 1926. Come dimenticare la scena del macchinista Johnnie Gray che rientra alla stazione di Marietta, in Georgia? Molti altri treni a vapore immortalati dal cinema sono codificati nell’immaginario collettivo. Basti pensare al treno di Strelnikov e a quello che conduce il Dottor Zivago verso i monti Urali, verso la sua Lara. Oppure alla “Lison”, la locomotiva a vapore del treno Parigi-Le Havre su cui lavora come macchinista Jean Gabin ne La bête humaine, un capolavoro del 1938 tratto dal romanzo di Emile Zola. Potrei continuare a lungo, citando molti treni a vapore famosi, dall’Orient Express ai treni del Far West presi d’assalto dagli indiani e dai banditi. Chi non possiede almeno un ricordo personale del treno che sbuffa e fa “Ciuff! Ciuff!”?
Il mio rimpianto per il tempo in cui i treni a vapore macinavano la strada ferrata come se nulla e nessuno avrebbe mai potuto arrestarne la corsa – ma osservarne il passaggio suscitava in taluni una fitta la cuore, giacché evocava le tradotte militari e i treni della morte che andavano in Germania – mi ha persino ispirato un romanzo. L’ho scritto alcuni anni fa, è ancora inedito e si intitola “L’ultimo treno”. È una storia surreale, un topos dove tutto può accadere, e mentre scrivevo era come se sentissi risuonare nelle mie stanze il remoto, lamentevole e patetico “Ciuff! Ciuff!” che mi ha ispirato e ricordato il ritornello di mio nonno. Non posso negarlo: la visione di un treno a vapore mi emoziona ancora e chissà che un giorno io non possa riassaporare benevoli fitte al cuore proprio grazie alla mia rivisitazione letteraria…
Paulo Coelho ha scritto che “la vita è il treno, non la stazione ferroviaria”. Che sia questo il vero motivo per cui amo le vecchie locomotive a vapore più che le stazioni, dove oggi dettano legge nuovi mostri iperveloci ma senz’anima?

Nessun commento:

Posta un commento