lunedì 24 febbraio 2014

Renzi e il piacere di chiamarsi Ernesto

Renzi, il nuovo Capo del Governo, non si chiama Ernesto, ovviamente, bensì Matteo. L’associazione di idee con la commedia teatrale di Oscar Wilde, The importance of being Earnest – il cui titolo gioca sull’ambiguità della parola “Earnest”, che in inglese indica il nome proprio Ernesto ma significa anche “serio, affidabile e onesto” – mi è suggerita dalla scoperta che la prima mossa politica del leader fiorentino, cioè la formazione della nuova squadra governativa, è viziata da un ancestrale difetto italico. Quale? Il nepotismo. È di questo che voglio scrivere oggi, di come sia odiosamente diffusa in Italia, da parte di chi detiene un’autorità qualsivoglia o esercita una forma di potere, la tendenza a favorire parenti e amici a prescindere dalla loro reale attitudine o capacità. 
È un vizio spudorato, una cancrena che non risparmia nessuno. Ed è, purtroppo, una regola non scritta ma dilagante in politica e in ambito accademico e sanitario (dove il nepotismo è detto baronismo), per quanto sia comune anche nel mondo del lavoro più in generale e nel tessuto socio-culturale. Il vecchio e odioso slogan “Lei non sa chi sono io!” attinge proprio all’importanza, e quindi alla necessità, di chiamarsi Ernesto (dove Ernesto sta per “il figlio di…”, “il nipote di…”, “la moglie o il marito di…” ecc). Guai a non chiamarsi Ernesto nel nostro Paese dove non contano i meriti, le credenziali e l’esperienza, ma vale solo l’appartenenza o vicinanza a un nucleo familiare, una lobby, un circolo vizioso. Intendiamoci, il nepotismo è una piaga che colpisce molte nazioni. La Cina, l'Indonesia, la Malaysia, il Sud-America e gli U.S.A. (basti pensare alla saga delle famiglia Kennedy e Bush) si distinguono. Non siamo dunque gli unici a privilegiare i parenti e gli amici, anche se possiamo forse vantare la paternità di questa premurosa abitudine. Ne abbiamo depositato il brevetto ai tempi dei Cesari. Già nell’antica Roma era facile che un perfetto imbecille, purché amico o amante di un imperatore, facesse una rapida carriera. È paradigmatico che Caligola arrivasse al punto di nominare senatore il suo cavallo. Ma è nel Medio Evo e nel Rinascimento che abbiamo affinato la tecnica nepotistica e il merito è attribuibile in gran parte alla Chiesa. Molti papi e vescovi cattolici si sono distinti in passato per avere messo al mondo e allevato come nipoti i figli illegittimi, cui concedevano privilegi e prebende. Il caso delle famiglia Borgia è il più eclatante, però Papa Alessandro VI non fu certo l’unico a premiare con la porpora cardinalizia la propria prole e con i titoli nobiliari le proprie amanti. Anche Paolo III, immortalato da Tiziano, mostrò un debole per i propri nipoti. La Storia ci insegna che l’odiosa pratica cessò solo nel 1692, quando Papa Innocenzo XII emise una bolla che proibiva la concessione di proprietà, vitalizi e incarichi ai “nipoti”. In realtà, sia il “piccolo nepotismo” (cariche ai propri familiari all’interno dello stato pontificio) che il “grande nepotismo” (dono di territori e infatuazione) continuarono a lungo. Siamo in qualche modo debitori della Chiesa se abbiamo istituzionalizzato il nepotismo e la corruzione in ambito politico e ovviamente non poteva essere diversamente; l’epicentro del fenomeno, poi allargatosi a macchia d’olio, è sempre stato Roma. 
Sta di fatto che l’aria che si respira laggiù, così dolce quando soffia il ponentino, deve contenere qualche strano virus, giacché anche i puri e duri ne restano contaminati. Non è forse vero che chiunque approdi allo scranno finisce per cedere alla tentazione di godere quei piccoli-grandi vantaggi che lo stesso assicura? La squallida storia della famiglia Bossi e della Lega che non perdona ma si adegua all’andazzo generale è un esempio di come sia più facile (e conveniente) arrendersi al nepotismo come sistema anziché sradicarlo. Nessuno, in Italia, può lanciare la prima pietra. A destra come a sinistra, passando per un centro divenuto invisibile, non c’è uomo politico o amministratore pubblico che non approfitti del suo potere per “dare una mano” a parenti e amici. Mi correggo, qualcuno c’è. Ma il suo DNA è alieno. Potrei citare diecimila casi all’insegna del nepotismo balzati all’onore della cronaca. A caso, mi vengono in mente gli scandali della Protezione Civile nell’era Bertolaso, il clientelismo-nepotismo della regione Sicilia, le infinite e sfacciate operazioni promozionali dei carneadi “figli e amici di” rese possibili dalle liste bloccate. Da quanto è diventata una prassi consolidata piazzare parenti e sodali nelle liste elettorali, il nepotismo ha avuto un nuovo boom. È un ritorno all’antico, un miserabile oltraggio all’intelligenza, alla valentia e alla pazienza degli italiani onesti e capaci, per i quali la vita è una corsa ad ostacoli, spesso insormontabili. Ci sarà sempre qualche cretino strafottente che ci soffierà il posto, qualche stronzo beato che ci supererà sulla corsia preferenziale. La nostra colpa è di non chiamarci Ernesto. 
Cosa c’entra Matteo Renzi con tutto ciò? Beh, c’entra eccome. Lui è il nuovo che avanza, l’uomo della Provvidenza che dovrebbe cambiare le cose. O no? Peccato che il suo primo passo sia claudicante. Nell’elenco dei ministri del suo governo, brillano nomi poco noti e qualcuno sconosciuto. Bene, era ora che avvenisse l’auspicato cambio generazionale. Largo ai giovani! In linea di principio sono d’accordo, purché i giovani siano veramente meritevoli e abbiano dei requisiti tali da farli preferire a persone più anziane ed esperte, oltre che irreprensibili. Ebbene, mi chiedo quali criteri abbiano portato ad alcune scelte che lasciano basiti. Ne citerò solo una, come esempio. Chi è Marianna Madia, nominata ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione? Dev’essere un genio o quanto meno un fenomeno per avere ricevuto in dono un dicastero a soli trentatre anni! Invece… Ieri, leggendo un articolo di Piergiorgio Odifreddi, che non ha peli sulla lingua, ho scoperto che la signorina Madia è una raccomandata di ferro. Odifreddi precisa che “è pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. È figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. È fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. È stagista al centro studi Ariel di Enrico Letta.” Di fronte a cotante credenziali strabilio e mi inchino. La Madia, eletta nel 2013 solo grazie al Porcellum e subito entrata nelle grazie di Renzi, sebbene si sia distinta unicamente per il suo assenteismo, dev’essere un’unta del Signore. Renzi l’ha inserita nella sua squadra dei miracoli annunciati con una disinvoltura che nemmeno Rodrigo Borgia possedeva. Come si spiega che l’uomo che dovrebbe rottamare la vecchia politica, bonificando le paludi romane e ponendo fini a certi vizi, commetta un peccato di nepotismo-clientelismo così grave da far sorgere il dubbio che non sia il nuovo Messia ma l’ennesimo falso profeta? Temo che la musica non cambierà mai, indipendentemente dai suonatori. E sospetto che Renzi sia un pifferaio magico. Comunque, il suo esordio è un passo falso, un autogol fatto al primo minuto di gioco. La nomina a ministro della Madia rende meno scandalosa quella della Kyenge da parte di Letta, il che è tutto dire. Non c’è dunque fine alla vergogna. Il nepotismo è invincibile.
Orbene, ai poveri italioti che non hanno la fortuna di avere un parente o un amico che siede nella stanza dei bottoni, suggerisco di recarsi all’ufficio anagrafe del proprio comune e cambiare il proprio nome. Sceglietene uno importante, però, che apra le porte. Chissà, le soddisfazioni che non avete ottenuto grazie ai vostri meriti potreste conquistarle grazie a un’assonanza, un’omonimia o una presunta parentela. In fondo, come diceva Totò, “chi non si arrangia è perduto”.

giovedì 20 febbraio 2014

L'Ucraina è come l'asino di Buridano

Per gli italiani più anziani, l’Ucraina, che un tempo era conosciuta come “il granaio d’Europa”, oggi è il “paese delle badanti”. In effetti, si calcola che non meno di 200.000 donne ucraine lavorino in Italia, con e senza permesso di soggiorno, come colf o badanti. Per gli italiani più giovani ed esuberanti, invece, l’Ucraina è una delle mete ambite del turismo sessuale. In entrambi i casi, le associazioni mentali con questa tribolata nazione sono tutte al femminile. Se ne parla superficialmente citando le Femen, il movimento femminista di protesta fondato a Kiev nel 2008, o Julia Tymošenko, la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro in Ucraina. In verità, l’Ucraina è un Paese virile e brutale, dove gli uomini amano la vodka più delle loro mogli e i diritti umani sono violati spudoratamente. Anche quelli degli animali; i cani sono massacrati e gli orsi torturati senza pietà. Ed è il Paese del disastro nucleare di Chernobyl. Per il resto, sappiamo ben poco di ciò che sta accadendo laggiù e, in fondo, non ce ne importa granché. 
La questione ucraina è antica quanto semplice da capire. In quella nazione lacerata da una grave crisi socio-economica e da una lotta intestina che rischia di trasformarsi in guerra civile, non va in scena solo l’antico dramma della libertà negata. Vi si recita, infatti, la tragedia più sottile della duplice anima. Ma facciamo ordine. La storia dell’Ucraina è indissolubilmente legata a quella della Russia, tant’è che i russi e molti ucraini delle regioni orientali e meridionali faticano a riconoscere all’Ucraina una vera identità nazionale. Come avviene da parte della Cina nei confronti del Tibet. E sebbene, dal 1991, con il crollo dell’ex URSS, l’Ucraina sia diventata una nazione indipendente, non ha smesso di essere un vassallo della Russia. Convivono, in Ucraina, due popoli e due lingue; l’ucraino e il russo. Sarebbe fin troppo facile dire che l’anima ucraina è quella originale mentre l’altra è spuria. I russi, infatti, considerano il territorio ucraino la culla della loro civiltà e indicano l’anno 530 come incipit della loro storia. In quella data, infatti, nasceva sulle sponde del Dnepr la città di Kiev (attuale capitale della Repubblica d’Ucraina), destinata a diventare quattro secoli dopo la capitale del Principato di Rus’ o Terra di Rus’, la primigenia monarchia slavo-orientale il cui nome identificherà la Santa Madre Russia. Sempre a Kiev, sorse nel 996 la prima cattedrale russa. L’Ucraina è sempre stata sotto il tallone degli zar di tutte le Russie e con la caduta dei Romanov e la vittoria dei bolscevichi, le cose non sono andate meglio. In Ucraina è ancora viva la memoria dell’Holodomor, la carestia del 1932-33 resa più funesta dal tentativo di Stalin di imporre la propria volontà al popolo ucraino, fra cui la nazionalizzazione dell’agricoltura, al fine di annientare l’afflato nazionale e affamare gli ucraini per sottometterli e decimarli. I russi confiscarono il grano ucraino, con cui nutrivano l’intera Unione Sovietica, mentre l’Ucraina era colonizzata allo scopo di indebolirne lo spirito e la cultura e gli ucraini morivano, decimati dalla fame e dalle deportazioni. Stalin cercò di deucranizzare il Paese ma ci riuscì solo in parte. Attualmente, il 17,2% della popolazione è di origini russe, mentre gli ucraini doc sono il 77,5%. Non c’è da meravigliarsi che durante la Seconda Guerra Mondiale, molti ucraini abitanti nelle province occidentali si schierarono con Hitler anziché con l’Armata Rossa.
Ma veniamo ai giorni nostri. A Kiev sta avvenendo un massacro e il Paese è aperto a qualunque soluzione, sicché il futuro della nazione che ha dato i natali a due grandi scrittori come Gogol e Bulgakov, è quanto mai incerto e con esso le ripercussioni che gli avvenimenti potranno avere sulla già fragile situazione economica e geopolitica. Cosa sta accadendo? Ve lo dico ricorrendo a un estremo esercizio di sintesi. Le due anime del Paese sono ai ferri corti. L’Ucraina degli ucraini, nazionalista e progressista, protesta e si appresta a lottare perché la nazione si affranchi una volta per tutte dall’influenza russa, spezzi la sudditanza ed entri nell’orbita europea. Non è solo la russofobia a motivarli, è il legittimo desiderio di progredire. Gli ucraini che guardano avanti chiedono che il loro Paese entri nella Comunità Europea. Il fatto che il Presidente Viktor Yanukovich (filorusso) abbia rinnegato gli accordi che prevedevano questo passo, rifiutandosi di firmare i patti con Bruxelles, e rilanciando invece le relazioni con Putin, ha scatenato le proteste sempre più vibrate e ormai sfociate in aperta ribellione delle forze antigovernative e antirusse. A contrastare i “ribelli” non è solo il governo ma l’Ucraina dei nativi filorussi o dei russi ivi stabilitisi che si fa sedurre da Mosca e sogna la Grande Russia. Ideologicamente e culturalmente, le due anime sono pressoché inconciliabili. Ed è chiaro che alle suddette ragioni si aggiungono quelle economiche, le più concrete. È in gioco il controllo di un vasto territorio che ha un’importanza strategica fondamentale sullo scacchiere mondiale. L’Unione Europea (e gli U.S.A) considera l’Ucraina uno dei suoi cuscinetti esterni, uno dei paesi che hanno il compito di filtrare e controllare i flussi migratori. L’UE sarebbe ben felice di accogliere nel suo seno una terra che fornisce energia. Vi passa, infatti, uno dei più grandi gasdotti del mondo, costruito dai russi, dove scorre il 40% del gas e il 25% del petrolio destinati all’Europa. Mosca, a sua volta, non intende perdere prestigio e influenza politica ed economica in un’area che considera vitale per le proprie ambizioni. Basti pensare che Sebastopoli, città ucraina famosa per la guerra di Crimea, è il porto militare da cui la Russia può inviare le sue navi nel Mediterraneo attraverso lo stretto dei Dardanelli. Per tacere delle numerose stazioni radar e installazioni militari. È dunque questione di sfere d’influenza e interferenze, ragioni ben più eloquenti di quelle etniche e ideologiche. 
Il risultato è che da circa tre mesi, l’Ucraina soffre le pene dell'inferno e come l’asino di Buridano rischia di lasciarsi morire nell’incertezza. Da una parte, ammira con l’acquolina in bocca la balla di fieno europeo, che promette maggiore libertà, progresso e crescita economica. Dall’altro, è costretta a fissare la balla di fieno russo. Come andrà a finire? Riuscirà l’asino ucraino a vincere lo stallo e sopravvivere? O finirà al macello? - giacché questa non è una prospettiva astratta. La balcanizzazione dell’Ucraina è un’ipotesi possibile. Il grido “Europa! Europa!” che si alza da piazza Maidan, a Kiev, ed esprime la voglia di gran parte del popolo ucraino di sfuggire in via definitiva alle grinfie dell’orso russo, porterà alla inneggiata Revoluzia oppure Putin mostrerà i muscoli? Se lo farà, come risponderanno l’UE e gli U.S.A.? Quel che appare certo è che il rischio della spaccatura del Paese e di un conflitto troppo vicino a noi per lasciarci indifferenti è sempre più concreto. 
Siamo minacciati e il doloroso raglio dell’asino la cui eco ci arriva attenuata dai mass-media, per i quali sono più importanti le meschine lotte di potere in Italia, ci deve preoccupare. Personalmente, mi fa uno strano effetto che in queste ore, mentre sul palco del teatro Ariston di San Remo si esibiscono i canzonettisti osannati dal pubblico nostrano, in piazza Maidan la folla canti “Bella ciao”.

giovedì 6 febbraio 2014

Ribelliamoci alla mistificazione della realtà

Sono ormai trascorsi settantatré anni da quando uscì nelle sale cinematografiche Quarto potere, lo splendido film diretto e interpretato dal grande Orson Welles, e l’attualità del suo messaggio socio-culturale è sorprendente. C’è una scena in cui il protagonista, il magnate dell’editoria Charles Foster Kane, afferma: “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali, per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco”. Quel lungometraggio denunciò per primo l’influenza che i mass-media esercitano sulle masse, non necessariamente incolte e acritiche. Tant’è che si usa definire “quarto potere” (i primi tre sono il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo dello Stato) la facoltà di suggestionare le menti, e quindi le opinioni, e persino di manipolare le coscienze attraverso i mass-media. Da allora, grazie allo sviluppo della televisione, e ultimamente della rete, i media hanno assunto un ruolo preponderante, facendo della strategia dell’inganno la loro cifra espressiva. In sostanza, giornali e televisioni deformano la realtà. Come? Utilizzando tecniche mistificatrici la cui efficacia è consolidata. Viviamo in un’epoca dove l’informazione è determinante e regna la rappresentazione iconica della notizia. Lo sa bene chi si occupa di comunicazione di massa: il sistema mediale orienta l’attenzione della gente e modella il sapere, detta le tendenze e riduce o amplifica la portata degli eventi. I media costruiscono un universo simbolico e virtuale che si sovrappone a quello reale e spesso lo sostituisce. 
“L’ho letto sul giornale”, “l’ho sentito in TV”. Tanto basta perché una notizia sia credibile, e quindi vera. Siamo vittime di un sistema capzioso asservito a logiche politiche, sociali ed economiche che non è al servizio della verità ma del potere. Meglio minimizzare, edulcorare o drammatizzare i fatti, meglio inventare una realtà adeguata ai fini che ci si propone. Tanto, il popolo è bue, non riconosce il vero. È una logica efficace, antica come il mondo. Chi era al potere la esercitò ben prima che esistessero i mezzi di comunicazione di massa. Un esempio clamoroso? La mistificazione religiosa mediante il confezionamento dei testi sacri, le false fonti storiche e i documenti contraffatti. Da sempre, chi vuole ingannare e influenzare il popolo fa uso di tecniche classiche come la mimetizzazione, il travestimento, la distrazione e l’imitazione. Oggi, le strategie dell’inganno usate per manipolare l’opinione pubblica di cui si avvalgono i media (ma anche gli uffici stampa pubblici e delle multinazionali) sono tante e tali che per l’uomo della strada è quasi impossibile riconoscere d’essere stato ingannato. Le più note sono il ribaltamento dell’onere della prova, la tecnica dell’omissis, il “fatto compiuto”, l’uso di due pesi e due misure, la propaganda falsa, il ricorso alla minimizzazione, il discredito, la creazione del senso di colpa o del complesso di inferiorità, il richiamo al progresso, la leva emozionale, ecc. I media sono inquinati dalle bugie ma a rendere insopportabile il loro modus operandi è la mistificazione sottile, il dosare le verità e le omissioni, presentando le opinioni come se fossero fatti, creando artatamente false convinzioni. Ci trattano come stupidi ed evidentemente lo siamo perché prendiamo per oro colato quello che leggiamo o sentiamo in televisione. A poco serve restare perplessi di fronte alle varianti di un fatto, non sapremo mai la verità. La verità, ahinoi, è che siamo in balia degli impostori, i quali agiscono su mandato. I giornalisti non mentono per il piacere di gabbarci, lo fanno perché sono al soldo di un padrone. Sono i potentati economico-finanziari e le lobbies politiche e culturali a imporre loro il briefing, a dettare i modi e i tempi dell’informazione. 
Recentemente, il grande linguista americano Noam Chomsky, che il New York Times ha definito “il più grande intellettuale vivente”, ha spiegato le dieci regole fondamentali attraverso le quali è facile mistificare la realtà. La sua lezione è illuminante e merita d’essere conosciuta. Secondo Chomsky, la prima strategia consiste nel distrarre il pubblico. Occorre deviare la concentrazione su argomenti minori e banali, per distrarla dalle cose importanti. Bombardarci di notizie futili su Balotelli e Belen Rodriguez ci distoglie dal problema delle guerre per l’acqua in Africa. In ciò, Vespa e la D’Urso sono maestri. La seconda strategia comporta l’invenzione di falsi problemi per fini utilitaristici. Un esempio? Si creano emergenze e allarmi sanitari nella popolazione per consentire alle industrie farmaceutiche di produrre nuovi o più farmaci. Terzo: la gradualità. Per fare accettare misure inique e quindi odiose, le si impone una goccia dopo l’altra, con continuità. I grandi cambiamenti socio-economici che l’Italia ha subito negli anni Ottanta e Novanta, furono il risultato di questa strategia invisibile messa in atto dai media. Di ciò, è in massima parte responsabile la televisione commerciale, che gradualmente, attraverso la pubblicità e i messaggi subliminali, ha modificato le abitudini degli italiani, rendendoli schiavi dei falsi bisogni. Quarto: il differimento. Consiste nel presentare una decisione indigesta come “dolorosa ma necessaria”. L’esempio eclatante è l’imposizione dell’oppressione fiscale e della conseguente austerità come se fosse l’unica medicina possibile per uscire dalla crisi. Si differisce il vero problema per nascondere le verità scomode. La quinta strategia è rivolgersi al pubblico come se si parlasse a un bambino. A che scopo? Suggestionarlo più facilmente, debellare del tutto la sua fragile capacità critica ricorrendo a toni infantili, fintoaffettivi, rassicuranti. La sesta strategia va al passo con la precedente: si punta sull’aspetto emotivo più che sulla riflessione. Settimo: è preferibile mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità invece di educarlo. La gente deve ignorare l’esistenza di ciò che avviene realmente nella stanza dei bottoni. Meglio inebetirla con programmi demenziali come Il Grande fratello anziché svilupparne il desiderio di conoscenza e la coscienza. L’ottava strategia è basilare: è più facile controllare una massa omologata piuttosto che i liberi pensatori. Ergo, bisogna imporre precisi modelli di comportamento. I media lo fanno non solo attraverso la pubblicità ma grazie a programmi di intrattenimento che suscitano impulsi di emulazione. Nono: si crea il sentore di essere degli sfigati in un mondo pieno di furbi, di essere gli unici responsabili dei propri mali. L’autocolpevolizzazione mina la fiducia nei propri mezzi e stempera il desiderio di ribellarsi. Perché negli anni Sessanta/Settanta i giovani avevano voglia di spaccare il mondo mentre oggi galleggiano nel vuoto esistenziale? La decima e ultima strategia è paradossale. In una società dove la legge sulla privacy ha cambiato le nostre abitudini, non abbiamo più segreti. Li abbiamo resi noti a tutti attraverso FB e Twitter, le chat, i sondaggi, le operazioni di feed back scientificamente strutturate affinché l’utente non ne sia a conoscenza. Coloro di cui i mass-media sono la longa manus, ci conoscono così bene da poterci manovrare come burattini. 
Sulla lezione di Chomsky occorrerebbe riflettere a lungo. Essere vittime della mistificazione ci può stare. Ma una volta compresi i meccanismi della manipolazione, la si deve sconfessare. Dobbiamo strappare la maschera ai bugiardi e riprenderci la libertà che ci hanno rubato con la malizia di un rapace. Come? Boicottando i giornali intossicati e scegliendo i programmi televisivi intelligenti. Non dimentichiamoci, come diceva Voltaire, che un uomo è libero nel momento in cui decide di esserlo.

sabato 1 febbraio 2014

Salvate la balena Ryan

Moby Dick è senza dubbio la balena più famosa. Anche il dàg dògol nel cui ventre finisce il profeta Giona e il ketos che inghiotte Luciano di Samosata e i suoi compagni godono di una fama universale. Del tutto sconosciuto, invece, è il cetaceo Ryan, il cui nome vuole essere un omaggio al soldato protagonista del film di Spielberg. In effetti, non esiste un cetaceo con questo nome. Eppure, Ryan sarebbe l’archetipo dei cetacei odierni, il loro virtuale rappresentante poiché essi rischiano seriamente la loro vita in una sporca guerra e occorre salvarli prima che sia troppo tardi. Parlo di cetacei, dunque, e voglio chiarire che di questi mammiferi adattatisi alla vita acquatica esistono 85 specie, suddivise in due sottordini: Misticeti e Odontoceti. Al primo sottordine appartengono le balene, le balenottere e la megattera. Del secondo fanno parte i delfini, le focene, il capodoglio e le orche. Per alcuni cetacei sono tempi duri. La caccia indiscriminata, il cambiamento climatico, magnetico e delle correnti marine, l’inquinamento chimico e acustico e l’aumento del traffico marittimo sono i fattori che mettono a repentaglio la loro sopravvivenza. Senza contare il problema della pesca (i delfini finiscono nelle reti) e della caccia alle balene, che pur essendo vietata nella maggior parte del mondo, continua a essere praticata dai giapponesi e non solo. Ma non è della caccia alle balene che voglio scrivere, bensì di un fenomeno crescente di cui si discutano le cause ma che non si riesce a evitare o contenere.
Mi riferisco allo spiaggiamento dei cetacei, uno dei maggiori rischi all’incolumità del nostro maestoso ma povero Ryan. In sostanza, singoli esemplari o gruppi di cetacei si smarriscono e si arenano sui litorali dove muoiono a causa della disidratazione o per soffocamento. Per correttezza, chiarisco che il fenomeno dello spiaggiamento di balene e delfini è sempre esistito e attribuito a cause naturali, cioè le condizioni climatiche avverse, l’anzianità e relativa debolezza o infezioni dell’animale, le difficoltà del parto, gli errori di navigazione, la crisi del sistema di ecolocalizzazione, le logiche comportamentali del branco (il “seguimi”) e la solidarietà della specie. Litografie, incisioni e dipinti, oltre ad alcuni testi religiosi, confermano che i cetacei si arenavano anche nel passato. Non è una novità, dunque. Pur tuttavia, stiamo assistendo a un crescendo considerevole e preoccupante del fenomeno e si sospettano nuove cause, di natura antropica. 
Purtroppo, in un anno non meno di 2.000 cetacei si arenano sulle spiagge. Con frequenza sempre maggiore leggiamo sui giornali o veniamo a sapere dalle televisioni di nuovi e commoventi spiaggiamenti. Vi ricordate lo spiaggiamento di massa degli zifidi sulle spiagge del Peloponneso nel 1996? Forse sono passati troppi anni, da allora. E la più recente mattanza dei capodogli nel Gargano del 2009 o le 55 balene spiaggiatesi e morte sulla costa di Kommetjie, in Sud Africa, nel 2010? Solo nella parte alta del Golfo del Messico, dal 2010 a oggi, si sono arenati 1.078 cetacei, come indicano i dati dell’agenzia federale statunitense NOAA (National Oceanic and Athmospheric  Administration). Negli ultimi mesi, il bollettino di guerra è da sbarco in Normandia. Nell’ottobre 2013, 22 globicefali si sono arenati sulle coste della Galizia del Nord. Nel dicembre 2013, 46 balene pilota si sono spiaggiate nel Parco Nazionale Everglades in Florida e pochi giorni fa, 70 balene si sono arenate a Puponga Beach, in Nuova Zelanda. Sempre in Nuova Zelanda, a Golden Bay, si sono arenate 39 balene. Esistono mari e nazioni dove il fenomeno è più sensibile. La Nuova Zelanda, l’Australia, le Filippine, le isole Canarie salgono spesso agli onori (o disonori?) della cronaca. Anche l’Italia assiste incredula a questa moria, soprattutto sulle coste tirreniche. Nel 2013, molti delfini hanno reso l’anima a Dio sui lidi del mar Tirreno. 
Perché Ryan è in difficoltà? Quali altri nuovi fattori innaturali spingono le balene e i delfini ad arenarsi sulle spiagge? Nel 2008, 100 peponocefali andarono a morire sulle coste del Madagascar e si scoprì che a determinare lo spiaggiamento di massa furono gli stimoli acustici, più precisamente il sistema di eco-scandaglio di una nave della ExxonMobil Exploration. Esistono le prove che i sonar delle navi provocano gli spiaggiamenti. La causa emergente sarebbe soprattutto l’attività delle navi militari, i cui sonar a bassa frequenza utilizzati per individuare i sottomarini producono suoni di forte intensità che provocano l’emorragia di balene e delfini o il loro spiaggiamento di massa nei tratti di mare in cui si effettuano le esercitazioni. Nel 2000, la Marina degli U.S.A. riconobbe che i sonar avevano causato lo spiaggiamento e la morte di 17 zifidi sulle coste della Bahamas. È ormai innegabile che i sonar delle navi danneggino i cetacei, colpiti da una sorta di malattia di decompressione. L’esame necrologico di 14 zifidi che nel 2002 si arenarono sulle coste delle Canarie dimostrò il nesso con una esercitazione militare avvenuta quattro ore prima nelle acque circostanti. Quei cetacei morirono perché i suoni causarono lesioni ai tessuti causate da bolle di gas. Per quanto i primi studi sugli effetti deleteri dei rumori sugli animali acquatici risalga agli anni Settanta, e oggi sia assodato che destabilizzano e uccidono, poco si fa per evitare che ciò accada. La salute di Moby Dick è meno importante della sicurezza militare e della ricerca industriale. Oggi abbiamo alcune, tristi certezze. La prima è che i sonar disturbano gravemente le balenottere azzurre, le balene dal becco d’oca e gli zifi. La seconda è che i forti e rapidi cambiamenti di pressione causati dagli impulsi del radar mandano in risonanza le sacche d’aria interne dei cetacei, lacerando i tessuti intorno alle orecchie e il cervello. Quando una balena o un delfino si arena, è facile un suono lacerante lo abbia ferito e fatto impazzire dal dolore. È così che muore il cetaceo Ryan, agonizzando. Recentemente, la Nato ha ammesso la responsabilità dei sonar militari. Un team di ricerca anglo-americano ha riconosciuto che le embolie e gli spiaggiamenti degli zini coincidono con le esercitazioni navali e sono causati dai sonar. Non meno interessanti sono gli studi effettuati nel mare della California, dove vive la balenottera azzurra e la U.S. Navy effettua manovre militari periodiche. 
Se è ormai evidente che i sonar provocano i suicidi individuali ma anche di massa dei cetacei, e che bisognerebbe prendere provvedimenti perché ciò non avvenga più (basterebbe fare le esercitazioni in tratti di mare non frequentati dai cetacei), non si devono sottovalutare altre cause acustiche provocate dall’uomo. Quali? I test dei nuovi esplosivi, ad esempio, o quelli sismici per rilevare i giacimenti di petrolio e di gas. Anche i dragaggi dei fondali marini e le perforazioni sottomarine provocavano il caos che induce i cetacei ad arenarsi e morire. Credo che il capitano Achab biasimerebbe un progresso che sta decimando i cetacei, la cui bellezza e armonia non smette di emozionare chiunque abbia un animo sensibile. Chi ha avuto la fortuna di vedere dal vivo una balena emergere dagli abissi marini o un delfino giocare fra le onde, non può che desiderare con tutto il cuore la salvezza di Ryan. 
E Dio creò grandi balene – ci ricorda il libro della Genesi. Immagino non l’abbia fatto per soddisfare l’avidità e l’egoismo del genere umano.