giovedì 20 febbraio 2014

L'Ucraina è come l'asino di Buridano

Per gli italiani più anziani, l’Ucraina, che un tempo era conosciuta come “il granaio d’Europa”, oggi è il “paese delle badanti”. In effetti, si calcola che non meno di 200.000 donne ucraine lavorino in Italia, con e senza permesso di soggiorno, come colf o badanti. Per gli italiani più giovani ed esuberanti, invece, l’Ucraina è una delle mete ambite del turismo sessuale. In entrambi i casi, le associazioni mentali con questa tribolata nazione sono tutte al femminile. Se ne parla superficialmente citando le Femen, il movimento femminista di protesta fondato a Kiev nel 2008, o Julia Tymošenko, la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro in Ucraina. In verità, l’Ucraina è un Paese virile e brutale, dove gli uomini amano la vodka più delle loro mogli e i diritti umani sono violati spudoratamente. Anche quelli degli animali; i cani sono massacrati e gli orsi torturati senza pietà. Ed è il Paese del disastro nucleare di Chernobyl. Per il resto, sappiamo ben poco di ciò che sta accadendo laggiù e, in fondo, non ce ne importa granché. 
La questione ucraina è antica quanto semplice da capire. In quella nazione lacerata da una grave crisi socio-economica e da una lotta intestina che rischia di trasformarsi in guerra civile, non va in scena solo l’antico dramma della libertà negata. Vi si recita, infatti, la tragedia più sottile della duplice anima. Ma facciamo ordine. La storia dell’Ucraina è indissolubilmente legata a quella della Russia, tant’è che i russi e molti ucraini delle regioni orientali e meridionali faticano a riconoscere all’Ucraina una vera identità nazionale. Come avviene da parte della Cina nei confronti del Tibet. E sebbene, dal 1991, con il crollo dell’ex URSS, l’Ucraina sia diventata una nazione indipendente, non ha smesso di essere un vassallo della Russia. Convivono, in Ucraina, due popoli e due lingue; l’ucraino e il russo. Sarebbe fin troppo facile dire che l’anima ucraina è quella originale mentre l’altra è spuria. I russi, infatti, considerano il territorio ucraino la culla della loro civiltà e indicano l’anno 530 come incipit della loro storia. In quella data, infatti, nasceva sulle sponde del Dnepr la città di Kiev (attuale capitale della Repubblica d’Ucraina), destinata a diventare quattro secoli dopo la capitale del Principato di Rus’ o Terra di Rus’, la primigenia monarchia slavo-orientale il cui nome identificherà la Santa Madre Russia. Sempre a Kiev, sorse nel 996 la prima cattedrale russa. L’Ucraina è sempre stata sotto il tallone degli zar di tutte le Russie e con la caduta dei Romanov e la vittoria dei bolscevichi, le cose non sono andate meglio. In Ucraina è ancora viva la memoria dell’Holodomor, la carestia del 1932-33 resa più funesta dal tentativo di Stalin di imporre la propria volontà al popolo ucraino, fra cui la nazionalizzazione dell’agricoltura, al fine di annientare l’afflato nazionale e affamare gli ucraini per sottometterli e decimarli. I russi confiscarono il grano ucraino, con cui nutrivano l’intera Unione Sovietica, mentre l’Ucraina era colonizzata allo scopo di indebolirne lo spirito e la cultura e gli ucraini morivano, decimati dalla fame e dalle deportazioni. Stalin cercò di deucranizzare il Paese ma ci riuscì solo in parte. Attualmente, il 17,2% della popolazione è di origini russe, mentre gli ucraini doc sono il 77,5%. Non c’è da meravigliarsi che durante la Seconda Guerra Mondiale, molti ucraini abitanti nelle province occidentali si schierarono con Hitler anziché con l’Armata Rossa.
Ma veniamo ai giorni nostri. A Kiev sta avvenendo un massacro e il Paese è aperto a qualunque soluzione, sicché il futuro della nazione che ha dato i natali a due grandi scrittori come Gogol e Bulgakov, è quanto mai incerto e con esso le ripercussioni che gli avvenimenti potranno avere sulla già fragile situazione economica e geopolitica. Cosa sta accadendo? Ve lo dico ricorrendo a un estremo esercizio di sintesi. Le due anime del Paese sono ai ferri corti. L’Ucraina degli ucraini, nazionalista e progressista, protesta e si appresta a lottare perché la nazione si affranchi una volta per tutte dall’influenza russa, spezzi la sudditanza ed entri nell’orbita europea. Non è solo la russofobia a motivarli, è il legittimo desiderio di progredire. Gli ucraini che guardano avanti chiedono che il loro Paese entri nella Comunità Europea. Il fatto che il Presidente Viktor Yanukovich (filorusso) abbia rinnegato gli accordi che prevedevano questo passo, rifiutandosi di firmare i patti con Bruxelles, e rilanciando invece le relazioni con Putin, ha scatenato le proteste sempre più vibrate e ormai sfociate in aperta ribellione delle forze antigovernative e antirusse. A contrastare i “ribelli” non è solo il governo ma l’Ucraina dei nativi filorussi o dei russi ivi stabilitisi che si fa sedurre da Mosca e sogna la Grande Russia. Ideologicamente e culturalmente, le due anime sono pressoché inconciliabili. Ed è chiaro che alle suddette ragioni si aggiungono quelle economiche, le più concrete. È in gioco il controllo di un vasto territorio che ha un’importanza strategica fondamentale sullo scacchiere mondiale. L’Unione Europea (e gli U.S.A) considera l’Ucraina uno dei suoi cuscinetti esterni, uno dei paesi che hanno il compito di filtrare e controllare i flussi migratori. L’UE sarebbe ben felice di accogliere nel suo seno una terra che fornisce energia. Vi passa, infatti, uno dei più grandi gasdotti del mondo, costruito dai russi, dove scorre il 40% del gas e il 25% del petrolio destinati all’Europa. Mosca, a sua volta, non intende perdere prestigio e influenza politica ed economica in un’area che considera vitale per le proprie ambizioni. Basti pensare che Sebastopoli, città ucraina famosa per la guerra di Crimea, è il porto militare da cui la Russia può inviare le sue navi nel Mediterraneo attraverso lo stretto dei Dardanelli. Per tacere delle numerose stazioni radar e installazioni militari. È dunque questione di sfere d’influenza e interferenze, ragioni ben più eloquenti di quelle etniche e ideologiche. 
Il risultato è che da circa tre mesi, l’Ucraina soffre le pene dell'inferno e come l’asino di Buridano rischia di lasciarsi morire nell’incertezza. Da una parte, ammira con l’acquolina in bocca la balla di fieno europeo, che promette maggiore libertà, progresso e crescita economica. Dall’altro, è costretta a fissare la balla di fieno russo. Come andrà a finire? Riuscirà l’asino ucraino a vincere lo stallo e sopravvivere? O finirà al macello? - giacché questa non è una prospettiva astratta. La balcanizzazione dell’Ucraina è un’ipotesi possibile. Il grido “Europa! Europa!” che si alza da piazza Maidan, a Kiev, ed esprime la voglia di gran parte del popolo ucraino di sfuggire in via definitiva alle grinfie dell’orso russo, porterà alla inneggiata Revoluzia oppure Putin mostrerà i muscoli? Se lo farà, come risponderanno l’UE e gli U.S.A.? Quel che appare certo è che il rischio della spaccatura del Paese e di un conflitto troppo vicino a noi per lasciarci indifferenti è sempre più concreto. 
Siamo minacciati e il doloroso raglio dell’asino la cui eco ci arriva attenuata dai mass-media, per i quali sono più importanti le meschine lotte di potere in Italia, ci deve preoccupare. Personalmente, mi fa uno strano effetto che in queste ore, mentre sul palco del teatro Ariston di San Remo si esibiscono i canzonettisti osannati dal pubblico nostrano, in piazza Maidan la folla canti “Bella ciao”.

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