sabato 1 febbraio 2014

Salvate la balena Ryan

Moby Dick è senza dubbio la balena più famosa. Anche il dàg dògol nel cui ventre finisce il profeta Giona e il ketos che inghiotte Luciano di Samosata e i suoi compagni godono di una fama universale. Del tutto sconosciuto, invece, è il cetaceo Ryan, il cui nome vuole essere un omaggio al soldato protagonista del film di Spielberg. In effetti, non esiste un cetaceo con questo nome. Eppure, Ryan sarebbe l’archetipo dei cetacei odierni, il loro virtuale rappresentante poiché essi rischiano seriamente la loro vita in una sporca guerra e occorre salvarli prima che sia troppo tardi. Parlo di cetacei, dunque, e voglio chiarire che di questi mammiferi adattatisi alla vita acquatica esistono 85 specie, suddivise in due sottordini: Misticeti e Odontoceti. Al primo sottordine appartengono le balene, le balenottere e la megattera. Del secondo fanno parte i delfini, le focene, il capodoglio e le orche. Per alcuni cetacei sono tempi duri. La caccia indiscriminata, il cambiamento climatico, magnetico e delle correnti marine, l’inquinamento chimico e acustico e l’aumento del traffico marittimo sono i fattori che mettono a repentaglio la loro sopravvivenza. Senza contare il problema della pesca (i delfini finiscono nelle reti) e della caccia alle balene, che pur essendo vietata nella maggior parte del mondo, continua a essere praticata dai giapponesi e non solo. Ma non è della caccia alle balene che voglio scrivere, bensì di un fenomeno crescente di cui si discutano le cause ma che non si riesce a evitare o contenere.
Mi riferisco allo spiaggiamento dei cetacei, uno dei maggiori rischi all’incolumità del nostro maestoso ma povero Ryan. In sostanza, singoli esemplari o gruppi di cetacei si smarriscono e si arenano sui litorali dove muoiono a causa della disidratazione o per soffocamento. Per correttezza, chiarisco che il fenomeno dello spiaggiamento di balene e delfini è sempre esistito e attribuito a cause naturali, cioè le condizioni climatiche avverse, l’anzianità e relativa debolezza o infezioni dell’animale, le difficoltà del parto, gli errori di navigazione, la crisi del sistema di ecolocalizzazione, le logiche comportamentali del branco (il “seguimi”) e la solidarietà della specie. Litografie, incisioni e dipinti, oltre ad alcuni testi religiosi, confermano che i cetacei si arenavano anche nel passato. Non è una novità, dunque. Pur tuttavia, stiamo assistendo a un crescendo considerevole e preoccupante del fenomeno e si sospettano nuove cause, di natura antropica. 
Purtroppo, in un anno non meno di 2.000 cetacei si arenano sulle spiagge. Con frequenza sempre maggiore leggiamo sui giornali o veniamo a sapere dalle televisioni di nuovi e commoventi spiaggiamenti. Vi ricordate lo spiaggiamento di massa degli zifidi sulle spiagge del Peloponneso nel 1996? Forse sono passati troppi anni, da allora. E la più recente mattanza dei capodogli nel Gargano del 2009 o le 55 balene spiaggiatesi e morte sulla costa di Kommetjie, in Sud Africa, nel 2010? Solo nella parte alta del Golfo del Messico, dal 2010 a oggi, si sono arenati 1.078 cetacei, come indicano i dati dell’agenzia federale statunitense NOAA (National Oceanic and Athmospheric  Administration). Negli ultimi mesi, il bollettino di guerra è da sbarco in Normandia. Nell’ottobre 2013, 22 globicefali si sono arenati sulle coste della Galizia del Nord. Nel dicembre 2013, 46 balene pilota si sono spiaggiate nel Parco Nazionale Everglades in Florida e pochi giorni fa, 70 balene si sono arenate a Puponga Beach, in Nuova Zelanda. Sempre in Nuova Zelanda, a Golden Bay, si sono arenate 39 balene. Esistono mari e nazioni dove il fenomeno è più sensibile. La Nuova Zelanda, l’Australia, le Filippine, le isole Canarie salgono spesso agli onori (o disonori?) della cronaca. Anche l’Italia assiste incredula a questa moria, soprattutto sulle coste tirreniche. Nel 2013, molti delfini hanno reso l’anima a Dio sui lidi del mar Tirreno. 
Perché Ryan è in difficoltà? Quali altri nuovi fattori innaturali spingono le balene e i delfini ad arenarsi sulle spiagge? Nel 2008, 100 peponocefali andarono a morire sulle coste del Madagascar e si scoprì che a determinare lo spiaggiamento di massa furono gli stimoli acustici, più precisamente il sistema di eco-scandaglio di una nave della ExxonMobil Exploration. Esistono le prove che i sonar delle navi provocano gli spiaggiamenti. La causa emergente sarebbe soprattutto l’attività delle navi militari, i cui sonar a bassa frequenza utilizzati per individuare i sottomarini producono suoni di forte intensità che provocano l’emorragia di balene e delfini o il loro spiaggiamento di massa nei tratti di mare in cui si effettuano le esercitazioni. Nel 2000, la Marina degli U.S.A. riconobbe che i sonar avevano causato lo spiaggiamento e la morte di 17 zifidi sulle coste della Bahamas. È ormai innegabile che i sonar delle navi danneggino i cetacei, colpiti da una sorta di malattia di decompressione. L’esame necrologico di 14 zifidi che nel 2002 si arenarono sulle coste delle Canarie dimostrò il nesso con una esercitazione militare avvenuta quattro ore prima nelle acque circostanti. Quei cetacei morirono perché i suoni causarono lesioni ai tessuti causate da bolle di gas. Per quanto i primi studi sugli effetti deleteri dei rumori sugli animali acquatici risalga agli anni Settanta, e oggi sia assodato che destabilizzano e uccidono, poco si fa per evitare che ciò accada. La salute di Moby Dick è meno importante della sicurezza militare e della ricerca industriale. Oggi abbiamo alcune, tristi certezze. La prima è che i sonar disturbano gravemente le balenottere azzurre, le balene dal becco d’oca e gli zifi. La seconda è che i forti e rapidi cambiamenti di pressione causati dagli impulsi del radar mandano in risonanza le sacche d’aria interne dei cetacei, lacerando i tessuti intorno alle orecchie e il cervello. Quando una balena o un delfino si arena, è facile un suono lacerante lo abbia ferito e fatto impazzire dal dolore. È così che muore il cetaceo Ryan, agonizzando. Recentemente, la Nato ha ammesso la responsabilità dei sonar militari. Un team di ricerca anglo-americano ha riconosciuto che le embolie e gli spiaggiamenti degli zini coincidono con le esercitazioni navali e sono causati dai sonar. Non meno interessanti sono gli studi effettuati nel mare della California, dove vive la balenottera azzurra e la U.S. Navy effettua manovre militari periodiche. 
Se è ormai evidente che i sonar provocano i suicidi individuali ma anche di massa dei cetacei, e che bisognerebbe prendere provvedimenti perché ciò non avvenga più (basterebbe fare le esercitazioni in tratti di mare non frequentati dai cetacei), non si devono sottovalutare altre cause acustiche provocate dall’uomo. Quali? I test dei nuovi esplosivi, ad esempio, o quelli sismici per rilevare i giacimenti di petrolio e di gas. Anche i dragaggi dei fondali marini e le perforazioni sottomarine provocavano il caos che induce i cetacei ad arenarsi e morire. Credo che il capitano Achab biasimerebbe un progresso che sta decimando i cetacei, la cui bellezza e armonia non smette di emozionare chiunque abbia un animo sensibile. Chi ha avuto la fortuna di vedere dal vivo una balena emergere dagli abissi marini o un delfino giocare fra le onde, non può che desiderare con tutto il cuore la salvezza di Ryan. 
E Dio creò grandi balene – ci ricorda il libro della Genesi. Immagino non l’abbia fatto per soddisfare l’avidità e l’egoismo del genere umano.

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