sabato 29 marzo 2014

La fedeltà, il filo d'oro che unisce gli animali all'uomo

Il primo fu Argo. Il cane che Ulisse aveva addestrato alla caccia prima di partire per l’assedio di Troia attese per vent’anni il ritorno del suo padrone. Come si legge nell’Odissea, viveva disteso “su cumuli di letame di muli e buoi addossato dinanzi all’ingresso” della casa, tormentato dalle zecche. Era vecchio e cieco quando Ulisse, travestito da mendicante, tornò a Itaca. Il cane lo riconobbe, agitò la coda per la felicità e abbassò le orecchie prima di morire felice per avere rivisto colui che amava e di cui serbava il ricordo indelebile. Si racconta che Ulisse versò di nascosto una lacrima. 
A chi non è capitato di commuoversi per esperienza diretta o al racconto di come un cane, e per estensione molti altri animali, possa essere fedele? Nei tempi moderni, grazie alla facilità con cui le notizie sono veicolate, abbiamo saputo di migliaia di episodi simili e ne basta citare pochi per capacitarsi che un animale, non necessariamente domestico, può provare per l’essere umano a cui il destino lo ha affidato sentimenti così forti e duraturi da lasciarci senza parole e insegnarci molto. Uno dei casi più noti è quello di Hachikō, un cane di razza Akita vissuto dal 1923 al 1934, divenuto famoso per la sua fedeltà nei confronti del suo padrone, il professor Hidesaburo Ueno. Hachikō non si rassegnò alla sua morte e ogni giorno, per quasi dieci anni, si recò ad attenderlo invano alla stazione ferroviaria dove l’uomo era solito prendere il treno. Hachikō è diventato un simbolo di fedeltà e lealtà prima in Giappone e poi, grazie all’omonimo film del 1987 interpretato da Richard Gere, in tutto il mondo. Ci sono stati altri cani come Hachikō, forse ancora più tenaci. Potrei citare Greyfie Bobby, il terrier inglese che visse sulla tomba del suo padrone per quattordici anni prima di morire, nel 1872. Oppure l’italianissimo Fido, un trovatello di Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, che attese alla fermata dell’autobus, anche lui per quattordici anni, il ritorno a casa del suo padrone, morto in un bombardamento aereo durante la Seconda Guerra Mondiale. 
I cani non sono gli unici animali capaci di creare un vincolo d’amore così struggente con l’uomo. Anche i gatti si affezionano tantissimo ai loro padroni, per quanto si creda che siano più legati alla casa e non a chi ci vive. Abbiamo esempi famosi di cavalli che si addolorarono alla morte del loro cavaliere. L’Iliade ci tramanda la storia di Balio e Xantho, i cavalli che Achille donò a Patroclo, del quale piansero la morte con il capo chino. La fedeltà fra l’uomo e la sua cavalcatura è spesso reciproca. Sovente, quando l’animale è vecchio, destinato a morire per primo, sono gli esseri umani a mostrare un amore e una gratitudine non comuni. Mi vengono in mente due episodi. Alessandro il Grande che tributa immensi onori al suo destriero Bucefalo e gli dedica una città. E Garibaldi, che premiò la sua leggendaria giumenta bianca con cui aveva combattuto in Sicilia e risalito l’Italia fino al Volturno. Ormai vecchia, Marsala fu, infatti, portata sull’isola di Caprera, dove visse libera e semiselvaggia fino alla fine dei suoi giorni. Anche i delfini sono capaci di amore e fedeltà verso gli umani. Oppiano ci ha tramandato la storia antica della tenera amicizia tra un fanciullo e un delfino che accorreva quando sentiva il suo richiamo. Il delfino prendeva il cibo dalle mani del ragazzo e per ringraziarlo lo portava sul dorso, in mare. Quando il fanciullo morì, anche il delfino morì a causa del dolore per la sua scomparsa. Potrei citare altri cento aneddoti, vecchi e moderni. Mi limito a considerare che succede spesso che animali feroci allevati in cattività da cuccioli e poi liberati, come i leoni, riconoscano molti anni dopo l’essere umano che li ha allevati e non lo aggrediscano, anzi si lascino andare e tenerezze commoventi. Nei giorni scorsi, ho letto la notizia di un impiegato dello zoo di Rotterdam, un uomo malato terminale di cancro che prima di morire ha voluto rivedere gli animali di cui si era preso cura. Arrivato allo zoo, una giraffa ha allungato il collo e lo ha baciato. 
Perché gli animali sono fedeli? Perché ci amano anche quando non lo meritiamo? Bisogna chiarire un punto: gli animali non sono guidati dal solo istinto. Non agiscono solo per assecondare i bisogni naturali. Gli animali hanno un’anima, lo dice il nome stesso. La loro anima è capace di emozioni, il loro cuore produce sentimenti. Chi pensa il contrario è una bestia. E come tale agisce, pensando che gli animali siano cose e non creature viventi, siano al nostro servizio e non abbiano diritti. C’è una sola espressione emotiva, a parte la facoltà di parola, preclusa agli animali ed è una prerogativa umana: Il riso. Non c’è da meravigliarsi, glielo abbiamo strappato molti millenni fa, quando abbiamo deciso di mangiarli, sfruttarli, maltrattarli e farli soffrire per il nostro divertimento. Nonostante ciò, gli animali riescono ad affezionarsi a noi e a mostrarsi migliori di noi. Gli animali non conoscono il tradimento, la calunnia, la cattiveria gratuita. Gli animali domestici in particolare ignorano il principio do ut des. Ci danno amore incondizionatamente. Purtroppo, capita spesso che in cambio ricevano ingratitudine e malvagità. Ma loro, imperterriti, ci sono fedeli. Perché? Perché sono uniti a noi da un filo sottile che ci ricorda la comune origine, l’unica matrice. Siamo tutti creature di Dio e tutti, uomini e animali, abbiamo diritto a essere liberi e felici. 
Dovremmo fare un esercizio, di tanto in tanto. Metterci di fronte a un animale e fissarne lo sguardo chiedendoci “chissà cosa pensa di noi?”. La risposta la suggerisce il filosofo Nietzsche. “Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perso in modo estremamente pericoloso il suo intelletto animale, vedano in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice”. Il paradosso è che se un’animale potesse parlare si rivolgerebbe a noi umani per dirci “Non fare la bestia”. Eh già, perché sorge il dubbio che gli animali siano meno bestiali dell’uomo. 
Un’ultima cosa. Leggete la favola dei fratelli Grimm intitolata “i fedeli animali”, se non l’avete mai fatto. Non vi dico altro.

giovedì 20 marzo 2014

La Coca Cola fa bene? Solo alla "The Coca Cola Company"

Bevi la Coca Cola che ti fa bene, cantava Vasco Rossi nel 1983. A parte il fatto che, probabilmente, è di ben altra natura la coca che Vasco esalta nella canzone Bollicine, ogni tanto sorge, lecita, la domanda: “La Coca Cola fa bene o fa male alla salute?”. Prima di tutto, chiariamo che la Coca Cola, soprattutto quando è bevuta ghiacciata, è buonissima. Per quanto io non sia cokedipendente, a volte non riesco a farne a meno. Soprattutto quando sono stanco e ho bisogno di ricaricare le molle. In fondo, è “la bevanda della felicità”. Mi dà piacere sorseggiarla a canna, dalla bottiglietta di vetro. Un po’ meno in lattina. Poco o niente nei bottiglioni di plastica. Ma questi sono dettagli da esteta del tracannamento. Detto questo, bisogna rendere atto che se una bevanda nata nel lontano 1886 come rimedio per il mal di testa e la stanchezza è ancora oggi il soft-drink più popolare del pianeta, deve avere una marcia in più. Già, quale? 
Il merito della sua invenzione spetta a John Stith Pemberton, un farmacista di Atlanta, ma pochi sanno che costui si ispirò al “vin di coca”, una bevanda allora in voga altrimenti nota come “Vin Mariani” dal suo ideatore, il farmacista corso Angelo Francesco Mariani. La Coca Cola fu conosciuta in Italia solo nel 1927 e da allora è diventata un cult, soprattutto grazie alla way of life americana diffusasi nel secondo dopoguerra e a una pubblicità impareggiabile. Oggi, però, la Coca Cola subisce critiche da cui è difficile difendersi. È opinione sempre più diffusa che bere Coca Cola non faccia bene alla salute, che è meglio rinunciare al veleno in essa contenuto. Perché? Quali sono i capi d’imputazione di una bevanda la cui formula, è il caso di ricordarlo, è segreta e quindi non trasparente? 
Consideriamo i dati oggettivi, limitandoci ai tre più eclatanti. Primo, la Coca Cola è un concentrato di zuccheri che il nostro corpo non è in grado di metabolizzare. Questi zuccheri, del tutto inutili ai fini energetici, finiscono per sedimentare nell’organismo umano sotto forma di grassi endogeni, che si formano per un aumento dell’insulina causato dalla strizzata al pancreas che accusiamo senza rendercene conto. Ogni lattina contiene dieci cucchiaini di zucchero ricavato dal fruttosio di mais transgenico. Una schifezza capace di provocare obesità, diabete e stress pancreatico. Secondo, la Coca Cola è una bevanda a ph acido e quindi è una falsa credenza che faccia digerire. Fa ruttare, ma questo è un altro paio di maniche. In realtà, interferisce con la funzione alcalina della bile e crea nell’organismo un ambiente acido in contrasto con la basicità di cui esso ha bisogno, in particolare il sangue. L’acidosi causata dalla Coca Cola può infiammare l’organismo stesso e favorire l’insorgere di molte patologie, dai problemi cardiovascolari fino ai tumori e le malattie degenerative. Ultimamente, l’Università di Harvard ha scoperto che chi abusa della Coca Cola mette a repentaglio l’integrità delle proprie ossa, denti compresi, per carenza di potassio nel sangue. Uno squilibrio causato dal tentativo del corpo di riequilibrare il ph. Ho letto che per contrastare l’acidosi provocata da un bicchiere di Coca Cola è necessario bere trentadue bicchieri d’acqua. Non male, vero? Terzo, la Coca Cola contiene alcuni ingredienti potenzialmente nocivi per la salute. Come l’acido ortofosforico, una sostanza corrosiva abitualmente usata per pulire i motori o allentare viti arrugginite. Ci ruba i minerali e li espelle, indebolendo le nostre ossa. In combutta con gli zuccheri, di cui ho già detto, limita l’assimilazione del ferro e indebolisce il nostro sistema immunitario. È la prima causa dell’osteoporosi. E che dire dell’aspartame contenuto nella Coca Cola Zero? Pare non sia un semplice dolcificate ma una sostanza tossica e cancerogena che può provocare danni cerebrali, confusione mentale e disturbi alla retina. E che pensare degli ingredienti che creano dipendenza? Oltre alle dosi massicce di caffeina e i gas di carbonio, si sospetta che sotto la voce “aromi naturali” (l’escamotage per proteggere il brevetto) si celino ingredienti segreti della cui natura e azione nulla si sa. Qualunque bevitore di Coca Cola ha sperimentato che questa bevanda provoca dipendenza, come la droga. Cosa contiene veramente? 
Veniamo ora alle curiosità su cui riflettere. Perché dopo avere bevuto una lattina di Coca Cola il nostro umore migliora e ci viene da ridere? Risposta: la glicemia schizza alle stelle causando un forte rilascio di insulina, la pressione del sangue aumenta, le pupille si dilatano, aumenta anche la produzione di dopamina che stimola il centro del piacere nel cervello (come quando si sniffa cocaina), cresce l’escrezione urinaria del calcio e l’azione diuretica elimina anche il sodio, il calcio, il magnesio, e lo zinco destinati alle ossa. L’effetto dura circa un’ora, dopodiché crolla la glicemia, l’eccitazione svanisce e si diventa irritabili o apatici. D’accordo – direte – ma cos’è che non fa male al giorno d’oggi? Mettiamola così, allora. La Coca Cola a cui non sappiamo rinunciare perché ha un sapore unico e ci disseta e insieme ci tonifica, vanta alcuni vissuti sbalorditivi, grazie ai quali dovremmo giocoforza domandarci: “ma cosa c’è dentro, nitroglicerina?”. In molti stati degli U.S.A. le pattuglie ferroviarie caricano due galloni di Coca Cola nel portabagagli e la usano per rimuovere il sangue dalle strade dopo un incidente. Se mettiamo un osso animale in una caraffa piena di Coca Cola, dopo due giorni esso sarà dissolto. Con la Coca Cola si può pulire il water e i sanitari, ma anche l’argenteria, oppure togliere le incrostazioni dalle stoviglie, rimuovere le macchie di grasso dai tessuti e dai vestiti, le macchie di benzina e di ruggine dalle auto, i depositi di calcare. Possiamo pulire gli oggetti di rame e alluminio e ripulire quelli corrosi. È un potente additivo per eliminare i cattivi odori quando si fa il bucato. Per ultimo, un consiglio, non lavatevi i denti dopo avere bevuto Coca Cola. Toglie lo smalto, per sempre. 
Caspita, la stessa, dissetante Coca Cola che ingolliamo con voluttà è un’iradiddio, una forza distruttrice che se la mischi con l’aspirina forma un cocktail letale. Eppure, sembra proprio che non sappiamo rinunciare al suo irresistibile gusto. Come resistere a quella bottiglietta o lattina ghiacciata che ci strizza locchio quando apriamo il frigorifero? Se le accuse rivolte alla Coca Cola fossero fondate, bisognerebbe valutare alternative più sane. Nel dubbio, inventiamoci qualcosa e la prossima volta che ci viene voglia di scolarci la lattina rossa, proviamo a pensare a cosa può accadere dentro di noi quando il suo contenuto entra in azione. Ma soprattutto, rendiamoci conto che la Coca Cola fa bene solo alla The Coca Cola Company, che nel 2012 ha avuto profitti per nove miliardi di dollari. Altro che bollicine…

mercoledì 5 marzo 2014

L'agonia di Pompei è il simbolo della nostra accidia

Il 13 marzo 1787, durante il suo viaggio in Italia, Goethe visitò gli scavi di Pompei e annotò nei suoi taccuini: “Molte sventure sono accadute a questo mondo, ma nessuna che abbia procurato ai posteri tanta gioia”. La sua emozione, carica di stupore e ammirazione, è la stessa che nei secoli ha colto milioni di visitatori di quella che lo scrittore tedesco definì “città mummificata”, una città morta le cui rovine fanno parte della lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Altri grandi scrittori oltre che viaggiatori del passato, visitando Pompei, ne rimasero affascinati. Stendhal, nel 1817, provò “un piacere vivissimo” a passeggiare fra gli scavi facendosi “trasportare nell’antichità”, e Chateaubriand, nel 1826, non poté fare a meno di definire il sito “il più meraviglioso museo della terra”. Chiunque abbia trascorso qualche ora nel parco archeologico di Pompei, immaginando la vita che si svolgeva nelle sue vie e dimore e maggiormente l’eruzione del Vesuvio che la distrusse nell’anno 79, non può che serbare un ricordo sensazionale di quell’esperienza unica e indimenticabile. 
È dunque difficile, per non dire impossibile, farsi una ragione della sua agonia. Già, perché Pompei sta morendo nell’indifferenza di molti, principalmente a causa del dissesto idrogeologico del suolo, come se la cosa fosse normale. Ma possiamo considerare normali il degrado, l’incuria, e l’ignoranza? In queste ultime ore, nella regione V, è caduto a causa del maltempo il costone di un’antica bottega. Si tratta dell’ennesimo crollo annunciato. Pompei sta franando, si sta sgretolando inesorabilmente. Negli ultimi cinque anni, di campanelli d’allarme ne sono suonati tanti. Il 6 novembre 2010 si sbriciolò la Schola armatorum, dove si allenavano i gladiatori. Un mese dopo, crollarono due muri della casa del Moralista, fortunatamente priva di affreschi. Nel 2011 sono crollati altri muri. Molti edifici hanno subito danni, fra cui la domus di Loreio Tiburtino, la bottega del vasaio, la casa del Lupanare piccolo, il Tempio di Venere e la Necropoli della Porta di Nocera. Se ci scappassero i morti, sarebbe un bollettino di guerra. Poco ci manca, in realtà, e come sempre, tardivamente, si invocano misure straordinarie e investimenti per salvare Pompei, che rischia d’essere distrutta per la seconda volta. 
Ma com’è possibile ritrovarci a dover praticare una cura laddove bastava prevenire? È molto semplice; Pompei ha la sfortuna di trovarsi in Italia. Se gli scavi fossero altrove, in qualunque nazione civile e orgogliosa dei propri beni, non solo non subirebbero questo affronto, ma sarebbero stati valorizzati diversamente e oggi vanterebbero il titolo di prima attrazione turistica mondiale. Si sa che Pompei è la patata bollente dei ministri dei Beni Culturali del nostro Paese. Non sapendo né riuscendo a risolvere i problemi, i nostri politici la farebbero sparire con piacere. A proposito, quali sono i problemi? Cominciamo col dire che non sono le risorse. I soldi ci sono, sono i fondi europei. Il fatto è che vengono gestiti male. Beh, Pompei è in Campania, una regione dove non serve essere il mago Sylvan per far sparire i soldi. Allora il vero problema è l’incapacità amministrativa dei sovrintendenti o forse la corruzione? Macché, i primi si discolpano, la causa dei malanni sono i tagli e le mani legate. Per quanto concerne la corruzione, stiamo forse scherzando? La camorra non esiste, è un’invenzione mediatica. Perché parlare di infiltrazione mafiosa quando il vero problema è geologico e geo-idrico, la vera causa è l’infiltrazione dell’acqua visto che i terreni hanno un drenaggio insufficiente. Servirebbe attuare un piano di manutenzione straordinaria ben congegnato per venirne a capo. Serve tanto denaro e un po’ di onestà. Ma l’Unesco ha fiutato il vento, ha capito che facciamo un pessimo uso dei doni che riceviamo, e sta pensando di non buttare più i soldi nel cesso, anche se di altissimo valore culturale. Si parla del “Grande Progetto Pompei” ma non si fanno i conti con chi dovrebbe finanziarlo. 
È chiaro che lo scandalo Pompei è un problema meno grave della disoccupazione giovanile e della sicurezza dei cittadini, tanto per citare due emergenze nazionali che il Governo deve affrontare, ma ciò non toglie che costituisca una vera ignominia. Miserabile è quel popolo che non conserva né rispetta la memoria del suo glorioso passato. Purtroppo, è esattamente quello che noi italiani stiamo facendo con il nostro patrimonio culturale, storico e architettonico. Lo calpestiamo, deturpiamo, distruggiamo. Sono solo sassi! – si giustificano i cretini. La loro accidia mi disgusta. Sapete cos’è l’accidia? È l’avversione a operare, una sorta di inerzia mista a noia e indifferenza. È uno dei mali nostrani. Un male antico, visto che Dante riserva agli accidiosi un posto speciale nella palude Stige. Rileggetevi il VII canto della Divina Commedia e capirete perché assistiamo all’agonia di Pompei come se la cosa non ci riguardasse. D’altra parte, non siamo solo accidiosi, siamo incapaci di dare il giusto valore alle cose. Il biglietto per visitare gli scavi di Pompei costa 11 euro. È un’inezia, soprattutto se confrontato con i prezzi delle maggiori attrazioni turistiche nel mondo. Visitare la Torre di Londra costa 22 euro (il doppio) e per salire al 102° piano dell’Empire State Building per ammirare New York servono 33 USD. Ma forse, noi italiani pratichiamo volutamente una politica dei prezzi competitiva. Pur tuttavia, per entrare a Gardaland occorre scucire 37,50 euro. Vi pare logico che Pompei costi un terzo di un Parco Divertimenti? Forse ne intuisco la ragione. Vuoi paragonare l’adrenalina che scorre grazie a Raptor e Blue Tornado con la noia che ti assale ammirando gli affreschi della Villa dei Misteri? Sta di fatto che per provare il “piacere vivissimo” di cui parlava Stendhal bisogna amare il bello e la civiltà più che il divertimento fugace. Ne siamo ancora capaci, in Italia? 
La soluzione ci sarebbe. Regaliamo Pompei a chi può prendersene cura meglio di noi. Nominiamola enclave svizzera, che almeno ci sarà ordine e pulizia. Regaliamola agli americani, che ci costruiscano intorno dei grandi alberghi, che è sempre meglio di un centro commerciale. Oppure facciamo uno scambio con gli emiri di Dubai e Abu Dhabi. Petrolio a vita in cambio di un’area dove l’impegno di conservare le antiche rovine sia reso più lieve dalla possibilità di costruire una moschea. Potrebbe sorgere dove c’è l’anfiteatro, uno dei più antichi e conservati al mondo. In ogni caso, poiché difficilmente rinunceremo all’accidia, sgraviamoci del “più meraviglioso museo della terra” prima che il Vesuvio dia in escandescenza a causa del suo pessimo carattere.  
Carpe diem, direbbero gli antichi abitanti di Pompei.

sabato 1 marzo 2014

Gli animali parlanti sono la voce della coscienza

Gli manca solo la parola. Quante volte ci è capitato di proferire o sentire questa frase, riferita a un animale domestico o più in generale a una bestia il cui comportamento ci ricorda un essere umano? Tante. In realtà, anche gli animali hanno un linguaggio e comunicano, solo che hanno un modo tutto loro di farlo, in sostanza non parlano. Facciamo fatica ad accettare questo limite e fin dall’antichità ci siamo sforzati di dare voce agli animali, consci che, in fondo, non sono così diversi da noi. 
La letteratura è il campo in cui la finzione si è maggiormente sbizzarrita. Esopo non fu il primo ma è forse l’archetipo dei creatori di favole che hanno come protagonisti gli animali parlanti. Altrettanto noto, però, è Fedro, che visse a Roma come schiavo e poi liberto al tempo di Augusto. Ma è soprattutto nel Medio Evo, l’epoca in nascono i bestiari e il fabliaux, che gli animali diventano loquaci e colpiscono l’immaginario collettivo. In tal senso, fa scuola il ciclo narrativo del Roman de Renart, in cui si distinguono la volpe Renart, il leone Noble, l’orso Brun, il gallo Chantecler, il gatto Tibert e il lupo Ysengrin. L’antica favola esopica rifiorì nell’età moderna. Verso la fine del Seicento, vennero alla luce le celebri favole di La Fontaine, inventore di un mondo saggio in cui il corvo, la volpe, il lupo, l’agnello, la rana, il bove, il topo di città e quello di campagna compongono scene della commedia umana dominate dalla prepotenza, dall’ingenuità e dalla furbizia. Contemporaneamente, nasce un genere nuovo. Alla favola si affianca la fiaba, una inedita, ghiotta occasione per dare voce agli animali. Il precursore è Giovambattista Basile col suo Lo cunto de li cunti, una raccolta di cinquanta fiabe cui attingeranno in molti, fra cui Charles Perrault, coevo di La Fontaine e autore del famoso Il gatto con gli stivali e de I racconti di mamma oca. Da quel momento in poi, sarà tutto un fiorire di animali ciarlieri, riproposti o inventati per la gioia di grandi e bambini. L’elenco degli autori e delle opere è sterminato. Nel Settecento e nell’Ottocento, gli animali parlanti hanno dapprima ispirato l’abate Giambattista Casti e poi grandi autori, fra cui Jonathan Swift (I viaggi di Gulliver), Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie), Rudyard Kipling (Il libro della giungla), Carlo Collodi (Le avventure di Pinocchio) e Hans Christian Andersen (Fiabe), per citare i più noti. Infine, i fuochi d’artificio del Novecento, un secolo in cui gli animali diventano persino prolissi. Chi non ha letto La fattoria degli animali di George Orwell, Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov? In tempi più recenti, bambini e ragazzi sono rimasti ammaliati dagli animali parlanti di Philip Pullman, l’autore de La bussola d’oro, e da quelli di Clive Staples Lewis, geniale creatore de Le cronache di Narnia. Il XX secolo ha visto nascere nuovi animali parlanti e alla loro proliferazione ha contribuito il cinema, che ha spesso attinto alla letteratura e a nuove forme di espressione artistica, i fumetti e i cartoni animati. E qui, apriti cielo! Da Walt Disney in poi, passando per i cartoons di Hanna & Barbera e senza dimenticare la saga di Francis il mulo parlante (sette divertenti commedie degli anni Cinquanta), è un florilegio di personaggi animali che incarnano le qualità (rare) e i difetti (troppi) del genere umano. 
A questo punto, mi viene da chiedermi cosa abbiano in comune il leone Aslan e il grillo parlante di Pinocchio, Gatto Silvestro e il maialino Babe, Paperino e la tigre Shere Khan, Scooby Doo e la volpe de Il piccolo principe. E mi domando perché gli esseri umani abbiano sentito il bisogno di umanizzare gli animali, concedendo loro, se pure grazie alla finzione, il dono della parola. Non c’è una sola risposta, ce ne sono diverse. Va da sé che fin dai tempi più remoti, il velo dell’allegoria è stato lo strumento attraverso il quale esprimere le verità scomode e pericolose. Ci si salvava la pelle facendo dire a una bestia parlante ciò che detto da un uomo avrebbe avuto un peso diverso e terribili ripercussioni. L’animale parlante poteva opporsi al potere dispotico godendo di una certa immunità, sicché le parabole, gli apologhi, le metafore e la satira diventavano le armi con cui ribellarsi o più semplicemente schernire e dileggiare i potenti, combattere i soprusi, fustigare i vizi. Per secoli, abbiamo usato gli animali per parlare a noi stessi, convinti, così facendo, di essere più incisivi. L’epopea degli animali parlanti, un fenomeno che resiste alle mode e al tempo, è la soluzione divertente alla nostra atavica incapacità di guardarci allo specchio e riconoscere i fantasmi che popolano il fondale. Non sappiamo ammettere le nostre paure, le nostre colpe, il mistero delle nostre pulsioni e soprattutto, la nostra origine animale. A volte, siamo più bestie delle bestie e affidare al regno animale i nostri pensieri e i bisogni primordiali significa alleggerirci, creare una sorta di diaframma che ci distacchi dalla verità, esorcizzare i timori ancestrali. La comicità, l’effetto caricaturale e i paradossi di cui l’animale parlante è latore, ci aiutano ad accettare e insieme respingere le presenze che si agitano nella nostra zona d’ombra. In definitiva, gli animali parlanti sono la proiezione della nostra psiche e ad essa si rivolgono per ammonirci, consolarci, istruirci e mostrarci la vera natura umana. La loro voce è la voce della coscienza. Perciò non possiamo farne a meno. 
Negli ultimi tempi, in virtù del fatto che ho tre nipotine molto piccole, seguo in televisione le avventure minimaliste di Peppa Pig e della sua famiglia. È un cartoon inglese che sta spopolando e del cui successo non riesco a comprendere la ragione. Peppa, la maialina protagonista, è capricciosa eppure i piccolini l’adorano. Che sia un segno dei tempi? Può darsi. Ogni generazione sceglie i suoi modelli e gli animali moraleggianti sono obsoleti, come i vecchi maestri di scuola e i nonni che insegnano le buone maniere. Sono altre le cose che contano e agli animali parlanti chiediamo più facilmente di divertirci anziché educarci, di essere come noi invece che migliori di noi, di rendere plausibile la mediocrità, la furbizia e la prevaricazione. Con buona pace di Esopo e dei suoi epigoni. 
Dal momento che oggi cade il sabato grasso, giusto per restare in tema, non mi resta che ascoltare il Carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns. Se non avete mai apprezzato questa musica così famosa e bella, dagli effetti comici e canzonatori, non perdete l’occasione per conoscerla. In essa, gli animali parlano, ci parlano. Nei quattordici brani che compongono l’opera, si colgono pensieri, emozioni e buffi comportamenti animali che ci inducono al sorriso, il che non guasta in tempi di magra. Come diceva il goffo coniglio animato Roger Rabbit,  “se non si ha un po’ di senso dell’umorismo è meglio essere morti”. 
E questo è tutto, amici - parola di Porky Pig, alias Pallino.