lunedì 14 aprile 2014

Elogio del numero sette (Parte Terza)

L’ambiente mi piacque subito. Mi ero travestito da Humphrey Bogart per dare nell’occhio e ordinai una Seven-up. Come previsto, feci colpo sugli avventori, sette dei quali, intenti a provare un mottetto a sette voci in onore di Maria Vergine, stramazzarono a terra esanimi. L’oste della malora, un setter inglese che da quando aveva perso la coda in una battuta di caccia si faceva chiamare Sette, mi servì con prontezza sciogliendomi in faccia un verso settenario che da giovane era stato baciato in fronte da un endecasillabo di Luigi Settembrini. Lo gustai con avidità e mi guardai attorno. Notai che il sette della Pro Recco si allenava nella vasca da bagno della taverna sollevando un mare di spruzzi. Alla pallanuoto preferivo di gran lunga il gioco delle carte e allora mi catapultai a un tavolo frequentato da settentrionali. Giocai con loro a sette e mezzo e a tressette. Poi sfidai a scopone l’idra e il drago a sette teste e alla settima partita li mortificai entrambi con una scopa di sette di denari, il famigerato settebello. Sentendosi chiamata in causa, la Pro Recco esultò. Ero galvanizzato e sentendo che la fortuna volgeva dalla mia parte affrontai al gioco dei dadi i sette guardiani di Enoch, i sette rishi vedici, i sette arconti, i sette aditya e i sette figli di Niobe. Per sette volte uscirono combinazioni vincenti. Era un momento magico e in segno di ringraziamento pronunciai le sette parole che costituiscono la professione di fede musulmana. Non l’avessi mai fatto! I settentrionali mi scambiarono per un settario e cercarono di lapidarmi. Ma io ci misi una pietra sopra perché non sono vendicativo. In compenso mi coricai con le sette principesse di Nizami, a cui avevo vinto al gioco i sette palazzi. Mi stavo trastullando beatamente quando fui distratto dal suono melodioso della lira a sette corde di Orfeo che annunciava l’inizio dello spettacolo in programma. Erano le sette del pomeriggio quando entrarono nel locale gli orchestrali. “Sono i Beatles?” domandò un settuagenario. Niente affatto. Si trattava del famoso complesso rock “Oi eptà sofoi”, in tournée. Li riconobbi. Erano Biante, Chilone, Pittaco, Talete. Cleobulo, Periandro e Solone, altrimenti noti come i sette savi dell’antichità. Prima di esibirsi, vollero vedere il mio passaporto e dopo averlo vidimato col settimo sigillo di Bergman lo richiusero con sette suggelli e me lo riconsegnarono. Gentilmente mi spiegarono che da quanto la prova del nove era caduta in disuso, come le tabelline d’altra parte, si ricorreva alla prova del sette. Mentre prendevo posto nel palco d’onore, accanto a Enrico VII d’Inghilterra e a Carlo VII di Francia, mi feci un sette nei pantaloni di gabardine. La musica coprì il rumore dello strappo. Fortunatamente, le sette chiavi musicali non si accorsero di nulla e la performance ebbe inizio. Dapprima ascoltai commosso le ultime sette parole di Cristo sulla croce, celebre quartetto di Haydn. Poi furono eseguite la sinfonia numero sette di Mahler, la settima di Schubert detta “La Grande”, la settima di Beethoven e il concerto grosso numero sette di Haendel. L’esecuzione della serenata numero sette di Mozart, nota come “Haffner”, fu talmente perfetta che risvegliò i sette dormienti della leggenda e mi consentì di sfiorare i sette gradi di perfezione. O fu il gracchiare dei sette corvi? Boh! Dopo una sarabanda durata sette ore andò finalmente in onda la settima sinfonia di Shostakovic e per incanto mi ritrovai a San Pietroburgo. C’erano sette gradi sotto zero per gamba, anche se mancavano sette giorni a maggio. Rimpiansi il calduccio della locanda e mi trascinai faticosamente fino alla stazione fluviale, molo numero sette naturalmente. La Neva era ghiacciata e la gente si divertiva a pattinare. Riconobbi lo zar. Indossava un sette-ottavi molto elegante. Invidiai il suo charme e per resistere alle tentazioni della carne acquistai del pesce, ispirato dai sette versetti della sura che apre il Corano. Notai presso la banchina l’Olandese Volante, che attraccava ogni sette anni. Il capitano del vascello fantasma mi raccontò che attendeva con ansia suo cugino, l’Otto volante, perché voleva proporgli di aprire un Luna Park a Giava. Intanto, si dava arie da intellettuale, alternando la lettura delle “Sette storie gotiche” di Karen Blixen con le “Sette lamiade dell’architettura” di John Ruskin. Ammirando la sua cultura gli feci dono di un libro raro che non possedeva: “De septem septenis” di Giovanni di Salisbury.  Grato di ciò confessò di chiamarsi Sinbad e di essere reduce da sette avventure pazzesche. Poi mi offrì un imbarco sul suo veliero. «Gratis?» – chiesi. Figuriamoci. In cambio pretese sette milioni di settime d’argento del Papa Clemente Settimo, più il segreto per trasformare in oro i sette metalli della scala dei misteri mitriaci e i sette emblemi del Buddha incastonati di pietre preziose. Una bazzecola per me! Pagai il dovuto e salii a bordo. Mai decisione si rivelò più infelice! Improvvisamente mi accorsi che erano passate le sette età dell’uomo di cui parla Shakespeare e quindi mi sentii sfinito come l’eroe persiano Rustam dopo le sette gesta eroiche. Entrai in una crisi esistenziale e vomitai sul ponte. I giochi erano fatti, come i marinai. Pochi istanti dopo, mentre l’Olandese Volante salpava per i sette mari, ebbi come la sensazione che il mio viaggio stava per concludersi. 
Durante la navigazione, al largo di Budelli, una delle sette isole dell’arcipelago della Maddalena, il nostromo di bordo mi si avvicinò con fare furtivo e mi fissò in tralice. Era un arzillo vecchietto nativo di Settignano, ridente sobborgo fiorentino, già imbarcato sulle galere pisane al tempo delle Repubbliche marinare. «Chi sei, grullo?» mi chiese. Rimasi di stucco. «Chi sei?» ripeté. Sbiancai. «Suvvia, sei o non sei?» continuò. Cominciai a barcollare. «Insomma, ci sei o ci fai?» insistette impietoso. A quel punto, mi sentii mancare il respiro e portai le mani al collo nel disperato tentativo di evitare il soffocamento numerico. Purtroppo ero allergico ad ogni altro numero che non fosse il sette e la mia idiosincrasia mi rendeva vulnerabile. L’overdose repentina di sei fu fatale. Crollai a terra, ignorato dai sette occhi del Signore, ed esalai l’ultimo respiro giacché non avevo sette vite come i gatti ma una sola. «Avanti un altro!» ordinò il nostromo scuotendo la testa. «A codesto bischero mancavano i numeri per avere successo nella vita!». «Cucusettete!» replicò disperatamente un cuculo accorso in mio aiuto. Ma ormai era troppo tardi.

sabato 12 aprile 2014

Elogio del numero sette (Parte Seconda)

Considerato l’andazzo, ritenni prudente cambiare aria e dopo una breve sosta nella casa dei sette timpani, i cui occupanti alzarono i sette toni in segno di protesta, attraversai i sette deserti e mi ritrovai davanti alle sette porte di Gerico. Bussai e mi aprì il portinaio, un certo Eschilo. «Benvenuto a Tebe!» esclamò confondendomi le idee. In effetti, notai che c’era un po’ di trambusto. Seppi che era in corso un dibattito fra le sette città che si contendevano i natali di Omero. Oltre a ciò, presi atto che sul binario numero sette della locale stazione ferroviaria era appena arrivato un treno carico di soldati blu. Una volta a terra, il Settimo cavalleggeri aveva fatto quadrato intorno al generale Custer che prese ad avanzare tra due ali di folla acclamante. Cadeva la settimana santa ed egli aveva ordinato ai suoi uomini che prima di menar le mani visitassero le sette chiese canoniche. Quelle di Efeso le avevano già profanate. I sette fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria si offrirono come guide turistiche ma Custer preferì fare da solo, sobbarcandosi il lavoro di sette mullah. Assediati e assedianti combattevano la guerra dei sette anni e non si ricordavano più perché. I sette eroi giuravano che tutto avesse avuto inizio con la rottura di uno specchio. Ma forse, i conseguenti sette anni di disgrazia stavano finendo. Fra l’altro, erano annunciati alle porte i sette samurai in gita di piacere. Correva voce che avessero decapitato con le loro katane la bestia a sette teste dell’Apocalisse e che ora volessero aprire un ristorante giapponese specializzato in sushi. C’era fermento nell’aria. Le vie di Tebe erano tappezzate di manifesti che annunciavano l’imminente conferenza di pace fra le sette sataniche della Beozia e quelle segrete di Yokohama, gemellatesi su pressione delle sette arti liberali. Quelle marziali erano in palestra a fare il sermone a diverse sette eretiche cristiane. Avrei potuto fermarmi in città e assistere a un torneo di braccio di ferro al quale avrebbero partecipato i sette bracci della campana rossa delle sette segrete cinesi, ma preferii allontanarmene su consiglio della volpe a sette code, che la sapeva lunga. Malauguratamente, sette miglia più avanti fui aggredito dai sette taglialegna che dopo avere sedotto le sette spose per sette fratelli si erano dati al brigantaggio. Mi difesi randellandoli col bastone a sette nodi che Krishna aveva avuto in dono dagli anacoreti. Quei ribaldi reagirono spruzzandomi negli occhi un potente insetticida a base di liquami dei sette orifizi del corpo. Inorridii. Le cose volgevano al peggio ma fortunatamente dal fitto della boscaglia balzarono fuori i sette saggi della foresta di bambù che masticando strane formule nel dialetto xiang materializzarono i fantasmi dei sette fratelli Cervi, che subito s’accapigliarono coi boscaioli del Wisconsin. Ne sortì una baruffa indecente. Mi allontanai alla chetichella e poiché ero annoiato dagli eventi presi a sfogliare la rosa dei sette petali, offertami gentilmente da una dalle sette principesse di Nizami. All’improvviso e inaspettatamente, mi ritrovai alle sette porte degli inferi e scivolai all’inferno, settimo cerchio, quello dei violenti. Faceva un caldo boia, manco il dio Agni avesse scagliato i suoi sette raggi fiammanti, e i sette colori dello spettro solare erano così paonazzi che cominciarono a friggere come patatine. «Corpo di sette!» esclamai per la meraviglia vedendo Sansone che passava di lì per caso. Mi aggrappai alle sette trecce della sua chioma e fui trascinato in superficie dove mi aspettava Seth, figlio di Ra e fratello di Horus l’Antico, disteso ai piedi dell’albero cosmico dei sette rami. Egli mi offrì di montare sul carro, arcano dei tarocchi contrassegnato dal numero sette, trainato per l’occasione dalle sette vacche magre di Giuseppe (parenti povere di quelle che avevo incontrato ad Asiago), le quali, poverine, furono colpite da un attacco di dissenteria. Il viaggio si fece maleodorante. Sulla Statale numero settantasette incontrai le sette Esperidi, cui puzzava l’alito, le sette figlie di Jetro, che puzzavano di pesce, e le sette fate travestite da viados brasiliani, che puzzavano di losco. La più intraprendente di loro, una tedesca soprannominata “Böse Sieben” (“cattivo sette”), cercò di circuirmi senza fortuna. In quel momento passava di lì il Barone di Münchhausen e gli chiesi un passaggio. Acconsentì e mi fece posto sulla sua palla di cannone, più comoda di una palla al piede e più sana di una palla tumefatta a causa della sifilide. Improvvisamente entrai in un altro scenario e visitai, in rapida successione, le sette meraviglie del mondo. Giunto a La Mecca feci i tradizionali sette giri intorno alla Kaaba alla media record di sette minuti e sette secondi. In Arabia saudita schivai per un pelo i sette pilastri della saggezza, pericolanti a causa del terremoto, ma purtroppo mi beccai le sette piaghe d’Egitto in missione speciale nel deserto di Rub al Khali. Avevo dimenticato di vaccinarmi, come prevedeva la legge delle sette parti, il codice giuridico di Alfonso X di Castiglia, e sebbene avessi con me lo scudo di Aiace fatto di sette cuoi, fui colpito a un tempo dalla setticemia, dal prurito del settimo anno e dalla febbre dei sette anni. Una vera disdetta! I medici dell’ambulatorio locale, diretto da un pronipote del famoso luminare Ludovico Settala, mi prescrissero riposo e relax. Per non deluderli commisi i sette peccati capitali. Abbruttito da cotanto svago scivolai in punto di morte e ricevetti per email i sette sacramenti. In die septima fui salvato dalle sette virtù, che credevo di avere smarrito in un bazar su uno dei sette colli di Costantinopoli. O era un bar-pizzeria di Settimo Milanese? Può anche darsi che fosse la tabaccheria-ricevitoria di Domenghini, il mitico numero sette della grande Inter. In effetti, la cassiera mi fece l’occhiolino e sussurro: “Il giusto cade sette volte e si rialza perdonato” (Proverbi 24,16). Riacquistata la fiducia in me stesso ripresi il cammino con la convinzione d’essere un Pasqualino Settebellezze e giunsi nei pressi della taverna dei Sette peccati. La locanda esponeva l’insegna di Salomé e aveva in cartellone la danza dei sette veli. Un certo languorino mi spinse a entrare, non prima però di avere fatto ordine in testa col magico pettine a sette denti appartenuto a un parrucchiere di Susa. Fu allora che mi accorsi che mi erano spuntati i sette corni dell’agnello della vittoria. Buon segno! – pensai. (continua)

giovedì 10 aprile 2014

Elogio del numero sette (Parte Prima)

Pochi minuti fa ho letto su Il corriere della Sera una notizia alla quale non avrei mai fatto caso se non fosse che riguarda il numero 7. Pare, infatti, che un recente sondaggio realizzato su 44.000 internauti abbia rivelato che è il numero più popolare al mondo. E allora? – vi chiederete. Il fatto è che il numero sette è il mio preferito, tant’è che moltissimi anni fa scrissi un divertissement tuttora inedito sul sette, dal titolo Ci sei o ci fai?
È un virtuosismo, uno scherzo giovanile innocuo, frutto del mio amore viscerale per le parole. Voglio dedicare quel vecchio testo che mi divertii a scrivere e che per ragioni di lunghezza pubblico in rete frazionato in tre parti, tre post successivi, a tutti quelli che, come il blogger, matematico e giornalista inglese Alex Bellos, autore del sondaggio, scoprono solo ora le meravigliose valenze del sette. Fatevi contagiare dalla magia del numero più popolare al mondo, che per gli antichi egizi era un simbolo di vita eterna.  A Ippocrate si attribuisce questa sentenza: Il numero sette, per le sue virtù nascoste. mantiene nell'essere tutte le cose; essso dispensa vita e movimento e influenza persino gli esseri celesti. Vi sembra poco? Godetevi il mio elogio del sette, dunque, un numero con il quale, ne sono certo, avete fatto i conti più volte e sul quale si può scrivere e ridere impunemente.



Ci sei o ci fai?


Sono nato il sette ottobre, sotto il segno della bilancia. Settima costellazione zodiacale, la migliore. Ero settimino e i sanitari del reparto maternità dell’Ospedale di Lipari, una delle sette isole Eolie dove mia madre fu colta dalle doglie, non sapevano cosa fare quando si accorsero che non respiravo. Ma l’ostetrica non si perse d’animo e consultò le sette sfere celesti attraverso le quali l’anima sale a Dio. Afferrato un cacciavite, la levatrice mi aprì i sette chakra, cambiando per sempre il mio destino. Prima, però, mi spezzò per sbaglio le sette ossa del tarso. Il dottor Settimio Severo (giuro che si chiamava così!) sudò le proverbiali sette camicie per rianimarmi e solo dopo avere starnutito sette volte, come Eliseo, ritornai in vita. Feci i primi sette passi, a imitazione di Buddha, e intuii che quella era la mia ultima nascita. A quel punto, il ginecologo mi donò un sette di valigie delle Indie e gli stivali delle sette leghe. «Ho capito!» esclamai interpretando il suo gesto come un invito a togliermi dai piedi il più velocemente possibile. Lui, invece, interpretò la parte di Paul Newman ne “L’uomo dai sette capestri” e s’impiccò a un ramo dell’albero di Jesse, dove dimorano sette spiriti, forse per il rimorso d’avermi salvato. Nel frattempo, un settecolori (nome vulgaris del Passerina Ciris) che aveva fatto il nido sulla cima della zikkurat a sette piani che si trova in mezzo ai sette corsi d’acqua dell’Eufrate, si era posato sul dorsale della mia culla dopo avere volato per sette giorni, coma la colomba di Noè. Notai che aveva sette teste, come il naja d’Angkor, e non saprei dire con quanti e quali occhi mi fissasse. Un nanosecondo dopo fui distratto da un potentissimo boato. Nel campo delle sette pertiche risuonavano le sette trombe dell’Apocalisse e intuii che dovevo proprio partire. Sì, ma per dove? Gli assiri pensavano che la terra fosse composta da sette isole circostanti Babilonia e sette regioni estese aldilà di un oceano celeste. Una valeva l’altra, pensai. Ma l’uccellino mi confidò il segreto delle sette comari, grazie al quale avrei potuto fare la scelta migliore. Pur tuttavia, esitai e decisi di ritirarmi in meditazione sul monte Meru per sette anni, come il divino Krishna. Meditai a lungo e acquisii le sette fortezze dell’anima di cui parla santa Teresa d’Avila e, prima di lei, il mistico Nuri di Baghdad. Superata senza traumi la crisi del settimo anno, osservando dall’alto i sette continenti, finalmente presi la decisione di tuffarmi nel fiume della vita. Purtroppo era in secca. Mi fratturai le sette vertebre cervicali, ciò nonostante mi rialzai e feci sette giri di riscaldamento, alla maniera di una biga romana nel Circo Massimo, poscia m’incamminai per i sette colli come se fossi uno dei sette re di Roma septemgemina e non un povero neonato sfigato. Insomma, il dado era tratto. Erano usciti il cinque e il due, cioè sette. Dapprima soggiornai sette anni nel Tibet, dove conobbi i sette dei della felicità e percorsi i sette sentieri celesti. Poi mi trasferii a Dubai, uno dei sette Emirati Arabi Uniti, dove fui adottato dalle sette sorelle. Ma non sopportavo il rincaro del petrolio né la puzza di benzina e perciò andai a Tenerife, una delle sette isole Canarie, e da lì migrai in Italia. Fischiettavo allegramente le sette note della gamma diatonica quando giunsi all’altopiano dei sette comuni. Nei pressi di una baita dove un contadino vendeva il formaggio derivato dal latte delle sette vacche grasse sognate da Giuseppe, incontrai i sette nani dediti all’alpeggio. Mi confessarono d’avere lasciato Biancaneve ad Asiago a spassarsela coi sette volontari del Texas. O erano i magnifici sette guidati da Yul Brynner? Ha poca importanza, in fondo. Lassù fra le montagne, a settemila piedi, i sette cieli si distinguevano così bene che allungai una mano per sfidare a braccio di ferro il più energumeno dei sette arcangeli. Quel demonio aveva sette braccia come il candeliere ebraico del Tempio di Salomone e logicamente ebbe la meglio. Gettai la spugna, che colpì negli occhi le sette stelle dell’orsa Maggiore accecandole. L’improvviso black-out scatenò un panico cosmico nella costellazione delle Pleiadi, così che le sette figlie di Atlante non riconobbero più i loro sposi e si congiunsero, di volta in volta, coi sette deva indiani, i sette amshanspends persiani, i sette sephiroth della Cabala, i sette grandi angeli della Caldea, i sette Papi avignonesi, i sette santi che scortavano san Giorgio quando sconfisse il drago e, dulcis in fundo, i sette demoni che secondo Luca furono scacciati dal corpo di Maria Maddalena. Insomma, esplose un’orgia incredibile e gli unici a non divertirsi furono i poveri mariti, ai quali spuntarono le corna a sette palchi... (continua)