sabato 12 aprile 2014

Elogio del numero sette (Parte Seconda)

Considerato l’andazzo, ritenni prudente cambiare aria e dopo una breve sosta nella casa dei sette timpani, i cui occupanti alzarono i sette toni in segno di protesta, attraversai i sette deserti e mi ritrovai davanti alle sette porte di Gerico. Bussai e mi aprì il portinaio, un certo Eschilo. «Benvenuto a Tebe!» esclamò confondendomi le idee. In effetti, notai che c’era un po’ di trambusto. Seppi che era in corso un dibattito fra le sette città che si contendevano i natali di Omero. Oltre a ciò, presi atto che sul binario numero sette della locale stazione ferroviaria era appena arrivato un treno carico di soldati blu. Una volta a terra, il Settimo cavalleggeri aveva fatto quadrato intorno al generale Custer che prese ad avanzare tra due ali di folla acclamante. Cadeva la settimana santa ed egli aveva ordinato ai suoi uomini che prima di menar le mani visitassero le sette chiese canoniche. Quelle di Efeso le avevano già profanate. I sette fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria si offrirono come guide turistiche ma Custer preferì fare da solo, sobbarcandosi il lavoro di sette mullah. Assediati e assedianti combattevano la guerra dei sette anni e non si ricordavano più perché. I sette eroi giuravano che tutto avesse avuto inizio con la rottura di uno specchio. Ma forse, i conseguenti sette anni di disgrazia stavano finendo. Fra l’altro, erano annunciati alle porte i sette samurai in gita di piacere. Correva voce che avessero decapitato con le loro katane la bestia a sette teste dell’Apocalisse e che ora volessero aprire un ristorante giapponese specializzato in sushi. C’era fermento nell’aria. Le vie di Tebe erano tappezzate di manifesti che annunciavano l’imminente conferenza di pace fra le sette sataniche della Beozia e quelle segrete di Yokohama, gemellatesi su pressione delle sette arti liberali. Quelle marziali erano in palestra a fare il sermone a diverse sette eretiche cristiane. Avrei potuto fermarmi in città e assistere a un torneo di braccio di ferro al quale avrebbero partecipato i sette bracci della campana rossa delle sette segrete cinesi, ma preferii allontanarmene su consiglio della volpe a sette code, che la sapeva lunga. Malauguratamente, sette miglia più avanti fui aggredito dai sette taglialegna che dopo avere sedotto le sette spose per sette fratelli si erano dati al brigantaggio. Mi difesi randellandoli col bastone a sette nodi che Krishna aveva avuto in dono dagli anacoreti. Quei ribaldi reagirono spruzzandomi negli occhi un potente insetticida a base di liquami dei sette orifizi del corpo. Inorridii. Le cose volgevano al peggio ma fortunatamente dal fitto della boscaglia balzarono fuori i sette saggi della foresta di bambù che masticando strane formule nel dialetto xiang materializzarono i fantasmi dei sette fratelli Cervi, che subito s’accapigliarono coi boscaioli del Wisconsin. Ne sortì una baruffa indecente. Mi allontanai alla chetichella e poiché ero annoiato dagli eventi presi a sfogliare la rosa dei sette petali, offertami gentilmente da una dalle sette principesse di Nizami. All’improvviso e inaspettatamente, mi ritrovai alle sette porte degli inferi e scivolai all’inferno, settimo cerchio, quello dei violenti. Faceva un caldo boia, manco il dio Agni avesse scagliato i suoi sette raggi fiammanti, e i sette colori dello spettro solare erano così paonazzi che cominciarono a friggere come patatine. «Corpo di sette!» esclamai per la meraviglia vedendo Sansone che passava di lì per caso. Mi aggrappai alle sette trecce della sua chioma e fui trascinato in superficie dove mi aspettava Seth, figlio di Ra e fratello di Horus l’Antico, disteso ai piedi dell’albero cosmico dei sette rami. Egli mi offrì di montare sul carro, arcano dei tarocchi contrassegnato dal numero sette, trainato per l’occasione dalle sette vacche magre di Giuseppe (parenti povere di quelle che avevo incontrato ad Asiago), le quali, poverine, furono colpite da un attacco di dissenteria. Il viaggio si fece maleodorante. Sulla Statale numero settantasette incontrai le sette Esperidi, cui puzzava l’alito, le sette figlie di Jetro, che puzzavano di pesce, e le sette fate travestite da viados brasiliani, che puzzavano di losco. La più intraprendente di loro, una tedesca soprannominata “Böse Sieben” (“cattivo sette”), cercò di circuirmi senza fortuna. In quel momento passava di lì il Barone di Münchhausen e gli chiesi un passaggio. Acconsentì e mi fece posto sulla sua palla di cannone, più comoda di una palla al piede e più sana di una palla tumefatta a causa della sifilide. Improvvisamente entrai in un altro scenario e visitai, in rapida successione, le sette meraviglie del mondo. Giunto a La Mecca feci i tradizionali sette giri intorno alla Kaaba alla media record di sette minuti e sette secondi. In Arabia saudita schivai per un pelo i sette pilastri della saggezza, pericolanti a causa del terremoto, ma purtroppo mi beccai le sette piaghe d’Egitto in missione speciale nel deserto di Rub al Khali. Avevo dimenticato di vaccinarmi, come prevedeva la legge delle sette parti, il codice giuridico di Alfonso X di Castiglia, e sebbene avessi con me lo scudo di Aiace fatto di sette cuoi, fui colpito a un tempo dalla setticemia, dal prurito del settimo anno e dalla febbre dei sette anni. Una vera disdetta! I medici dell’ambulatorio locale, diretto da un pronipote del famoso luminare Ludovico Settala, mi prescrissero riposo e relax. Per non deluderli commisi i sette peccati capitali. Abbruttito da cotanto svago scivolai in punto di morte e ricevetti per email i sette sacramenti. In die septima fui salvato dalle sette virtù, che credevo di avere smarrito in un bazar su uno dei sette colli di Costantinopoli. O era un bar-pizzeria di Settimo Milanese? Può anche darsi che fosse la tabaccheria-ricevitoria di Domenghini, il mitico numero sette della grande Inter. In effetti, la cassiera mi fece l’occhiolino e sussurro: “Il giusto cade sette volte e si rialza perdonato” (Proverbi 24,16). Riacquistata la fiducia in me stesso ripresi il cammino con la convinzione d’essere un Pasqualino Settebellezze e giunsi nei pressi della taverna dei Sette peccati. La locanda esponeva l’insegna di Salomé e aveva in cartellone la danza dei sette veli. Un certo languorino mi spinse a entrare, non prima però di avere fatto ordine in testa col magico pettine a sette denti appartenuto a un parrucchiere di Susa. Fu allora che mi accorsi che mi erano spuntati i sette corni dell’agnello della vittoria. Buon segno! – pensai. (continua)

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