venerdì 23 maggio 2014

L'avventura è il sale della vita

Che cosa rende la vita umana sapida oltre che inimitabile? Non ho dubbi in proposito e rispondo: l’avventura. In cosa consista è facile a dirsi: è la capacità di uscire dagli schemi, vincendo la propria pigrizia e la paura, per affrontare l’ignoto. In linea di massima, tutti amiamo l’avventura. Quella degli altri, possibilmente. Quella che si sviluppa nei romanzi o nei film che ci lasciano con il fiato sospeso. Invidiamo gli avventurieri, gli impavidi picconatori della routine che ingabbia e mortifica lo spirito, e vorremmo essere come loro. A volte ci riusciamo. Io, ad esempio, ho indossato i panni dell’avventuriero in India e soprattutto in Afghanistan, dove ho vissuto border line, come sa chi ha letto il mio libro L’inferno chiamato Afghanistan. Naturalmente, non è facile concedersi anima e corpo all’avventura, ci vuole fegato e, soprattutto, tanta concretezza e un pizzico d’incoscienza. Oscar Wilde ha lasciato scritto che “il pensiero è meraviglioso ma ancora più meravigliosa è l’avventura”. In effetti, ciò che fa la differenza è il salto dalla potenzialità del “vorrei” alla fattività del “voglio e posso”. 
Perché mi arrischio in questo ragionamento? – vi chiederete. Perché fra poco più di un mese, vivrò indirettamente una di quelle avventure che ti lasciano con il cuore in gola. Mia figlia e il suo fidanzato partiranno in moto per un viaggio straordinario di oltre 23.000 km. Da Como andranno a Mosca e attraverseranno la Siberia fino a raggiungere la Mongolia. Passeranno per il deserto del Gobi e ritorneranno in Italia lungo la Via della Seta, visitando l’Iran degli ayatollah prima di rientrare in Europa dopo essere stati in 18 Paesi. Saranno soli, senza seguito e assistenza, su una motocicletta cult, una Honda XRV 750 Africa Twin che ha vent’anni di vita ma che è stata allestita come se dovessero cavalcarla insieme Indiana Jones e Lara Croft. I baldi giovani dovranno misurarsi con difficoltà di ogni tipo, da quelle ambientali alle antropiche. L’avventura che hanno scelto di vivere è infatti costellata di asfalto, piste, guadi, ponti, polvere, sabbia, cartelli in lingue incomprensibili e dogane kafkiane, soste in rifugi di fortuna e notti all’addiaccio, imprevisti e possibili incidenti, malintesi surreali ed esasperazioni. Ma questi non sono forse gli ingredienti tipici dell’avventura on the road? Chi volesse seguire passo dopo passo l’impresa potrà farlo attraverso il sito www.beyondtheroad.it che sarà aggiornato senza soluzione di continuità con le cronache e le impressioni dei protagonisti. 
Come padre, provo un misto di apprensione e orgoglio. Il fidanzato di mia figlia è in gamba, ha esperienza e la testa sulle spalle. Di mia figlia, posso solo dire che è un’avventuriera nata. Era con me in Afghanistan e ha lasciato un ricordo della sua intraprendenza in Nigeria, Uganda, Congo, India, Filippine e Messico, tanto per citare alcuni scenari. Al rientro dalla madre di tutte le avventure, potrà vantarsi di essere stata in più di 50 nazioni a soli trent’anni. Quando mi comunicò che voleva “andare oltre” non le ho chiesto perché. Conoscevo la risposta. 
Lo scrittore francese Gide ha annotato nei suoi Diari che “solo nell’avventura alcuni arrivano a conoscersi”. Credo che il desiderio di conoscere se stessi, che molti zittiscono troppo presto nella vita, sia per mia figlia un bisogno ineludibile. Viaggiare per esplorare e conoscere gli altri, per mettersi alla prova e conoscere se stessa, è l’unica droga che assume e di cui è dipendente. Ho anche fatto un’altra riflessione, frutto della mia conoscenza di John Campbell, il saggista e storico americano che si è occupato del fenomeno dell’eroismo. Nel suo saggio L’eroe dai mille volti, Campbell rimarca che l’essere umano avverte la “chiamata all’avventura”. È una sorta di vocazione, non troppo diversa da chi sente la vocazione religiosa o possiede un forte talento artistico. Chi risponde alla chiamata non può fare a meno di assecondare l’istinto e scegliere di viaggiare in modo avventuroso, persino pericoloso. C’è, in questa chiamata che accomuna gli esploratori di ogni epoca e gli avventurieri, i cercatori di una vita nuova e i pionieri, un elemento aggregante: il bisogno di orizzonti più ampi. E cos’è questa voglia se non il desiderio inconscio della bellezza? Chesterton diceva che “la vita è la più bella delle avventure ma solo l’avventuriero la scopre”. Impossibile dargli torto. C’è di mezzo anche un fattore fisiologico. La vita è più appagante quando l’adrenalina scorre nelle vene. L’abbiamo sperimentato tutti, almeno una volta. E poi, non c’è nulla che ci esalti quanto lo scampato pericolo. Nulla ci fa sentire così maledettamente bene e offrirci l’illusione di onnipotenza che ci rende felici, anche solo per pochi istanti. Alla fine, l’impulso che spinge l’avventuriero a partire senza fare troppi calcoli, è il primitivo, inesauribile afflato verso la felicità. Invidio mia figlia e il suo fidanzato perché non inseguono il successo, il denaro o l’appagamento del falso ego. Sono trappers sulle tracce della felicità. E sono sicuro che nel corso del loro viaggio condivideranno tanti, maestosi momenti di felicità. A differenza di chi si accontenta della realtà virtuale, loro succhieranno linfa vitale dalla vita vera, dall’anima mundi. A renderli felici, a commuoverli o colmarli di stupore oltre che di epinefrina, saranno il tramonto tra le rovine di Persepolis, l’alba sulle montagne del Turkmenistan, la contemplazione del cielo che si specchia in un lago ghiacciato della Mongolia, una bufera non prevista nella tundra siberiana. Senza contare le emozioni dettate dalle reminiscenze storiche che proveranno seguendo la rotta di Marco Polo e delle orde di Gengis Khan, dell’esercito persiano e dei cosacchi dello zar. 
Un’ultima cosa. Voglio fare da cassa di risonanza alle motivazioni che spingono due persone comuni a fare qualcosa che comune non è, riportando alla lettera le parole che si leggono nel comunicato stampa di Beyondtheroad. Il nostro viaggio non è un sogno che si fa realtà. È la realtà che si fa sogno. Niente, nella vita, può incatenare, salvo che non sia tu a permetterlo. E, se siamo solo di passaggio, non c’è tempo per tergiversare e avere paura. Jack Kerouac era innovativo per i suoi tempi. Per noi è quasi scontato dire: se vuoi vivere un’esperienza, semplicemente, vivila. Non siamo due sognatori. Siamo due creatori di realtà fantastiche. Ci siamo chiesti quale realtà ci entusiasmasse maggiormente, e l’abbiamo creata. Semplicemente lasciando che accada.” 
Non c’è altro da dire. Fra un mese, Francesca e Tommaso partiranno, con la consapevolezza di accogliere come un dono karmico ciò che accade. Ovviamente, non avranno bisogno di fare la scorta di sale.

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