venerdì 27 giugno 2014

Lettera aperta a una figlia che parte

Domani parti. Per una nuova, fantasmagorica avventura. L’ennesima che rivela la tua innata vocazione per la vita inimitabile. Perché tu sei speciale, fin dalla nascita, e lo hai fin qui dimostrato con le tue scelte, le tue performances, le tue medaglie. Ti confesso che questa volta mi hai sorpreso, più di quanto non siano riuscite a fare le tue missioni umanitarie in Uganda, Congo, Nigeria, Filippine, India e Afghanistan, tanto per citare i paesi dove hai vissuto border line al solo scopo di aiutare i reietti. Mi ha sorpreso che tu abbia accettato una sfida che richiede qualità che certamente hai o custodisci in pectore, ma anche l’esperienza da biker che non hai e dovrai farti lungo i 23.000 km. di strada che ti attendono. Lo so che impari presto e bene, che sai stringere i denti e cavarti d’impiccio, ma nel mio immaginario la tua cavalcata in motocicletta è quasi assurda. È come se a un neofita del volo, uno che ha preso il brevetto dopo aver fatto qualche giro in idrovolante sul lago di Como, chiedessero di prendere in mano un Boeing e fare il periplo del pianeta. So anche che accanto a te c’è un uomo che ami e di cui mi fido. Di più, lo stimo (e sai quante poche persone io stimi). Perciò sono ragionevolmente tranquillo. 
A poche ore dalla partenza, non ti scrivo, dunque, per farti le raccomandazioni. Non sono un padre apprensivo né appiccicoso. Ti scrivo per farti dono di un piccolo viatico. Per dirti che nel mio caleidoscopio emotivo risalta il bagliore dell’invidia. Una sana, amorevole, paterna invidia. Lo sai già, ti ho confessato questa particolare mozione d’affetto, ma forse non sai che cosa invidio maggiormente dell’impresa che stai per compiere. Ebbene, sappi che invidio il bagno di luce che farai. Paul Claudel ha scritto che “la vita è una grande avventura verso la luce”. Non credo sia solo una metafora. Nei prossimi due mesi, non passerà giorno in cui non proverò a immaginare i bagliori e le luminescenze del tuo viaggio verso la Mongolia e del tuo ritorno a casa su strade diverse. Mi configurerò le infinite sfumature di luce di cui si colmeranno i tuoi occhi. Proverò con la fantasia ad ammirare insieme a te e al tuo compagno l’alba in Siberia e i tramonti nelle steppe mongoliche. Cercherò di vivere con la mente le aurore presso i laghi ghiacciati e le montagne dell’Asia centrale e i crepuscoli nel deserto e nelle pianure della Persia. Sei fortunata. Vedrai sorgere il sole nella terra dei cosacchi e scendere la notte in Cappadocia. Assaporerai la luce di Samarcanda e Bukhara sulla Via della Seta e quella che inebria l’Altai. E nelle notti in cui dormirai in tenda, in luoghi isolati e sconfinati, potrai concederti il lusso di fissare le stelle e illuderti di afferrarle con la mano da quanto ti sembreranno vicine. 
La luce. Ti nutrirai di essa, ma non solo. Poiché tu sei luminosa, farai dono della tua luce alla gente che incontrerai sul tuo cammino. Diffonderai raggi di altruismo, intraprendenza e fiducia in ogni dove. I tuoi occhi saranno lo specchio della tua anima nobile e intrepida. Sono certo di una cosa. Come quando affrontasti a piedi e da sola gli oltre 800 km. del Cammino di Santiago de Compostela, lascerai tracce del tuo splendore. Riceverai e darai, com’è giusto che sia, in un processo di osmosi spirituale. Buon viaggio, dunque. E all’alba, guarda a Est – come dice Gandalf nel Signore degli Anelli
Mia piccola avventuriera, nutriti di luce e sii a tua volta una sorgente luminosa per chi incontrerai on the road.

giovedì 26 giugno 2014

La disfatta ai Mondiali di Calcio evidenzia il male oscuro di cui soffre l'Italia

Capita spesso che la musica leggera ci offra lo spunto per comprendere i fatti di cronaca. Ad esempio, la Nazionale Italiana di Calcio è uscita miseramente dai Mondiali che si stanno disputando in Brasile e la mente corre alle parole di due canzoni popolari. La prima è Una vita da mediano di Ligabue, dove si esalta il ruolo umile ma fondamentale del mediano, che spende la sua vita “a recuperar palloni” e “lavorare sui polmoni”, con “dei compiti precisi a coprire certe zone, a giocare generosi lì, sempre lì, lì nel mezzo…”. La seconda è La dura legge del gol di Max Pezzali, che ci ricorda: “Fai un gran bel gioco però se non hai difesa gli altri segnano e poi vincono.” Cosa c’entrano questi due brani musicali con la duplice sconfitta degli Azzurri contro Costa Rica e Uruguay? C’entrano eccome. Molti giornalisti esperti di calcio e tuttologi hanno espresso critiche e valutazioni per spiegare le ragioni dell’italica disfatta. Sono tante, alcune valide, altre opinabili, e non starò qui a rimarcare gli errori tecnici e tattici, la mancanza di coesione, la sostanziale mediocrità degli interpreti. Lo hanno già fatto i bardi del pallone. Voglio sottolineare, invece, che siamo fuori perché non ci sono più i mediani di una volta, quelli che si immolavano pur di fermare il gioco degli avversari. La razza Piave, ahinoi, è estinta. Inoltre non abbiamo più le difese di una volta, quelle composte da nerboruti filosofi stoici, e nemmeno il bel gioco. Ecco perché la nostra Nazionale, una povera Italietta in linea con l’attuale valore del nostro movimento calcistico, è uscita ridimensionata, diciamo pure annichilita, da una rassegna sportiva che ci offriva la possibilità di dimostrare al mondo che certi luoghi comuni sono incrollabili, come la torre di Pisa. 
L’Italia c’è sempre nei momenti importanti. L’Italia dà il meglio di sé nelle difficoltà. L’Italia è creativa e sa inventare la cosa giusta al momento giusto. Italians do it better. Balle! Ci illudevamo che fosse ancora così, che conservassimo le qualità che tante volte ci hanno permesso di prevalere. La verità è che siamo cambiati e nel giorno in cui la nostra Nazionale ha fatto ritorno a casa dovremmo proclamare una giornata di lutto nazionale. Ma non perché abbiamo perso una partita di calcio. Dovremmo listare di nero il tricolore per come l’Italia intera sta evaporando. Le nostre proverbiali virtù non esistono più ed è legittimo affermare che la nostra Caporetto calcistica riflette il male oscuro di cui l’Italia soffre da tempo. Lo evidenzia impietosamente. È di questo male che voglio parlare, non di come abbiamo giocato o rinunciato a giocare. 
Vista in campo, la squadra di Prandelli ha messo in mostra la condizione fisica e mentale del Paese e non poteva essere diversamente. Ai nostri calciatori, presuntuosi e confusi, possiamo addebitare colpe che sono di tutti noi, perché tutti noi siamo alla deriva. Erano molli, evanescenti, stanchi, privi di idee e di quella cattiveria agonistica che è indispensabile se si vuole andare avanti. Erano l’espressione fedele di un Paese allo sbando, ormai rassegnato a subire senza mai reagire. Una volta, eravamo apprezzati e temuti per il nostro temperamento, lestro, la capacità di esaltarci nell’ora del pericolo. Adesso, siamo attendisti, non sappiamo più affrontare le prove con lo spirito giusto, ci facciamo dominare dagli eventi, siamo propensi alla resa più che alla resistenza a oltranza. L’Italia di oggi è così. Senza nerbo, senza voglia, senza entusiasmo né speranze. Soffriamo di un male oscuro, sottile, contagioso. Non saprei come definirlo ma il modo più semplice per chiarire il mio pensiero è affermare che non abbiamo più gli attributi. Siamo scoglionati, apatici, incapaci di cambiare l’inerzia delle cose. Intendiamoci, abbiamo molte attenuanti e la sfortuna di avere avuto e avere tuttora i peggiori governanti e uomini politici d’Europa, i peggiori amministratori pubblici, i peggiori burocrati. Hai voglia a “recuperar palloni” e “lavorare sui polmoni”, con “dei compiti precisi a coprire certe zone, a giocare generosi lì, sempre lì, lì nel mezzo…” quando intorno a noi è un tripudio di merde trionfanti, approfittatori, furbi, mediocri e meschini.  Hai voglia a fare un bel gioco quando lo Stato ti strangola con una pressione fiscale inaudita, inaridisce il mondo del lavoro e costringe le menti pensanti a cercare fortuna all’estero. In compenso, apre le porte agli sbandati di mezzo mondo, che tanto c’è sempre posto in mezzo al campo. Ma il nostro, amici miei, non è più un prato verde ma un campo asfittico di rape. Il male oscuro dell’Italia ha tante facce, tante espressioni. Si nutre del fatto che non abbiamo la forza di ribellarci, la capacità di rimettere tutto in discussione, di fare la rivoluzione. Ci va bene così. Ci sta bene che i potenti continuino a prenderci per il culo, a metterci le mani nelle saccocce, a depredare la nazione. Fra poco, gratteranno il fondo. Come la nostra Nazionale in Brasile. Era irriconoscibile, si è scritto, indegna della nostra tradizione. È vero, ma forse ci si dimentica che nulla è per sempre, che bisogna essere all’altezza della propria fama. In questo momento, siamo le pallide controfigure di noi stessi, delle generazioni che fino alla fine degli anni Ottanta hanno contribuito al miracolo italiano. Da allora, la decadenza è inarrestabile e sempre più evidente in molti settori, e la cosa che addolora maggiormente è constatare che ci siamo abituati ad essa. Abbiamo fatto il callo al declino fisiologico. Come se ridimensionarci, rinunciare alle nostre virtù, arrendersi costituisca un tributo al karma della nostra patria. Ma quando mai? Non siamo mica una repubblica delle banane o il Sudan! 
Io non sono fiero d’essere italiano perché abbiamo avuto l’impero romano e abbiamo dato i natali a Dante, Colombo, Leonardo Da Vinci e a una miriade di uomini geniali che altri se li sognano di notte! Sono fiero d’essere italiano per lo spirito inimitabile del popolo italiano, per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice, per la sua straordinaria umanità. Mi rifiuto di accettare che gli Azzurri si facciano umiliare e che altrettanto capiti all’Italia in ambito internazionale. Questo male oscuro che ci sta distruggendo avrà pure un rimedio. Dobbiamo trovarlo. Perché non esiste far ridere gli altri, farli ingrassare a nostre spese, indurli a credere che ci avviamo mestamente verso posizioni di rincalzo. Le nostre sventure calcistiche devono farci riflettere. Personalmente, non ho consigli o ricette da dare. Vorrei solo che tutti facessero il loro dovere, di più, buttassero il cuore oltre l’ostacolo. Perché questa è la via maestra per debellare il male oscuro che ci impedisce di riconoscere la nostra potenziale grandezza. Vorrei che tutti, quando sbagliano, facessero come Prandelli, che ha avuto il coraggio di attribuirsi la responsabilità del fallimento e si è dimesso. 
Magari fossero capaci di un gesto così dignitoso gli emeriti stronzi della politica, dell’amministrazione pubblica, della finanza, della cultura e del sindacato che ci hanno ridotto in mutande… Magari potessimo tornare a cantare con orgoglio le parole di una vecchia canzone di Toto Cotugno che faceva “sono un italiano, un italiano vero”.


sabato 21 giugno 2014

La Via della Seta e il fuoco dell'intraprendenza

C’è una bella frase che ricordo di avere letto nel libro di Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che mi è tornata in mente in queste ore. Dice: “Continuiamo ad attraversare, inosservati, momenti della vita di altra gente”. Non è forse vero? La vita di milioni, in realtà miliardi di esseri umani, non è solo monotona ma pedissequa. Consumiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie per rispettare le regole e le convenzioni, per adattarci pigramente ai luoghi e alle persone, per vivere di luce riflessa, rinunciando alla Stella Polare, per seguire le tracce di chi ha fama e successo, incapaci di agire in piena autonomia e libertà. Attraversando la nostra vita, non quella degli altri. Restando invisibili. Ci sono le eccezioni, ovviamente, e confermano la regola. 
Faccio questa breve riflessione a una settimana esatta dalla partenza di mia figlia e del suo fidanzato per una grande avventura di cui ho già parlato ma sulla quale ritorno brevemente. Sabato 28 giugno partiranno in moto per “attraversare i momenti della propria vita”, facendo capolino in quella degli altri. Hanno dalla loro lentusiasmo e quel pizzico d’incoscienza che rende indimenticabili le imprese umane. In sostanza, affronteranno in due mesi e passa un viaggio di 23.000 km. sulle strade e le piste  della Siberia, della Mongolia, dell’Iran e di molti altri paesi lontani. Tra l’altro, seguiranno per lunghi tratti la Via della Seta e qui mi fermo e concentro. 
Credo che la Via della Seta non sia solo un topos fisico. Personalmente, la considero una dimensione dello spirito, un collettore metaforico degli eroici furori che animano una piccola parte del consorzio umano. Già, perché in ogni epoca, ci sono stati uomini e donne che hanno deciso di non spegnere il fuoco dell’intraprendenza che bruciava nel loro petto, anzi, lo hanno alimentato. Questa combustione è avvenuta e avviene in molteplici campi. Avventurieri, esploratori, grandi viaggiatori e conquistatori sono la punta di diamante dell’umanità ardente. Ma non meno caloroso è il fuoco degli imprenditori, dei mercanti, degli scienziati, degli innovatori e di quelli che decidono di mettersi alla prova e prendono iniziative coraggiose, all’apparenza folli. È grazie a loro che l’umanità progredisce. Ma tornando alla Via della Seta, non posso fare a meno di provare nei confronti di Francesca e Tommaso un sentimento di invidia e gratitudine. Bè, invidia è chiaro, vorrei essere con loro per condividere le mille emozioni che proveranno, per vedere dal vivo e non attraverso i documentari del “National Geographic” la bellezza estrema di ciò che solo la fantasia può immaginare. E perché gratitudine? Perché mi ricordano che nulla è così appagante per lo spirito umano del fare. Mi fanno presente che avvicinarsi ai sessant’anni non è un buon motivo per mettere da parte le aspirazioni e la voglia di attuare. Viviamo in un’epoca squallida, dove la gente parla a vanvera ma non agisce, dove il coraggio latita e ci si rifugia nella realtà virtuale per paura della vita. Loro no, loro non la temono la vita. Il loro curriculum è eloquente in tal senso. Sanno affrontare il futuro a viso aperto, fregandosene del fatto che la società non premia chi vale, più facilmente lo castiga. Partono consapevoli che ogni lasciata è persa, che le soddisfazioni te le devi prendere perché nessuno te le da, che le idee migliori sono quelle che verranno, e che ha ragione Confucio. Sapete cosa diceva il vecchio saggio? Sosteneva che l’esperienza è come una lanterna sulla schiena che illumina solo il cammino già fatto. Un’ottima ragione, se si vuole rendere luminosa la propria esistenza, per scaraventare alle spalle i dubbi, le paure e la pigrizia e partire in cerca di… 
Fortuna? Opportunità? Conoscenza? Ognuno sa cosa cerca, di cosa ha bisogno. Non erano forse queste le mozioni che condussero Marco Polo fino al magico Catai? E non fu questo animus a spingere i mercanti, i carovanieri e i riformisti sulla Via della Seta? Quando mia figlia mi ha esposto l’itinerario del suo viaggio, non ho potuto fare a meno di immaginare i luoghi che visiterà e quelli dove soggiornerà, il più delle volte all’albergo delle stelle. La mia cultura mi ha permesso di tessere immediate associazioni di idee con i luoghi e perciò mi è stato facile fantasticare e cucire connessioni storiche, letterarie, geografiche e cognitive. Ebbene, per quanto la Siberia, la Mongolia e l’antica Persia mi esaltino, mi sono soffermato soprattutto sulla Via della Seta e ho focalizzato la mia attenzione su Samarcanda, che si trova in Uzbekistan. A molti, questo nome dirà poco. Tutt’al più, lo collegherà all’omonima, famosa canzone di Roberto Vecchioni. Ma Samarcanda, epicentro della Via della Seta e crocevia di cento culture diverse, è l’espressione perfetta delle fiamme che ardono nella mente degli intraprendenti. È l’archetipo del fuoco che scorre nelle loro vene. Mi viene spontaneo associare Samarcanda, che è una delle città più antiche del mondo e fu il centro più ricco dell’Asia centrale, ai persiani, agli arabi e ai mongoli (in particolare il conquistatore turco-mongolo Tamerlano, che la ricostruì e rese magnifica). Ma anche ai caravanserragli e alla steppa, al turchese scintillante delle sue maioliche e cupole, alla sua rivalità con Bukhara, al poeta e scienziato Omar Khayyam, al Registan, al Grande Bazar invariato da secoli, ai profumi d’Oriente e alle spezie, all’immenso astrolabio e all’osservatorio di Ulugh Beg, allo stupore di Marco Polo (che la definì “grandissima e splendida”), al rinascimento islamico. E naturalmente alla seta. 
Poiché sono comasco e Como è la patria della seta, benché la nascita della bachicoltura sia un merito cinese, non posso dimenticare che la storia del commercio della seta, e quindi di Samarcanda, è lo specchio dell’intraprendenza dei miei concittadini. Un’intraprendenza oggi un po’ spuntata, a causa della crisi e della globalizzazione, ma premiante. Basti pensare che già nel XII secolo l’Italia era la maggiore produttrice europea di seta e a quel tempo eccellevano tre città: Palermo, Catanzaro e Como. Soltanto Como ha mantenuto fede alla sua vocazione imprenditoriale, duellando in seguito con Lione e imponendo l'eccellenza della sua industria serica. Le sue fabbriche e le griffes (basti pensare a nomi come Ratti e Mantero) rappresentano il must. In fondo, non è casule che due comaschi si avventurino in motocicletta (con lo spirito dello Zen) sulla Via della Seta. Il fuoco dell’intraprendenza non ha connotazioni geografiche ma credo ci siano popoli più audaci di altri. Ma forse mi sbaglio. Latitudine e longitudine non sono gli elementi primari che inducono all’azione. Probabilmente, è il DNA ad accendere la miccia. 
Non mi resta che augurare loro “buona strada” e scegliere la colonna sonora che accompagnerà idealmente il loro cammino, quanto meno sulla Via della Seta. Quale? La risposta è ovvia. “Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda io ti guiderò, non ti fermare, vola ti prego, corri come il vento che mi salverò…” Fino a Samarcanda e oltre, naturalmente. Con una vecchia Honda Africa Twin, che di cavalli ne ha sessanta.

domenica 8 giugno 2014

Che fine ha fatto il senso della misura?

Se chiedessimo a cento persone cos’è il “senso della misura”, probabilmente le vedremmo arrampicarsi sui vetri nel goffo tentativo di trovare una risposta sensata. In ogni caso, ci darebbero cento risposte diverse. Definire un concetto così astratto è di per sé difficile e diventa quasi impossibile farlo in un’epoca dominata dal relativismo, in cui la misura è una prospettiva soggettiva, che dipende dalla specola dell’osservatore. Ovviamente non mi riferisco alle unità di misura adottate per convenzione o per legge in molti campi, e i relativi sistemi di misura, che per fortuna sono sempre gli stessi. Intendo la misura come parametro comportamentale, categoria di pensiero e regola d’azione. Una volta, ci si rifaceva agli antichi per chiarirsi le idee. Sono cresciuto alla scuola dei greci e dei latini, e dunque ho sempre pensato che “est modus in rebus”, come ammonisce Orazio e che “in medio stat virtus”, come insegna la celebre locuzione che risale ai filosofi scolastici medievali. Prima di loro, Protagora insegnava che “l’uomo è misura di tutte le cose” e Aristotele sosteneva che “il mezzo è la cosa migliore”. Questi buoni consigli, che si possono riassumere nel concetto “né troppo né troppo poco”, hanno istruito le generazioni che ci hanno preceduto e persino la mia e quella delle mie figlie, ma mi accorgo che il tempo non risparmia nulla e nessuno. Sicché l’idea che esista un senso della misura ispirato alla moderazione, alla temperanza e alla medianità, è in crisi nera. 
Negli ultimi decenni e in modo sfrenato con l’inizio del XXI secolo, questa visione della misura è collassata. Se noi consideriamo la realtà che ci circonda abbiamo come l’impressione che i valori di riferimento del senso della misura (a volte assimilato al buon senso) sono cambiati. I già citati principi della moderatezza e temperanza, ai quali aggiungo la discrezione, la garbatezza, la compostezza, la sobrietà, la modestia e via dicendo – insomma, quello che potremmo riassumere nella voce “misuratezza” – sono cadaveri in disfacimento. Il mondo in cui viviamo è diventato l’orto incolto di valori un tempo considerati negativi. Siamo sotto l’egida dell’esagerazione, della smodatezza, dell’indiscrezione e di insopportabili eccessi. Intemperanza e sregolatezza dettano legge. Ragion per cui non esiste più il comune senso della misura. Ognuno ha la propria. Come avrebbe detto mio nonno, “chi grida di più, la vacca è sua!”. 
Ora, i miei lettori si chiederanno con chi ce l’ho, perché sono così acido e disfattista. Ce l’ho con tanti per non dire tutti, salvo quelli che non hanno perso la misura delle cose e non intendono farlo, nonostante il caos. Farò alcuni esempi, ma giusto per ricordarvi, qualora foste della mia idea, che siamo chiusi in una roccaforte circondata da orde di vandali e mongoli che hanno imposto un nuovo credo, fatto di eccessi, abusi e prevaricazioni. La perdita del senso della misura ha abbattuto steccati e mura, e minaccia la civiltà. In particolar modo in Italia. La classe politica nazionale ha perso completamente il pudore. Negli ultimi tempi, i governanti non hanno fatto altro che innalzare l’asticella: più sprechi, più privilegi, più debiti e più tasse. Ci fanno credere di volere invertire la tendenza ma intanto ci danno dentro. L’ingordigia dei politici, favorita dall’arroganza del potere e dall’impunità, ha fatto sì che le ruberie del tempo della Prima Repubblica salissero di tono, trasformandosi in razzie, saccheggi, depredazioni. Non fanno quasi più notizia scandali come quello scoppiato intorno all’Expo di Milano o al Mose di Venezia. Così fan tutti, parafrasando Mozart. Comunque non è vero che la musica è sempre la stessa, una volta il volume era più basso. La rinuncia al senso della misura ha sancito il trionfo dell’enfasi e della prevaricazione in ogni ambito antropologico. I toni delle discussioni in televisione, a scuola o al bar sono sempre troppo alti. Andare allo stadio è come partire per la guerra. La maleducazione sfiora il parossismo, al pari della volgarità. La gente, poi, è così frustata e arrabbiata che si concede reazioni spropositate. Si fa cogliere dall’ira per un nonnulla e non sai mai di cosa sia capace mentre le frigge il cervello. Certi automobilisti ti mandano affanculo e ti minacciano con la chiave inglese se osi suonare perché si sono addormentati al semaforo. Non parliamo poi dell’aggressività e della violenza gratuita. Puoi beccarti un pugno in strada solo perché lo impone una moda arrivata dagli Stati Uniti d’America. E che dire del sesso? D’accordo, sono cambiati i parametri, il pudore è defunto e la biodiversità si è imposta. Ma spiegatemi perché dovremmo vergognarci di continuare a credere che esista una normalità sessuale. Perché dovremmo piegarci alle mode e alle logiche di potere che esaltano la trasgressione e le devianze? Ci vuole più equilibrio nelle cose e come ho già sostenuto in altri post bisogna avere il coraggio di dire che la più grande stronzata degli ultimi decenni è il “politically correct”. Quando ci si comportava ascoltando la propria coscienza anziché i coglioni che pontificano e impongono regole demenziali, la gente era più ragionevole, pacata e cordiale. Adesso, sembra di vivere nell’arena dei gladiatori, dove tutto è permesso e tutti sembrano sotto l’effetto di uno stupefacente. Non c’è un solo settore, una sola sfera umana in cui non regni l’esagerazione, non trionfi il parossismo. Sapete perché hanno messo la striscia gialla sul pavimento negli uffici pubblici per chi è in coda? No, non è per la privacy. È che se non ci fosse, quello dietro di te si sentirebbe autorizzato a soffiarti sul collo se sei lento o a prenderti per il collo in caso tu protestassi per la sua alitosi. Esagerazione ed eccessi sono sotto i nostri occhi e ci mostrano un delirante ribaltamento dei valori, degli usi e costumi. Ma com’è che oggi, nel nostro Paese, un musulmano ha più diritti di un cristiano? Com’è che si trovano mille giustificazioni ai clandestini ma si condannano senza appello quelli che la legge l’hanno sempre rispettata ma che a un certo punto lo Stato ha messo in ginocchio? La cosa che mi addolora maggiormente, avendo deciso di resistere e continuare a vivere in Italia, dove si cerca di fare la raccolta differenziata della spazzatura ma non si ha più la misura di quanta merda (droga, criminalità, vandalismo, ecc) circoli nelle strade, è che nessuno insegnerà alle generazioni future una regola fondamentale per vivere in pace. 
D’accordo il progresso, un po’ meno d’accordo sul progressismo, ma in ogni caso è indispensabile rispettare una certa misura se non si vuole tornare al tempo dei barbari. Lo so che il difficile è definirla. Ognuno la pensa in modo diverso. Nel dubbio, bisognerebbe avere pazienza anziché fretta. Bisognerebbe tenere conto degli altri. Bisognerebbe accontentarsi e sapere quando fermarsi. Per godere appieno il sapore della vita non bisognerebbe darci dentro a grandi morsi.

mercoledì 4 giugno 2014

La nostalgia fa bene, ma attenzione al dosaggio

Cos’è la nostalgia, quel sentimento di tristezza e rimpianto che accomuna gli esseri umani di ogni condizione, e che può dare adito alla malinconia, allo spleen e alla saudade, se non addirittura evolversi in manifestazioni di carattere patologico come la depressione? 
Fra le tante definizioni interessanti, prediligo quella semplice di Milan Kundera. “La nostalgia è la sofferenza provocata dal desiderio impossibile di ritornare”. Ce ne dà conferma l’etimologia. La parola, infatti, è composta dal greco nostos (ritorno) e algos (dolore). Ritornare dove? Un tempo si sarebbe detto: a casa. Il termine nostalgia, infatti, è entrato nei vocabolari europei solo nel XVII secolo, grazie ai mercenari svizzeri, che soffrivano per la lontananza dai loro monti e dalle loro vallate. In seguito, il concetto si è rafforzato a causa dell’astinenza domestica dei soldati in generale, delle ragazze che andavano a servizio lontano da casa e degli emigranti. Un’altra categoria che ha sempre sofferto di nostalgia cronica è quella di chi va per mare. Il comune denominatore è il desiderio di tornare. La nostalgia, però, si nutre anche di un altro tipo di “dolore del ritorno”. Non più e non solo il focolare che bramiamo, ma il passato. Sicché, oggi possiamo distinguere due forme nostalgiche. La nostalgia della casa e della famiglia, della patria, dell’amore perduto da una parte, e più genericamente quella dei tempi che furono dall’altra. Verso questa seconda direzione si orientò il filosofo Kant, che nella sua Antropologia dal punto di vista pragmatico, sottolineò come “il desiderio nostalgico non vuole ritornare a un luogo ma a un tempo in cui c’era spazio per la possibilità”. È vero, proviamo nostalgia soprattutto per il bene perduto, per i treni che sono passati e non abbiamo preso al volo, per le possibilità che non possiamo ritrovare. In fondo, è nella natura umana amare e struggersi a causa di ciò che si ricorda. Per questa ragione, da quando cominciamo a immagazzinare le memorie, iniziamo a provare nostalgia. Alzi la mano chi non ha mai avvertito nel suo cuore il “dolore del ritorno”, che diventa sempre più familiare e tormentato con il passare degli anni? Per i vecchi, è un groppo alla gola. Non si può generalizzare, tuttavia. La nostalgia sfugge alle regole anagrafiche e si fa compagna soprattutto degli animi più sensibili. Per quanto, Camus, ne Il mito di Sisifo, sia arrivato a sostenere che “il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia”. Certo, la mente ama tornare sui suoi passi.

La nostalgia è un tema chiave dell’arte e della musica. Si potrebbero scrivere interi trattati rifacendosi alla sua presenza costante nella letteratura mondiale. Quest’ultimo è un campo che conosco bene e dunque vorrei ricordare brevemente ai miei lettori i momenti più alti dedicati ad essa. Ulisse ha nostalgia di Itaca e l’Odissea andrebbe letta come l’epopea di un uomo che fa del ritorno la sua ragione di vita. Dante Alighieri affronta questo tema più volte. Molte anime della Divina Commedia vibrano a causa di tensioni nostalgiche. Un duplice tensione, direi. A scuoterne ogni fibra è la nostalgia della vita terrena e il vincolo con l’assoluto. Un esempio universalmente noto lo troviamo nel canto V dell’Inferno. Paolo e Francesca provano nostalgia del passato e insieme della trascendenza. Ma la loro non è una storia d’amore? – si può obbiettare. L’amore è nostalgia, come rimarcò Freud nel suo saggio Il Perturbante. Se mi domandassero qual è a mio parere il libro che più di ogni altro si erge come un monumento celebrativo della nostalgia, non avrei dubbi. È il capolavoro di Proust Alla ricerca del tempo perduto. Mi fermo qui, ma non prima di avere citato un altro maestro della nostalgia, da lui definita maladie fiévreuse. Mi riferisco, ovviamente, al poeta Baudelaire, il cantore sublime della “nostalgie des pays et des bonheurs inconnus”.

Di nostalgia, hanno sofferto uomini e donne di ogni epoca. Perciò non la si può definire un male moderno, sebbene abbia come l’impressione che in questi ultimi anni si sia diffusa a macchia d’olio. Mi capita di conversare con tante persone che rimpiangono il passato e hanno nei confronti del futuro un sentire diffidente e ansioso. Ci si rifugia nella nostalgia per paura del futuro. In effetti, capita anche a me di pensare a come si viveva meglio una volta, a come ci si sentiva meglio. Senza rendercene conto, stiamo diventando i laudatores temporis acti bollati dal poeta Orazio. Ci capita di pronunciare la frase che una volta non sopportavamo: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Abbiamo nostalgia di tante cose: la giovinezza, in primis, ma poi le persone care scomparse, i bei ricordi e le emozioni perdute. Ma non solo. Abbiamo nostalgia di un mondo che non c’è più, di tradizioni smarrite, abitudini tradite e sicurezze venute meno. Io, ad esempio, provo nostalgia per l’Italia di cui andavo fiero e che oggi è alla deriva e mi imbarazza. Una patria sì bella e perduta. Non ci siamo accorti che stava morendo e non abbiamo fatto nulla per impedirlo. Ho nostalgia della vecchia cara lira, dell’entusiasmo che rendeva il nostro Paese simile a una fucina, e persino della prima Repubblica. Provo nostalgia per come eravamo, per la buona educazione, la nobiltà d’animo, la semplicità, la possibilità di costruire qualcosa di durevole. Ma ho anche nostalgia del calcio di una volta, degli scrittori di una volta, della pubblicità di una volta, del rispetto e del senso civico di una volta e di tantissime altre cose. Credo che molte persone condividano il mio sentire, ne sono convinto. Non si spiegherebbero altrimenti certe fenomenologie attuali, come il successo della moda vintage, dei canali televisivi retro, del remake, della musica degli anni “anta”, delle pagine facebook dedicate a “come eravamo”. La nostalgia del passato, che sentiamo come un rifugio, ha sostituito la fiducia nel futuro. Non abbiamo più fiducia in quello che ci attende e la colpa è di chi ha mortificato la nostra intraprendenza, ci ha depauperato sistematicamente e ha ridotto al lumicino la speranza e le prospettive. Ecco perché siamo in pieno boom nostalgico. Vorremmo ritornare indietro, invece di andare avanti. Siamo entrati nel club dei nostalgici. 
Non c’è niente di male. Oltre tutto, alcuni studi recenti hanno confermato che la nostalgia fa bene. Sembra che rimpiangere il passato aiuti la psiche ad affrontare il presente. All’università inglese di Southampton ne sono sicuri. Secondo il direttore di quel centro di ricerca, “le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto”. Evviva! Non vergogniamoci, dunque, se ci capita sempre più spesso di avvertire un malessere psicofisico nell’animo che imputiamo alla nostalgia. Soffriamo di un male nobile e forse terapeutico. Naturalmente bisogna stare accorti, un eccesso di vampe nostalgiche può alienarci. Assumiamolo a piccole dosi, questo veleno benefico dell’anima, senza correre il rischio dell’assuefazione. Potrebbe giocarci brutti scherzi, come nella canzone di Al Bano e Romina Power. Ve la ricordate? Diceva: “Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi. Ti ritrovi con un cuore di paglia e un incendio che non spegni mai…”