domenica 8 giugno 2014

Che fine ha fatto il senso della misura?

Se chiedessimo a cento persone cos’è il “senso della misura”, probabilmente le vedremmo arrampicarsi sui vetri nel goffo tentativo di trovare una risposta sensata. In ogni caso, ci darebbero cento risposte diverse. Definire un concetto così astratto è di per sé difficile e diventa quasi impossibile farlo in un’epoca dominata dal relativismo, in cui la misura è una prospettiva soggettiva, che dipende dalla specola dell’osservatore. Ovviamente non mi riferisco alle unità di misura adottate per convenzione o per legge in molti campi, e i relativi sistemi di misura, che per fortuna sono sempre gli stessi. Intendo la misura come parametro comportamentale, categoria di pensiero e regola d’azione. Una volta, ci si rifaceva agli antichi per chiarirsi le idee. Sono cresciuto alla scuola dei greci e dei latini, e dunque ho sempre pensato che “est modus in rebus”, come ammonisce Orazio e che “in medio stat virtus”, come insegna la celebre locuzione che risale ai filosofi scolastici medievali. Prima di loro, Protagora insegnava che “l’uomo è misura di tutte le cose” e Aristotele sosteneva che “il mezzo è la cosa migliore”. Questi buoni consigli, che si possono riassumere nel concetto “né troppo né troppo poco”, hanno istruito le generazioni che ci hanno preceduto e persino la mia e quella delle mie figlie, ma mi accorgo che il tempo non risparmia nulla e nessuno. Sicché l’idea che esista un senso della misura ispirato alla moderazione, alla temperanza e alla medianità, è in crisi nera. 
Negli ultimi decenni e in modo sfrenato con l’inizio del XXI secolo, questa visione della misura è collassata. Se noi consideriamo la realtà che ci circonda abbiamo come l’impressione che i valori di riferimento del senso della misura (a volte assimilato al buon senso) sono cambiati. I già citati principi della moderatezza e temperanza, ai quali aggiungo la discrezione, la garbatezza, la compostezza, la sobrietà, la modestia e via dicendo – insomma, quello che potremmo riassumere nella voce “misuratezza” – sono cadaveri in disfacimento. Il mondo in cui viviamo è diventato l’orto incolto di valori un tempo considerati negativi. Siamo sotto l’egida dell’esagerazione, della smodatezza, dell’indiscrezione e di insopportabili eccessi. Intemperanza e sregolatezza dettano legge. Ragion per cui non esiste più il comune senso della misura. Ognuno ha la propria. Come avrebbe detto mio nonno, “chi grida di più, la vacca è sua!”. 
Ora, i miei lettori si chiederanno con chi ce l’ho, perché sono così acido e disfattista. Ce l’ho con tanti per non dire tutti, salvo quelli che non hanno perso la misura delle cose e non intendono farlo, nonostante il caos. Farò alcuni esempi, ma giusto per ricordarvi, qualora foste della mia idea, che siamo chiusi in una roccaforte circondata da orde di vandali e mongoli che hanno imposto un nuovo credo, fatto di eccessi, abusi e prevaricazioni. La perdita del senso della misura ha abbattuto steccati e mura, e minaccia la civiltà. In particolar modo in Italia. La classe politica nazionale ha perso completamente il pudore. Negli ultimi tempi, i governanti non hanno fatto altro che innalzare l’asticella: più sprechi, più privilegi, più debiti e più tasse. Ci fanno credere di volere invertire la tendenza ma intanto ci danno dentro. L’ingordigia dei politici, favorita dall’arroganza del potere e dall’impunità, ha fatto sì che le ruberie del tempo della Prima Repubblica salissero di tono, trasformandosi in razzie, saccheggi, depredazioni. Non fanno quasi più notizia scandali come quello scoppiato intorno all’Expo di Milano o al Mose di Venezia. Così fan tutti, parafrasando Mozart. Comunque non è vero che la musica è sempre la stessa, una volta il volume era più basso. La rinuncia al senso della misura ha sancito il trionfo dell’enfasi e della prevaricazione in ogni ambito antropologico. I toni delle discussioni in televisione, a scuola o al bar sono sempre troppo alti. Andare allo stadio è come partire per la guerra. La maleducazione sfiora il parossismo, al pari della volgarità. La gente, poi, è così frustata e arrabbiata che si concede reazioni spropositate. Si fa cogliere dall’ira per un nonnulla e non sai mai di cosa sia capace mentre le frigge il cervello. Certi automobilisti ti mandano affanculo e ti minacciano con la chiave inglese se osi suonare perché si sono addormentati al semaforo. Non parliamo poi dell’aggressività e della violenza gratuita. Puoi beccarti un pugno in strada solo perché lo impone una moda arrivata dagli Stati Uniti d’America. E che dire del sesso? D’accordo, sono cambiati i parametri, il pudore è defunto e la biodiversità si è imposta. Ma spiegatemi perché dovremmo vergognarci di continuare a credere che esista una normalità sessuale. Perché dovremmo piegarci alle mode e alle logiche di potere che esaltano la trasgressione e le devianze? Ci vuole più equilibrio nelle cose e come ho già sostenuto in altri post bisogna avere il coraggio di dire che la più grande stronzata degli ultimi decenni è il “politically correct”. Quando ci si comportava ascoltando la propria coscienza anziché i coglioni che pontificano e impongono regole demenziali, la gente era più ragionevole, pacata e cordiale. Adesso, sembra di vivere nell’arena dei gladiatori, dove tutto è permesso e tutti sembrano sotto l’effetto di uno stupefacente. Non c’è un solo settore, una sola sfera umana in cui non regni l’esagerazione, non trionfi il parossismo. Sapete perché hanno messo la striscia gialla sul pavimento negli uffici pubblici per chi è in coda? No, non è per la privacy. È che se non ci fosse, quello dietro di te si sentirebbe autorizzato a soffiarti sul collo se sei lento o a prenderti per il collo in caso tu protestassi per la sua alitosi. Esagerazione ed eccessi sono sotto i nostri occhi e ci mostrano un delirante ribaltamento dei valori, degli usi e costumi. Ma com’è che oggi, nel nostro Paese, un musulmano ha più diritti di un cristiano? Com’è che si trovano mille giustificazioni ai clandestini ma si condannano senza appello quelli che la legge l’hanno sempre rispettata ma che a un certo punto lo Stato ha messo in ginocchio? La cosa che mi addolora maggiormente, avendo deciso di resistere e continuare a vivere in Italia, dove si cerca di fare la raccolta differenziata della spazzatura ma non si ha più la misura di quanta merda (droga, criminalità, vandalismo, ecc) circoli nelle strade, è che nessuno insegnerà alle generazioni future una regola fondamentale per vivere in pace. 
D’accordo il progresso, un po’ meno d’accordo sul progressismo, ma in ogni caso è indispensabile rispettare una certa misura se non si vuole tornare al tempo dei barbari. Lo so che il difficile è definirla. Ognuno la pensa in modo diverso. Nel dubbio, bisognerebbe avere pazienza anziché fretta. Bisognerebbe tenere conto degli altri. Bisognerebbe accontentarsi e sapere quando fermarsi. Per godere appieno il sapore della vita non bisognerebbe darci dentro a grandi morsi.

2 commenti:

  1. Salve, sono un ragazzo che ha cominciato a seguirti da ora.
    È mio dovere in primo luogo farti i complimenti per le cose splendide che hai scritto.
    In secondo luogo, sto andando alla ricerca del senso della misura e trovare quest'articolo è stato di grande spunto alla riflessione. Sto ricercando la misura nel cibo perché non posso essere dipendente da esso, nel desiderio, perché è dannoso desiderare in modo smodato qualcosa, nei piaceri, tra cui rientra il cibo, perché non si può rincorrere solo il piacere nella vita come forma di appagamento.
    L'eccesso, purtroppo sta avendo e avrà sempre più spazio se continuerà ad imperare questo modello sociale in cui vige la regola di superare i limiti propri e altrui per ottenere qualcosa. Tu ricordi l'ingordigia dei politici, ma come non rammentare dell'avarizia delle persone moderne.
    Bisognerebbe ricordarsi che abbondanza non equivale a felicità.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un commento esemplare. Bravo, prometti bene.

      Elimina