mercoledì 4 giugno 2014

La nostalgia fa bene, ma attenzione al dosaggio

Cos’è la nostalgia, quel sentimento di tristezza e rimpianto che accomuna gli esseri umani di ogni condizione, e che può dare adito alla malinconia, allo spleen e alla saudade, se non addirittura evolversi in manifestazioni di carattere patologico come la depressione? 
Fra le tante definizioni interessanti, prediligo quella semplice di Milan Kundera. “La nostalgia è la sofferenza provocata dal desiderio impossibile di ritornare”. Ce ne dà conferma l’etimologia. La parola, infatti, è composta dal greco nostos (ritorno) e algos (dolore). Ritornare dove? Un tempo si sarebbe detto: a casa. Il termine nostalgia, infatti, è entrato nei vocabolari europei solo nel XVII secolo, grazie ai mercenari svizzeri, che soffrivano per la lontananza dai loro monti e dalle loro vallate. In seguito, il concetto si è rafforzato a causa dell’astinenza domestica dei soldati in generale, delle ragazze che andavano a servizio lontano da casa e degli emigranti. Un’altra categoria che ha sempre sofferto di nostalgia cronica è quella di chi va per mare. Il comune denominatore è il desiderio di tornare. La nostalgia, però, si nutre anche di un altro tipo di “dolore del ritorno”. Non più e non solo il focolare che bramiamo, ma il passato. Sicché, oggi possiamo distinguere due forme nostalgiche. La nostalgia della casa e della famiglia, della patria, dell’amore perduto da una parte, e più genericamente quella dei tempi che furono dall’altra. Verso questa seconda direzione si orientò il filosofo Kant, che nella sua Antropologia dal punto di vista pragmatico, sottolineò come “il desiderio nostalgico non vuole ritornare a un luogo ma a un tempo in cui c’era spazio per la possibilità”. È vero, proviamo nostalgia soprattutto per il bene perduto, per i treni che sono passati e non abbiamo preso al volo, per le possibilità che non possiamo ritrovare. In fondo, è nella natura umana amare e struggersi a causa di ciò che si ricorda. Per questa ragione, da quando cominciamo a immagazzinare le memorie, iniziamo a provare nostalgia. Alzi la mano chi non ha mai avvertito nel suo cuore il “dolore del ritorno”, che diventa sempre più familiare e tormentato con il passare degli anni? Per i vecchi, è un groppo alla gola. Non si può generalizzare, tuttavia. La nostalgia sfugge alle regole anagrafiche e si fa compagna soprattutto degli animi più sensibili. Per quanto, Camus, ne Il mito di Sisifo, sia arrivato a sostenere che “il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia”. Certo, la mente ama tornare sui suoi passi.

La nostalgia è un tema chiave dell’arte e della musica. Si potrebbero scrivere interi trattati rifacendosi alla sua presenza costante nella letteratura mondiale. Quest’ultimo è un campo che conosco bene e dunque vorrei ricordare brevemente ai miei lettori i momenti più alti dedicati ad essa. Ulisse ha nostalgia di Itaca e l’Odissea andrebbe letta come l’epopea di un uomo che fa del ritorno la sua ragione di vita. Dante Alighieri affronta questo tema più volte. Molte anime della Divina Commedia vibrano a causa di tensioni nostalgiche. Un duplice tensione, direi. A scuoterne ogni fibra è la nostalgia della vita terrena e il vincolo con l’assoluto. Un esempio universalmente noto lo troviamo nel canto V dell’Inferno. Paolo e Francesca provano nostalgia del passato e insieme della trascendenza. Ma la loro non è una storia d’amore? – si può obbiettare. L’amore è nostalgia, come rimarcò Freud nel suo saggio Il Perturbante. Se mi domandassero qual è a mio parere il libro che più di ogni altro si erge come un monumento celebrativo della nostalgia, non avrei dubbi. È il capolavoro di Proust Alla ricerca del tempo perduto. Mi fermo qui, ma non prima di avere citato un altro maestro della nostalgia, da lui definita maladie fiévreuse. Mi riferisco, ovviamente, al poeta Baudelaire, il cantore sublime della “nostalgie des pays et des bonheurs inconnus”.

Di nostalgia, hanno sofferto uomini e donne di ogni epoca. Perciò non la si può definire un male moderno, sebbene abbia come l’impressione che in questi ultimi anni si sia diffusa a macchia d’olio. Mi capita di conversare con tante persone che rimpiangono il passato e hanno nei confronti del futuro un sentire diffidente e ansioso. Ci si rifugia nella nostalgia per paura del futuro. In effetti, capita anche a me di pensare a come si viveva meglio una volta, a come ci si sentiva meglio. Senza rendercene conto, stiamo diventando i laudatores temporis acti bollati dal poeta Orazio. Ci capita di pronunciare la frase che una volta non sopportavamo: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Abbiamo nostalgia di tante cose: la giovinezza, in primis, ma poi le persone care scomparse, i bei ricordi e le emozioni perdute. Ma non solo. Abbiamo nostalgia di un mondo che non c’è più, di tradizioni smarrite, abitudini tradite e sicurezze venute meno. Io, ad esempio, provo nostalgia per l’Italia di cui andavo fiero e che oggi è alla deriva e mi imbarazza. Una patria sì bella e perduta. Non ci siamo accorti che stava morendo e non abbiamo fatto nulla per impedirlo. Ho nostalgia della vecchia cara lira, dell’entusiasmo che rendeva il nostro Paese simile a una fucina, e persino della prima Repubblica. Provo nostalgia per come eravamo, per la buona educazione, la nobiltà d’animo, la semplicità, la possibilità di costruire qualcosa di durevole. Ma ho anche nostalgia del calcio di una volta, degli scrittori di una volta, della pubblicità di una volta, del rispetto e del senso civico di una volta e di tantissime altre cose. Credo che molte persone condividano il mio sentire, ne sono convinto. Non si spiegherebbero altrimenti certe fenomenologie attuali, come il successo della moda vintage, dei canali televisivi retro, del remake, della musica degli anni “anta”, delle pagine facebook dedicate a “come eravamo”. La nostalgia del passato, che sentiamo come un rifugio, ha sostituito la fiducia nel futuro. Non abbiamo più fiducia in quello che ci attende e la colpa è di chi ha mortificato la nostra intraprendenza, ci ha depauperato sistematicamente e ha ridotto al lumicino la speranza e le prospettive. Ecco perché siamo in pieno boom nostalgico. Vorremmo ritornare indietro, invece di andare avanti. Siamo entrati nel club dei nostalgici. 
Non c’è niente di male. Oltre tutto, alcuni studi recenti hanno confermato che la nostalgia fa bene. Sembra che rimpiangere il passato aiuti la psiche ad affrontare il presente. All’università inglese di Southampton ne sono sicuri. Secondo il direttore di quel centro di ricerca, “le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto”. Evviva! Non vergogniamoci, dunque, se ci capita sempre più spesso di avvertire un malessere psicofisico nell’animo che imputiamo alla nostalgia. Soffriamo di un male nobile e forse terapeutico. Naturalmente bisogna stare accorti, un eccesso di vampe nostalgiche può alienarci. Assumiamolo a piccole dosi, questo veleno benefico dell’anima, senza correre il rischio dell’assuefazione. Potrebbe giocarci brutti scherzi, come nella canzone di Al Bano e Romina Power. Ve la ricordate? Diceva: “Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi. Ti ritrovi con un cuore di paglia e un incendio che non spegni mai…”

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