sabato 21 giugno 2014

La Via della Seta e il fuoco dell'intraprendenza

C’è una bella frase che ricordo di avere letto nel libro di Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che mi è tornata in mente in queste ore. Dice: “Continuiamo ad attraversare, inosservati, momenti della vita di altra gente”. Non è forse vero? La vita di milioni, in realtà miliardi di esseri umani, non è solo monotona ma pedissequa. Consumiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie per rispettare le regole e le convenzioni, per adattarci pigramente ai luoghi e alle persone, per vivere di luce riflessa, rinunciando alla Stella Polare, per seguire le tracce di chi ha fama e successo, incapaci di agire in piena autonomia e libertà. Attraversando la nostra vita, non quella degli altri. Restando invisibili. Ci sono le eccezioni, ovviamente, e confermano la regola. 
Faccio questa breve riflessione a una settimana esatta dalla partenza di mia figlia e del suo fidanzato per una grande avventura di cui ho già parlato ma sulla quale ritorno brevemente. Sabato 28 giugno partiranno in moto per “attraversare i momenti della propria vita”, facendo capolino in quella degli altri. Hanno dalla loro lentusiasmo e quel pizzico d’incoscienza che rende indimenticabili le imprese umane. In sostanza, affronteranno in due mesi e passa un viaggio di 23.000 km. sulle strade e le piste  della Siberia, della Mongolia, dell’Iran e di molti altri paesi lontani. Tra l’altro, seguiranno per lunghi tratti la Via della Seta e qui mi fermo e concentro. 
Credo che la Via della Seta non sia solo un topos fisico. Personalmente, la considero una dimensione dello spirito, un collettore metaforico degli eroici furori che animano una piccola parte del consorzio umano. Già, perché in ogni epoca, ci sono stati uomini e donne che hanno deciso di non spegnere il fuoco dell’intraprendenza che bruciava nel loro petto, anzi, lo hanno alimentato. Questa combustione è avvenuta e avviene in molteplici campi. Avventurieri, esploratori, grandi viaggiatori e conquistatori sono la punta di diamante dell’umanità ardente. Ma non meno caloroso è il fuoco degli imprenditori, dei mercanti, degli scienziati, degli innovatori e di quelli che decidono di mettersi alla prova e prendono iniziative coraggiose, all’apparenza folli. È grazie a loro che l’umanità progredisce. Ma tornando alla Via della Seta, non posso fare a meno di provare nei confronti di Francesca e Tommaso un sentimento di invidia e gratitudine. Bè, invidia è chiaro, vorrei essere con loro per condividere le mille emozioni che proveranno, per vedere dal vivo e non attraverso i documentari del “National Geographic” la bellezza estrema di ciò che solo la fantasia può immaginare. E perché gratitudine? Perché mi ricordano che nulla è così appagante per lo spirito umano del fare. Mi fanno presente che avvicinarsi ai sessant’anni non è un buon motivo per mettere da parte le aspirazioni e la voglia di attuare. Viviamo in un’epoca squallida, dove la gente parla a vanvera ma non agisce, dove il coraggio latita e ci si rifugia nella realtà virtuale per paura della vita. Loro no, loro non la temono la vita. Il loro curriculum è eloquente in tal senso. Sanno affrontare il futuro a viso aperto, fregandosene del fatto che la società non premia chi vale, più facilmente lo castiga. Partono consapevoli che ogni lasciata è persa, che le soddisfazioni te le devi prendere perché nessuno te le da, che le idee migliori sono quelle che verranno, e che ha ragione Confucio. Sapete cosa diceva il vecchio saggio? Sosteneva che l’esperienza è come una lanterna sulla schiena che illumina solo il cammino già fatto. Un’ottima ragione, se si vuole rendere luminosa la propria esistenza, per scaraventare alle spalle i dubbi, le paure e la pigrizia e partire in cerca di… 
Fortuna? Opportunità? Conoscenza? Ognuno sa cosa cerca, di cosa ha bisogno. Non erano forse queste le mozioni che condussero Marco Polo fino al magico Catai? E non fu questo animus a spingere i mercanti, i carovanieri e i riformisti sulla Via della Seta? Quando mia figlia mi ha esposto l’itinerario del suo viaggio, non ho potuto fare a meno di immaginare i luoghi che visiterà e quelli dove soggiornerà, il più delle volte all’albergo delle stelle. La mia cultura mi ha permesso di tessere immediate associazioni di idee con i luoghi e perciò mi è stato facile fantasticare e cucire connessioni storiche, letterarie, geografiche e cognitive. Ebbene, per quanto la Siberia, la Mongolia e l’antica Persia mi esaltino, mi sono soffermato soprattutto sulla Via della Seta e ho focalizzato la mia attenzione su Samarcanda, che si trova in Uzbekistan. A molti, questo nome dirà poco. Tutt’al più, lo collegherà all’omonima, famosa canzone di Roberto Vecchioni. Ma Samarcanda, epicentro della Via della Seta e crocevia di cento culture diverse, è l’espressione perfetta delle fiamme che ardono nella mente degli intraprendenti. È l’archetipo del fuoco che scorre nelle loro vene. Mi viene spontaneo associare Samarcanda, che è una delle città più antiche del mondo e fu il centro più ricco dell’Asia centrale, ai persiani, agli arabi e ai mongoli (in particolare il conquistatore turco-mongolo Tamerlano, che la ricostruì e rese magnifica). Ma anche ai caravanserragli e alla steppa, al turchese scintillante delle sue maioliche e cupole, alla sua rivalità con Bukhara, al poeta e scienziato Omar Khayyam, al Registan, al Grande Bazar invariato da secoli, ai profumi d’Oriente e alle spezie, all’immenso astrolabio e all’osservatorio di Ulugh Beg, allo stupore di Marco Polo (che la definì “grandissima e splendida”), al rinascimento islamico. E naturalmente alla seta. 
Poiché sono comasco e Como è la patria della seta, benché la nascita della bachicoltura sia un merito cinese, non posso dimenticare che la storia del commercio della seta, e quindi di Samarcanda, è lo specchio dell’intraprendenza dei miei concittadini. Un’intraprendenza oggi un po’ spuntata, a causa della crisi e della globalizzazione, ma premiante. Basti pensare che già nel XII secolo l’Italia era la maggiore produttrice europea di seta e a quel tempo eccellevano tre città: Palermo, Catanzaro e Como. Soltanto Como ha mantenuto fede alla sua vocazione imprenditoriale, duellando in seguito con Lione e imponendo l'eccellenza della sua industria serica. Le sue fabbriche e le griffes (basti pensare a nomi come Ratti e Mantero) rappresentano il must. In fondo, non è casule che due comaschi si avventurino in motocicletta (con lo spirito dello Zen) sulla Via della Seta. Il fuoco dell’intraprendenza non ha connotazioni geografiche ma credo ci siano popoli più audaci di altri. Ma forse mi sbaglio. Latitudine e longitudine non sono gli elementi primari che inducono all’azione. Probabilmente, è il DNA ad accendere la miccia. 
Non mi resta che augurare loro “buona strada” e scegliere la colonna sonora che accompagnerà idealmente il loro cammino, quanto meno sulla Via della Seta. Quale? La risposta è ovvia. “Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda io ti guiderò, non ti fermare, vola ti prego, corri come il vento che mi salverò…” Fino a Samarcanda e oltre, naturalmente. Con una vecchia Honda Africa Twin, che di cavalli ne ha sessanta.

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